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Colloquio con il teologo uruguaiano Guillermo Kerber, responsabile del dipartimento per la cura del
creato del Consiglio Ecumenico delle Chiese

10 settembre 2015

Mancano poco più di due mesi alla prossima Conferenza delle parti (CoP21) di Parigi sul clima.
Tra i temi all’ordine del giorno figurerà la sorte di chi è vittima delle conseguenze del cambiamento climatico, nella maggior parte dei casi popolazioni tra le più povere del pianeta. Con ancora negli occhi le immagini delle marce dei rifugiati in Ungheria degli scorsi giorni e quelle relative all’accoglienza nelle stazioni austriache e tedesche, ma anche quelle, quotidiane, dei salvataggi in mare a largo di Lampedusa, in vista di Parigi il pensiero va ad una categoria di profughi ancora troppo trascurata dai mass-media: i cosiddetti “rifugiati climatici”. Intere popolazioni costrette a lasciare i luoghi di origine e migrare altrove, semplicemente perché quelle terre scompaiono dalle carte geografiche. Una categoria di profughi priva di qualsiasi protezione giuridica. Ne abbiamo parlato con il teologo Guillermo Kerber, a capo del dipartimento del Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) per la cura del creato e la giustizia climatica.

Guillermo Kerber, in quali termini il Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) è impegnato sul fronte del fenomeno dei “rifugiati climatici”?

Della loro condizione anche giuridica il CEC si sta occupando da una decina di anni ormai. E’ un problema molto serio. Queste persone non hanno alcuna protezione particolare non essendo incluse nei criteri della Convenzione di Ginevra per i rifugiati. Però, proprio perché non sono riconosciuti in alcun modo come “rifugiati”, da un punto di vista della correttezza terminologica andrebbero chiamati diversamente. Formalmente parliamo di persone sfollate o di profughi per motivi climatici. L’approccio del CEC è quello di adottare la prospettiva della vittima: la loro condizione, alla stessa stregua degli altri migranti, rientra nell’etica dell’accoglienza dello straniero. E noi dobbiamo essere capaci di rispondere ai loro bisogni.

Il CEC, concretamente, come si muove?

Abbiamo cercato di affrontare il problema insieme alle nostre chiese membro a livello regionale, anche perché le situazioni climatiche divergono molto da regione a regione. In particolare ci siamo concentrati sul Pacifico, dato che è lì che il tema è più attuale. Nelle isole Figi gli abitanti sono stati costretti a spostare interi villaggi dalla costa alle colline a causa dell’innalzamento del mare. Per quanto riguarda l’isola di Tuvalu, per esempio, sappiamo che stanno negoziando con la Nuova Zelanda: c’è stato un primo caso di “rifugiato climatico” riconosciuto da un tribunale neozelandese, poi rigettato dalla Corte Suprema, e ora queste stesse vittime sono in negoziazioni anche con l’Australia e la Papua Nuova Guinea. Ma non c’è solo il Pacifico. Le Maldive hanno creato un fondo per il clima, con l’idea di comprare terreni altrove nel caso le popolazioni dovessero essere trasferite in massa, e parliamo di centinaia di migliaia di persone. Ma pensiamo anche al Bangladesh, o all’Africa dell’est e a chi vive in America centrale, sempre più frequentemente colpita da devastanti uragani.

Il CEC negli ultimi anni a Ginevra ha organizzato due conferenze sul tema e nel 2013, insieme a Brot für die Welt e alla Conferenza delle chiese del Pacifico, ha prodotto un rapporto. Sul fronte giuridico inoltre, a stretto contatto con le università di Limoges e di Amsterdam, abbiamo elaborato delle proposte concrete in tema di protezione delle vittime del cambiamento climatico.

A questo proposito come si sta muovendo la comunità internazionale in vista di Parigi?

È una sfida, sia a livello umanitario, sia a livello della comunità internazionale. Basti pensare che all’Unhcr dicono di non avere alcun mandato per lavorare con queste persone. Anche se in molti casi ci si rende conto dell’urgenza del problema, siamo ancora lontani dal trovare una soluzione. Certo, ci possono essere azioni di carità, aiuto umanitario ad hoc, dichiarazioni e prese di posizione. Ma se non c’è un quadro giuridico nazionale e internazionale diventa molto difficile
affrontare la questione in termini soddisfacenti.

Lei sarà a Parigi?

Sfortunatamente sì.

Perché sfortunatamente?

Sono anni che seguo le CoP sul clima per conto del CEC ed è veramente frustrante non aver mai visto accordi che rispondano efficacemente ai bisogni delle vittime del cambiamento climatico, non di quelli di domani, ma di oggi! Non credo che la CoP21 sarà un successo. Ci sarà un accordo, il migliore possibile, ma non risponderà alle urgenti necessità delle popolazioni minacciate. Eppure si tratta di un’opportunità formidabile: è l’unico spazio multilaterale dove tutti i
governi hanno la possibilità di intervenire, anche i paesi più poveri. Purtroppo spesso partecipano con una sola presenza. La nostra preoccupazione è che ancora una volta i paesi più vulnerabili non avranno sufficiente voce in capitolo ai tavoli negoziali.

Cosa si sentirebbe di dire, a questo punto?

Bisogna creare alternative. Guardiamo a cosa possiamo fare noi, nella nostra vita quotidiana e nelle nostre comunità: serve una conversione. A cominciare dai nostri stili di vita.

Riforma.it