A San Paolo fuori le mura, ragazzi e ragazze da Roma e tutt'Italia al Convegno giovani del Sae che ha messo a tema il fondamentalismo religioso e come rispondergli.


Ricco di spunti, riflessioni e proposte il Convegno dei giovani del Sae che si è svolto dal pomeriggio del 18 a domenica 20 settembre a Roma. Un fine settimana di incontri, studio e preghiera (ma anche risate e allegria) sul tema: "In nome di Dio? L'ecumenismo alla prova dei fondamentalismi".
Ad arricchire l'appuntamento la partecipazione del presidente del Sae, Simone Morandini e gli interventi di Riccardo Saccenti, Ilaria Valenzi, Dimitrios Keramidas, Lucia Capuzzi, Luca Maria Negro. Grazie a dom Donato Ogliari e a Lorenzo Sgro. L'evento romano è stato l'occasione per sottolineare come nessuno possa rivendicare il possesso esclusivo del Signore, della storia o della ragione, né parlare in loro nome contro i fratelli. L'unica via che rispecchia davvero l'amore divino è infatti il dialogo, opposto a ogni logica di sopraffazione o di imposizione.

Vedi alcune foto del convegno.

Si è conclusa al Monastero di Camaldoli la 62a sessione di formazione ecumenica del Sae (Segretariato attività ecumeniche) che ha affrontato il tema “Chiese nella secolarizzazione: una prospettiva ecumenica. Tu sei veramente un Dio misterioso (Is 45,15)”.

Come ha commentato il presidente Simone Morandini nelle conclusioni, è stata una settimana all’insegna di una diversità ricca per la presenza sia di esponenti di diverse confessioni cristiane sia di ebrei, musulmane e musulmani di diversi orientamenti. Una sessione in cui i giovani hanno avuto una presenza significativa, sia numericamente sia qualitativamente.

La domanda sul tavolo è stata: “Come stare ecumenicamente in questo tempo di secolarizzazione?”. Innanzitutto Morandini ha rilevato la sfida della comprensione: «Come ci hanno detto Debora Spini, Luigi Berzano, Gianfranco Brunelli, Roberto Repole e Giuseppe De Simone, diffidiamo di letture semplicistiche della realtà. Cogliamo la relatività della nostra esperienza della secolarizzazione: in America Latina, Europa orientale e Stati Uniti vivono esperienze diverse, testimoniate da Hanz Gutierrez, Sergej Tikhonov e Massimo Faggioli. Evitiamo di demonizzare la secolarizzazione».

Senza sottovalutare la sfida delle chiese vuote, ricordata da Fulvio Ferrario, il presidente del Sae ha ricordato l’invito di Lucia Vantini: «”Vediamo cosa di buono è iniziato, cosa sta germogliando”. Come mantenere vivificante la testimonianza dell’evangelo in comunità che lo pratichino e lo annuncino. Dobbiamo anche interrogarci su quei frutti perversi della secolarizzazione che del religioso prendono solo il volto violento e lo traducono in odio, in particolare odio antiebraico e anti-islamico, e sulle tensioni che sperimentiamo dentro e tra le nostre chiese».

Morandini ha introdotto un’altra domanda: «”Come contrastare questi volti della secolarizzazione non facendo guerra ma proponendo forme stili di vita intense ma non fondamentaliste?”. Come chiese siamo un po’ sgangherate – come ha detto Alessandra Trotta - e tuttavia siamo forti della grazia di Dio, che ci sorprende al di là delle nostre forze, per rinsaldare la speranza, coltivarla e custodirla in noi per offrirla e condividerla, come ha suggerito Vladimir Laiba, attingendo all’inedito della Pasqua talvolta inquietante che sempre ci stupisce, secondo le parole di Repole. Una speranza che può essere più salda se sa attingere a radici più profonde, non quelle a cui si richiama chi si appella a identità forti da usare come accette, ma quelle che dicono di vocazioni che ci strappano al ripiegamento su noi stessi e ci proiettano oltre, per una “chiesa in uscita”».

Per realizzare questo programma, «ci sono molte vie e molte forme, nel segno dell’incontro e della sinodalità ecumenica, istanza postaci in maniera forte da Riccardo Battocchio e Serena Noceti. Credo che questa sia una realtà da coltivare e su cui continuare a lavorare, per abitare lo spazio pubblico senza timore e senza arroganza. Tutto questo possiamo farlo se siamo capaci di ascoltare quella vita che vive feconda attorno a noi, evocata da Vantini, e dare testimonianza alla vita e alle sue ambivalenze in quella dialogicità creatrice di relazioni di cui ci parlava Francesco Zaccaria».

