SEGRETARIATO
                 ATTIVITA'
           ECUMENICHE

saenazionale@gmail.com

                        
ASSOCIAZIONE INTERCONFESSIONALE DI LAICI PER L'ECUMENISMO E IL DIALOGO A PARTIRE DAL DIALOGO EBRAICO-CRISTIANO                  

 

 

 


 Il tema della Sessione, Tradizione, Riforma e Profezia nelle Chiese, nel pomeriggio di lunedì 25 luglio è stato declinato “tra attaccamento alle radici e apertura al futuro”, con gli interventi della pastora battista Anna Maffei e dello psicoanalista Francesco Stoppa, coordinati dal teologo Carlo Molari.

 

 


“La dimensione dell'eternità che ci viene donata e che intuiamo per fede, lungi dal rappresentare una fuga dal reale offre qualità e stabilità alla nostra vita”, ha esordito Anna Maffei. “Il presente è il tempo in cui percepiamo la presenza del Dio che ci visita, è il tempo in cui ogni incontro può divenire benedizione, è il tempo in cui scegliamo le nostre priorità in risposta alla vocazione personale e collettiva che riceviamo.  Ma il presente non è appiattimento nell'ottica consumistica che viene massicciamente proposta perché ha lo spessore della memoria delle storie della fede di chi ci ha preceduto e ha per orizzonte la speranza del compimento.

In questa stabilità già compiuta in Dio e anticipata nella fede in Cristo morto e risorto, la tradizione è ricordo e trasmissione degli eventi centrali della fede e resta compito primario di ogni generazione. La tradizione biblica è costitutiva della fede ed è irrinunciabile e a cinque secoli dalla Riforma è compito ecumenico interrogarci insieme sul principio del Sola Scriptura senza arroccamenti identitari. La Riforma che storicamente denota il movimento storico di radicale rinnovamento della chiesa è stato ed è un movimento dello Spirito il quale solo crea e fa rinascere.   Ogni riforma anche oggi parte dal ravvedimento ed è figlia di misericordia.

La parola di profezia rende possibile l'azione umanizzatrice dello Spirito santo ma è parola spesso soffocata, ignorata, calpestata. Oggi come ieri. Le tre parole, tradizione, riforma e profezia, sono un'unica vocazione, che si fa preghiera, rivolta a tutti noi: non spegnete lo Spirito!”

 La speranza è il sentimento forte, il filo che attraversa le problematiche relative al rapporto tra tradizione e innovazione, ha affermato nel suo intervento Francesco Stoppa. La cosa è particolarmente evidente per quanto riguarda le vicende connesse alla trasmissione intergenerazionale dove si assiste ad una delicata e non sempre indolore dinamica tra continuità e discontinuità, tra fedeltà e trasgressione.

L’intervento ha preso in considerazione il concetto di speranza collegandolo a quelli di fede e desiderio, dove l’elemento comune e dirimente è il superamento di una certa idolatria e l’avvento della responsabilità nella costruzione del proprio destino.

Adolescenza e vecchiaia – ha proseguito il Relatore – rappresentano da questo punto di vista due diversi modi del prendere la Parola, cioè del profetizzare, che entrano in tensione reciproca in quello che è il “misterioso appuntamento tra le generazioni”. L’una è chiamata ad assicurare la forza propulsiva per mandare avanti il mondo, l’altra deve trovare una modalità a sua volta creativa – attraversata dal desiderio e non dalla rassegnazione – per cedere il testimone. In tutto questo gioca una parte essenziale la questione della paternità come elemento portante, non meramente simbolico o normativo ma reale, della trasmissione intergenerazionale.

 

 Martedì 26 luglio lo stesso tema è stato trattato dai elatori: Traian Valdman,  decano del decanato ortodosso romeno di Milano e Lombardia Sud Lilia Sebastiani, teologa  Heiner Bludau, decano CELI, e, di nuovo, Carlo Molari come moderatore.

Per la teologia ortodossa la Tradizione, con la T maiuscola, è di fondamentale importanza, perché è la vita della Chiesa. Tutte e due nascono insieme. La Tradizione è viva all'interno della Chiesa e la Chiesa è viva all'interno della Tradizione. Nessuna delle due può esistere senza l'altra e tutte e due vivono nello Spirito Santo, ha affermato P. Valdman nel suo intervento.

La Tradizione è fonte della Rivelazione, assieme alla Scrittura. Comprende la rivelazione divina, necessaria alla salvezza degli uomini. È deposito della fede, una parte di essa essendo fissata nei libri biblici. Precede la Scrittura, attualizza il suo dinamismo ed esplicita il suo contenuto. Se la Scrittura presenta Gesù Cristo e la sua opera salvifica, la Tradizione fa passare Cristo nella vita degli uomini mediante le strutture sacramentali e mediante la predicazione della Parola. La Tradizione è anche trasmissione del deposito di fede di generazione in generazione e, per l'opera dello Spirito Santo lo esplicita ed illumina la mente umana per accoglierlo. Oltre che nella Scrittura la Tradizione è contenuta nei dogmi formulati dai Concili ecumenici, nella liturgia e nel corpo canonico che riguarda sia il contenuto della Fede sia la modalità di comprenderla, viverla e testimoniarla. Pur sempre attualizzante, la Tradizione ci lega alle origini, al passato. Ma siccome le situazioni storiche nelle quali vive la Chiesa sono mutevoli, la Tradizione è chiamata a dare indicazioni aggiornate ai sempre nuovi problemi che si pongono alla vita della Chiesa.

