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ASSOCIAZIONE INTERCONFESSIONALE DI LAICHE E LAICI PER L'ECUMENISMO E IL DIALOGO A PARTIRE DAL DIALOGO EBRAICO-CRISTIANO                  

 

 

 


Giovedì 31 luglio

La riflessione biblica del mattino su Luca 5, 17-26 è stata dettata dal pastore avventista Davide Romano

Due i relatori chiamati a interrogarsi sul tema Prendersi cura delle fragilità: Rosanna Cima (pedagogista, Università di Verona) e Paolo Miorandi (psicoterapeuta e scrittore, Rovereto).

Il contributo di Rosanna Cima ha inteso raffigurare la complessità del lavoro di cura di cui normalmente si dice che “non si impara”, quasi non ci fosse neppure il bisogno di dichiarare che cos’è questo lavoro, come se fosse privo di impianto concettuale, di ordine e di rigore teorico, etico e pratico. Se è vero che tutta l’umanità è oggetto di cure continue, fin dalle origini è altrettanto vero che prendersi cura delle fragilità richiede di sapere il senso e il peso di ciò che si sta facendo, “richiede delicatezza, perché ogni proprio gesto risuona nell’altro” (E. Cocever).

Le azioni di cura sono poste quindi tra la dimensione “naturale” degli esseri umani e la dimensione professionale. Quale continuità tra i due statuti della cura? Quali sono le separazioni? Le fragilità umane caratterizzano l’esistenza - ha detto la pedagogista . In che modo la connessione fragilità-cura può mettere in discussione le forme di potere che discriminano le vite umane? In che termini il prendersi cura può diventare una scommessa politica? Qual è la natura della relazione che nasce dal prendersi cura delle fragilità?

Il filo che imbastisce le interrogazioni è tessuto dal bisogno di ricercare un linguaggio che esprima il rapporto vero tra le cose, tra la materialità dei corpi che si curano e si prendono cura e l’immaterialità performante delle intenzioni troppo lontane dalla vita, tra le sofferenze umane e quelle normative istituzionali sorde alle storie di dolore, tra le fatiche esistenziali e i quadri disciplinari che spesso poco sanno leggere delle esperienze degli esseri umani. Sono soprattutto le narrazioni di donne che ricevono e danno cura ad approfondire le riflessioni, donne impegnate nella ricerca e nelle precarie situazioni di fragilità, proprie e altrui.

Il contatto assiduo e ravvicinato con una persona gravemente ammalata - ha detto Miorandi - scuote il mondo interno del curante sottoponendolo a intense perturbazioni affettive. In tali situazioni - che spesso costringono il care-giver a confrontarsi con il limite delle proprie capacità di comprensione e azione - emergono ansie depressive, sentimenti aggressivi, sensi di colpa che, se non riconosciuti ed elaborati, possono compromettere la relazione d’aiuto e incidere profondamente sulla vita del curante.

Dal luogo inquieto e pericoloso del lavoro di cura - ha affermato Miorandi - si diramano due strade: la via, sempre seducente, che conduce a neutralizzare la relazione d’aiuto togliendo dalla scena della cura quegli aspetti che, proprio perché più coinvolgenti, sono anche i più significativi, oppure il sentiero - certamente più lungo e faticoso - che porta il curante a guardare in faccia i contenuti del proprio mondo interno per trovare loro un posto, per trasformarli in un racconto che possa essere condiviso, per continuare ad apprendere a vivere.

«Date parole al dolore - ha scritto Shakespeare nel Macbeth - perché è il dolore che non parla a spezzare i cuori». È seguito un interessante, nutrito dibattito.

 

La giornata si è chiusa con la celebrazione dei Vespri ortodossi molto partecipata perché preparata con cura attraverso spiegazioni e prove di canto aperte a tutti.

La predicazione è stata tenuta dal giovane prete Christian Vasilescu che aveva seguito al SAE i genitori presenti da molti anni alle Sessioni dove il padre Georghe Vasilescu ha tenuto diverse predicazioni, meditazioni, seguito gruppi...

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