In sintesi, la sfida è di «ritessere il corpo delle nostre chiese e il corpo della Chiesa invisibile, unica chiesa di Cristo, come spazio terapeutico, come ci ha detto Francesca Debora Nuzzolese. La chiesa non è qualcosa di altro dalla parola di salvezza perché Dio ci salva e ci vuole salvare come popolo e come popoli. Tutta questa varietà di dimensioni potrebbe farci tremare. E tuttavia la logica è quella indicataci da Erica Sfredda nella sua meditazione: il seme che ci mostra la fragile realtà che cresce e germina al di là di quello di cui possiamo accorgerci. E il seme chiede di essere coltivato perché davvero possa germinare forme di vita consonanti con tale annuncio».

In questa prospettiva Morandini ha riletto anche il ruolo dell’associazione: «Il Sae non è una chiesa, ma una realtà che opera per coltivare questi semi che stanno crescendo. Perché l’ecumenismo fa differenza, porta buoni frutti e ne abbiamo segni. Ci sono realtà che meritano di essere coltivate: le novità dei Patti e la Charta Oecumenica e il lavoro di pace che stiamo provando a fare.

Il Sae vuole essere un servizio al cammino delle chiese a partire da Maria Vingiani, nel segno della laicità e dell’interconfessionalità, con il privilegio della formazione come grande sfida ecumenica. Sessant’anni sono passati dalla fondazione, questo è per noi un anniversario. Noi facciamo tenacemente ecumenismo, qui e nei gruppi locali che al nord al sud e al centro sono tenacemente presenti nelle città italiane. A settembre avremo il convegno dei giovani e un incontro online sul nostro documento sulla pace. Stiamo lavorando sull’archivio di Maria Vingiani. Il cammino ecumenico ha bisogno di una solida e buona memoria dei cammini passati».

Dopo il ringraziamento al comitato esecutivo e a quante e quanti hanno collaborato al successo della sessione, il presidente del Sae ha concluso con un augurio: «Buona strada del lavoro ecumenico tra continuità e novità, guidata da un futuro che ci attrae. Ci accompagni il Dio misterioso di Isaia nascosto eppure salvatore, ricco di mistero ma potente nella misericordia».

L’ultima tavola rotonda della sessione di formazione ecumenica del Sae che si è conclusa a Camaldoli il 1° agosto è stata dedicata alla” Chiesa che verrà”. Relatori l’arcivescovo di Torino, cardinale Roberto Repole, e il pastore battista Simone De Giuseppe, delegato dell’Unione delle Chiese evangeliche battiste alla Conferenza delle Chiese europee.

Nel suo intervento, Roberto Repole ha premesso che il Concilio Vaticano II è stato un primo momento simbolico di confronto del cattolicesimo con il mondo secolarizzato, in un’epoca in cui il confronto avveniva in una società dai valori condivisi ed era facile prospettare un dialogo, anche grazie al riconoscimento da parte della Chiesa cattolica della «legittima autonomia delle realtà terrene» (Gaudium et Spes 36). Nel frattempo, sono sorti mutamenti radicali e la cifra della post modernità è diventata quella della complessità.

In primo luogo, ha spiegato il teologo, la chiesa è alle prese con il processo di deculturazione a cui non segue un processo di nuova acculturazione. La deculturazione è simultaneamente una de-socializzazione. L’individualismo espressivista imperante sta destrutturando la società. Inoltre, assistiamo alla restrizione della libertà e della razionalità in un contesto di economicismo iper-liberista e sviluppo tecno-scientifico il cui riflesso sociale più importante è sull’impatto del digitale sulle relazioni e la libertà umana. «La connessione globale ci priva di un’autentica comunicazione, c’è una connessione senza comunità. L’interlocutore si riduce a specchio in cui ci si rispecchia. Noi oggi siamo molto propensi a riporre la nostra fiducia nei meccanismi delle macchine che usiamo, riducendo quel fenomeno di fiducia nelle persone e nelle istituzioni. La libertà diventa risposta a ciò che è offerto come in un supermercato. Con la libertà è compromessa anche la razionalità, che diventa tecnico-dominativa». Repole, però, individua anche la permanenza nell’essere umano del bisogno di senso che, seppur non si traduca in un’immediata richiesta di trascendenza, rende consapevoli dell’ansia, dell’angoscia e della paura pervasiva causate dalla finitudine, soprattutto tra i più giovani.

