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16 dicembre 2015

Intervista al segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese, a Roma per incontrare i rappresentanti del Pontificio Consiglio per la giustizia e la pace, della Comunità di Sant'Egidio e della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei)

 

Gli scorsi 14 e 15 dicembre il pastore Olav Fykse Tveit, segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), è stato a Roma per incontrare i rappresentanti del Pontificio Consiglio per la giustizia e la pace, della Comunità di Sant'Egidio e della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei). All'esponente del CEC - organismo che raggruppa 345 chiese anglicane, ortodosse e protestanti, in rappresentanza di oltre 500 milioni di cristiani in tutto il mondo – abbiamo rivolto alcune domande sui corridoi umanitari, la Conferenza Onu sul cambiamento climatico di Parigi, sul dialogo interreligioso e sul movimento ecumenico.

Qual è la ragione della sua visita in Italia?

«Sono venuto in Italia per incontrare alcuni dei partner con cui il CEC collabora. Prima di tutto, il cardinale Turkson, presidente del Pontificio Consiglio per la giustizia e la pace, per discutere insieme degli esisti della Conferenza Onu sul cambiamento climatico (Cop21), conclusasi lo scorso 11 dicembre a Parigi. Poi, la Comunità di Sant'Egidio con la quale collaboriamo sui temi della pace e della giustizia, in particolare per quel che riguarda il Medio Oriente, e la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei)».

La Fcei e la Comunità di Sant'Egidio sono partner per la costituzione di corridoi umanitari dal Marocco e il Libano verso l'Italia. Qual è la sua opinione riguardo a questo progetto?

«Ho un'opinione molto positiva. L'attuale crisi di migranti che raggiungono l'Europa dal Nord Africa e dal Medio Oriente richiede nuove partnership e nuove iniziative. E' importante che la società civile e le comunità di fede siano in prima linea nel difendere la dignità e garantire la sicurezza di ogni essere umano. In questa prospettiva, l'iniziativa dei corridoi umanitari, per garantire dei viaggi sicuri a persone particolarmente vulnerabili, è molto importante. E' un segno per l'intera società: non possiamo lasciare i profughi nelle mani di trafficanti che abusano e approfittano finanziariamente di loro».

Lei ha partecipato a diversi incontri organizzati attorno alla Cop21 di Parigi, definendo l'incontro un “momento di verità”. Può spiegarci cosa intendeva?

«La Cop21 è stato un momento di verità, prima di tutto perché nessuno ha messo in dubbio la realtà del cambiamento climatico, il fatto che sia riconducibile all'attività umana, e che quindi è nostra responsabilità eliminare le cause che lo producono. Ma vorrei dire che è stato anche un momento di speranza. Si è infatti avvertita la volontà diffusa di voler davvero affrontare il problema. L'accordo sottoscritto è un forte segno di questa volontà, una presa di responsabilità da parte delle nazioni che l'hanno firmato. Ora però, dobbiamo far in modo che questa speranza si realizzi veramente, che le nazioni facciano veramente la loro parte, e facciano anche di più di quel che è stato deciso a Parigi – perché in effetti le decisioni prese non sono ancora sufficienti per raggiungere gli obbiettivi prefissati. E' importante dare slancio ad ogni iniziativa per eliminare le emissioni di gas serra e l'utilizzo di energie rinnovabili. L'impegno delle comunità di fede è quello di accompagnare, sostenere e sollecitare questi cambiamenti che dovranno avvenire nel tempo più veloce possibile».

Alla Cop21 le comunità cristiane sono giunte organizzando dei “Pellegrinaggi per la giustizia climatica”, partiti da diversi punti d'Europa e perfino dalle Filippine.