“L'opera di aggiornamento, chiamata in Occidente riforma viene concepita nell'Oriente cristiano come sviluppo della Tradizione nel presente che diventa sempre passato. Non si parla di rottura ma di sviluppo, su tutti i piani: teologico, dogmatico, liturgico, canonico. Di fronte ai tanti problemi sorti a causa degli sconvolgimenti storici della fine del XIX e del XX secolo, il Santo e Grande Sinodo di Creta di quest'anno, 2016, appare come profezia”. Pur non essendo panortodosso a causa dell'assenza di quattro Chiese, “esso manifesta la sinodalità quale metodo fondamentale per trovare risposte alle stringenti esigenze attuali. In più, esso tiene conto e integra i documenti con i suggerimenti delle Chiese mancanti. Per mettere in evidenza il carattere paradossale della verità utilizza termini antinomici. Afferma che la Chiesa Ortodossa è la "Una, Santa, Cattolica e apostolica", ma riconosce che anche all'infuori di essa ci sono altri cristiani e accetta il nome storico delle Chiese e confessioni non ortodosse. Afferma che non si devono condannare le proposte di vita del mondo, ma presentare il Vangelo come guida, coltivare la speranza e presentare la certezza che il male non ha l'ultima parola”. In più “si oppone al fondamentalismo, rispetta la laicità, si impegna per la salvaguardia del creato ed è disponibile a collaborare con tutti i soggetti interessati ai problemi del mondo.
Le aperture sono notevoli. Speriamo e preghiamo - ha detto P. Valdman concludendo - che siano recepite da tutte le Chiese ed eventualmente approfondirle in altre sedute sinodali, che dovrebbero seguire quella di Creta ogni 7-10 anni. Siamo insieme, "syn-odos" sulla stessa strada”.

“Siamo abituati, anche al di là delle nostre idee teologiche più consapevoli ed esplicite, a intendere d’istinto questi tre concetti, anzi queste tre realtà storiche e ideali - tradizione, riforma, profezia - come se fossero tre aree ben recintate, come se gli abitanti di una di esse non potessero fare a meno di guardare a quelli delle altre due con un senso di estraneità e sospetto”, ha esordito Lilia Sebastiani. Ma – ha proseguito – “credo che non sia così: solo quella che nei Vangeli si chiama  sklerokardìa, ‘durezza di cuore’ (e che assume tante declinazioni diverse), può dar luogo a questo irrigidimento non solo limitante ma antisalvifico, da cui deriva quasi automaticamente una lettura statica e conservatrice della tradizione, una lettura della riforma troppo prudente e ‘politica’ ai limiti dell’opportunismo, una lettura solo romantico-utopistica della profezia.                                            Nemmeno potrei condividere in pieno la definizione esclusivamente temporale che tende ad assegnare alla tradizione il passato, alla riforma il presente, alla profezia il futuro; credo invece che il vissuto di ogni autentica e viva comunità di fede, in ogni tempo, debba necessariamente partecipare di tutt’è tre le dimensioni. Sappiamo che le realtà umane e storiche sono sempre a rischio di involuzione; ma se guardiamo, come credenti, ai momenti più forti e aurorali della storia che ci ha condotto fin qui, possiamo e dobbiamo sempre leggerli come una compresenza di tradizione, riforma e profezia. Pensiamo soprattutto e in primo luogo allo stesso evento di Gesù, nel concreto della sua vicenda storica; pensiamo (poiché ci troviamo ad Assisi) alla santità veramente extra-ordinaria di Francesco d’Assisi, libera, creativa, fedelissima; pensiamo a momenti di svolta nella storia quali il Concilio Vaticano II o anche, se vogliamo, il pontificato di papa Francesco, tuttora in cammino sotto il segno della misericordia di Dio”.

“La relazione parte dalla base comune di tutte le Chiese cristiane che viene espressa nella citazione “Quello che abbiamo veduto e udito noi l’annunciamo” (1 Gv 1-3), ha esordito Heiner Bludau illustrando la prospettiva luterana. “Le diversità nelle Chiese stanno nella questione su come si deve concretizzare l’annuncio. I concetti “tradizione, riforma, profezia” costituiscono uno schema utile per arrivare a un dialogo costruttivo su queste differenze. Dal punto di vista luterano la propria visione di sé come Chiesa dell’articolo 7 della Confessione augustana si lascia ben traslare in questo schema. Le forze e le debolezze dell’ecclesiologia luterana qui diventano evidenti: l’ampio orizzonte lascia aperte molte domande concrete, che possono portare a delle scissioni, ma impegna anche al dialogo e alla comunione oltre i confini della propria confessione”. Come esempi positivi concreti in ambito protestante ha menzionato la Concordia di Leuenberg del 1973 e nel dialogo con la Chiesa romana cattolica il Consenso sulla dottrina della giustificazione del 1999, così come i documenti attuali sulla comune commemorazione dei 500 anni della Riforma.