Di fronte a tutto questo emerge la domanda “Come può essere la chiesa che verrà?”. Il cardinale ha individuato tre coordinate: «la necessità di una chiesa che sia capace di una nuova apologia dell’umano, che sappia profeticamente portare la novità della libertà cristiana e della razionalità che alla luce della fede in Cristo può portare, e il fattore ecclesiale come un fattore che probabilmente sarà determinante per la presenza profetica delle chiese all’interno della cultura secolarizzata».

Una nuova apologia dell’umano, ha spiegato, sarà necessaria a partire da Cristo, l’uomo vero. La chiesa dovrà saper nominare ciò che la cultura iper liberista e tecno-scientifica vogliono nascondere: i malesseri di un contesto culturale che lascia delle angosce profonde. «Poter nominare questo è un servizio grandissimo a questo mondo. Insieme a ciò mostrare, sempre a partire da Cristo, in particolare dalla sua risurrezione, la forza rigenerante e umanizzante del cristianesimo. Forse alle chiese spetterà di ritrovare il coraggio dell’annuncio dell’inedito che viene dalla Pasqua di Cristo come qualcosa capace di inquietare una finitudine rinchiusa in sé stessa».

Una seconda coordinata, per la chiesa, sarà «portare il valore della libertà umana e della razionalità, ridare spessore a una libertà che rischia di essere atrofizzata. La libertà oggi è parola d’ordine ma rischia di essere da supermercato: prendi quello che ti è concesso di prendere, mancando il bersaglio della profondità della libertà che ha senso solo se può spendersi per qualcosa. Da questo punto di vista le chiese potrebbero dal passato riscoprire dei tesori che oggi possono essere messi a disposizione del mondo». Nel 681 tenemmo un Concilio definito ecumenico che sconfisse il monotelismo mostrando che c’è una volontà piena di Cristo, senza la quale non c’è salvezza e quindi una libertà piena nell’umano di Gesù che appare nella Pasqua come accoglienza, dedizione totale e capacità di reciprocità buona. Per noi si tratta di tornare alla vicenda di libertà di Gesù, che culmina nella passione e morte, per cogliere che la profondità di quella libertà sta nell’essere stesso di Dio».

Citando Ratzinger per il quale «la fede allarga la razionalità perché non è nell’ordine del fare e del fattibile e inserisce nella riflessione le questioni fondamentali», Repole vede una razionalità che «non si ferma all’oggettività della ricerca scientifica ma si pone le tematiche che includono la libertà dell’essere umano, che è nell’ordine del desiderio e non del bisogno e coglie che ogni conoscenza è preceduta da un atto di amore».

Ultimo, ma non ultimo, le chiese potranno offrire quello che è il “fattore ecclesiale” come fattore decisivo per il futuro delle chiese e della società: «si tratterà di mostrare in atto che c’è un motivo teologico per cui la salvezza ci raggiunge in modo incipiente in una comunità in cui facciamo simultaneamente esperienza della filiazione divina e della fraternità tra noi. Bisognerebbe riuscire a riprendere confidenza, con la teologia, che questa non è la stagione solo di una riflessione sul “come” della chiesa, ma sul “perché” della chiesa. Ciò che stiamo facendo, anche insieme, nel cammino di sinodalità, può essere una palestra interessante perché, nella misura in cui la sinodalità rappresenta il trovare la necessità di camminare insieme con Cristo risorto verso il Regno, è una profezia grandissima in un mondo de-culturalizzato e de-socializzato».

Utilizzando l’immagine del cannocchiale, ripresa dall’esperienza di bambino nelle notti stellate, Simone De Giuseppe ha individuato tre “lenti” per guardare alla Chiesa che verrà: la “lente” teologica, quella sociologica e quella etica.

Difficile immaginare il futuro della Chiesa, ha esordito, «anche perché, come dice il sottotitolo della sessione, “Tu sei veramente un Dio misterioso”, un versetto di Isaia (Is 45,15) ripreso dal riformatore Martin Lutero per indicare il Deus absconditus e l’imperscrutabilità dei suoi disegni. Dio appare misterioso proprio in un momento di crisi del popolo d’Israele deportato a Babilonia. Dio risulta misterioso proprio a credenti che vivono una condizione di diaspora, caratterizzata da isolamento, disorientamento e solitudine».