«Sì, è vero. L'idea del pellegrinaggio come espressione dell'impegno cristiano è stata lanciata - a  questo punto, si può dire, con successo - dall'Assemblea 2013 del Cec a Busan (Corea). Il pellegrinaggio è la descrizione della vita cristiana nel suo insieme. E' un movimento, un cammino di fede che, nel caso di Parigi, è stato percorso a piedi, concretamente, da pellegrini in carne ed ossa che hanno attraversato l'Europa per dire che vogliono il cambiamento e ne vogliono essere parte. Il pellegrinaggio può essere percorso concretamente, simbolicamente, spiritualmente o in una combinazione di questi tre elementi. Credo che questa idea sia rilevante per ogni tradizione cristiana e che non appartenga né a una sola confessione né a una sola e specifica pratica religiosa come il visitare luoghi speciali e santi. E' invece il riconoscere che il nostro “luogo santo” è quello in cui stiamo, quello che abitiamo normalmente, quello in cui le persone hanno bisogno della nostra testimonianza e del nostro aiuto in favore della giustizia e della pace».

All'inizio del suo mandato come segretario generale del CEC il dialogo interreligioso, specialmente con il mondo musulmano, ha avuto un forte impulso. A che punto sono questi dialoghi e quali nuove iniziative sono in programma?

«Il CEC intrattiene da molti anni dei dialoghi con diversi partner musulmani. Dialoghi separati, visto che nel mondo musulmano non esiste un'organizzazione simile al CEC. Tre anni fa una delegazione composta da persone designate dal CEC e dall'università giordana Al al-bayt, si è recata in Nigeria  per ascoltare sia i cristiani sia i musulmani sulla violenza che ha colpito le loro comunità e su come superarla. Il risultato è stata l'apertura di un centro cristiano-musulmano per monitorare le violenze, ma soprattutto per sostenere le iniziative di pace e amicizia tra le due comunità in Nigeria. Qualche settimana fa a Ginevra c'è stato un incontro con un gruppo di accademici iraniani. Siamo in attesa di una visita di alto livello dal Cairo qui a Ginevra nei prossimi mesi. In questi incontri si è naturalmente discusso del rapporto tra violenza e religione. Insieme possiamo affermare che questa violenza è messa in atto da gruppi estremisti e che le situazioni che si creano sono del tutto indipendenti dalla volontà della grande maggioranza dei leader e dei fedeli musulmani. Tuttavia, il dialogo interreligioso del CEC non si limita all'islam ma abbraccia anche le altre religioni, come pure il rapporto tra religione e violenza deve essere affrontato da un punto di vista più ampio».

Qualche anno fa lei incontrò a Roma papa Benedetto XVI e gli regalò un paio di guanti di lana. Li regalerebbe anche a papa Francesco?

«No, non lo farei. All'epoca si parlava di inverno ecumenico. Oggi la stagione ecuemnica sta cambiando. Il dono dei guanti a Benedetto XVI voleva significare che in tempi in cui non vediamo i progressi sperati dobbiamo comunque essere equipaggiati per continuare il dialogo. Il cambiamento della stagione ecumenica è anche frutto della pazienza avuta nei periodi meno propizi. Dal punto di vista del CEC, osserviamo i segnali positivi provenienti da papa Francesco, tra cui le visite in Italia alla chiesa valdese di Torino e a quella luterana di Roma. Anche la posizione di Francesco sul cambiamento climatico è un elemento di unità. Credo che i cristiani debbano sempre osare una testimonianza comune, in base al livello di accordo o disaccordo esistente tra loro. Per agire in modo significativo nel servizio che rendiamo al mondo, non possiamo aspettare che tutte i disaccordi vengano risolti».

Cosa si aspetta dal Sinodo panortodosso che si terrà nel 2016?

«Personalmente saluto il Sinodo panortodosso come un importante momento di unità confessionale di cui beneficerà l'intero movimento ecumenico. Per il CEC è quindi un evento molto importante. Vorrei far notare che, fino ad oggi, il CEC è stato l'unico luogo in cui le diverse chiese ortodosse si sono incontrate tra loro. In questo senso, il CEC ha servito l'unità del mondo ortodosso in modo significativo. Questo è qualcosa di cui ci rallegriamo e speriamo possa continuare con maggior forza dopo il Sinodo». 

Riforma.it