Con la seconda “lente”, quella sociologa, il pastore riprede le tesi di tre sociologi europei. Luigi Berzano, relatore alla sessione, definisce quello europeo un “cristianesimo in diaspora”. Il fenomeno della diaspora era stato predetto da Joseph Ratzinger, ricorda De Giuseppe, ed era affermato da Karl Rahner «Il cristianesimo come diaspora è la modalità con la quale le chiese cristiane devono concepirsi nell’Europa di oggi e di domani; vale per la maggioranza cattolica nel sud-Europa, così come per la maggioranza protestante nel nord-Europa e la maggioranza ortodossa nell’Europa dell’est. Per certi versi, la secolarizzazione ha messo in luce la condizione originaria dei cristiani e delle cristiane, ben espressa dalle parabole bibliche, di essere granelli di senape, lievito e - aggiungo - sale della terra. Non una maggioranza dominante e potente, ma una minoranza potenzialmente creativa e dinamica della società. Per me, come evangelico, è normale essere minoranza nella società italiana. La Kek, che è stata ricevuta al Parlamento europeo, è una voce come tante altre».

Citando il sociologo e psicologo ceco Tomáš Halík, autore del libro Pomeriggio del cristianesimo. Il coraggio di cambiare, il relatore ha affermato che l’Europa sta vivendo «un’epoca nuova in un contesto secolarizzato o post-secolare che non si presenta come una sconfitta, ma come un kairós per le chiese. Halík riconosce nel suo saggio la crisi dei riti ecclesiali tradizionali, ma vede in essa un’opportunità per superare il paradigma di una “religione culturale” e per riscoprire il valore autentico della fede cristiana vissuta e praticata quotidianamente».

La terza tesi sostenuta è ripresa dal sociologo tedesco e luterano Hartmut Rosa – ascoltato da De Giuseppe nell’ultima Assemblea generale della Kek in Estonia -, autore di Perché la democrazia ha bisogno della religione e Indisponibilità. All’origine della risonanza. «La frenesia moderna, il consumismo, la mercificazione, i social network e le nuove tecnologie del mondo occidentale stanno contribuendo a generare l’alienazione delle persone in una società accelerata, indebolendo la capacità di ascolto e la tenuta democratica dei Paesi. Le religioni diventano così l’antidoto che offre un asse di “risonanza” verticale tra l’essere umano e Dio e uno spazio di “indisponibilità” orizzontale tra i credenti, qualora non scadano nei fondamentalismi o nelle chiusure identitarie». Quando sono vissute con apertura, le fedi religiose «permettono di ritrovare, attraverso il silenzio, la preghiera e il canto, un ascolto profondo che ridà vibrazione alla vita sociale, riabilita lo spazio pubblico contro le polarizzazioni ideologiche e permette di ricreare legami comunitari autentici. Le religioni sono una risorsa vitale per l’Europa del futuro perché agiscono contro una logica del controllo, coltivando l’incontro con l’Incontrollabile per definizione».

Guardando alla Chiesa che verrà da una prospettiva etica, De Giuseppe vede due possibili atteggiamenti, trasversali a tutte le Chiese: un atteggiamento fondamentalista, che vive la fede cristiana in modo identitario, definendosi a partire dal contrasto con il diverso considerato come un pericolo, e uno riformista che riscopre l’essenziale della propria fede a partire dal Vangelo. In tutte le Chiese cristiane, nota il pastore, ci sono tentativi di cogliere questo nuovo tempo non come una minaccia ma come un’opportunità di cambiamento.

La Charta Oecumenica, recentemente aggiornata, è vista dal relatore come un documento fondamentale per ripensare l’azione ecumenica delle Chiese cristiane in un’Europa che presenta nuove sfide per il futuro. Secondo De Giuseppe, la firma dei patti tra le Chiese cristiane a Bari e tra le religioni a Roma, oltre al recente convegno per riflettere sul reciproco riconoscimento del battesimo tra battisti, metodisti e valdesi, hanno rappresentato delle concretizzazioni delle linee guida della Charta Oecumenica e hanno tracciato un nuovo cammino per il cristianesimo italiano di domani».

Così come i profeti, oggi le chiese «sono chiamate a essere sentinelle profetiche al loro interno e al loro esterno. Nello specifico, chiese che osano annunciare l’Evangelo con nuovi linguaggi nei contesti dove ce n’è più bisogno; chiese che possono insegnare il valore della comunione e della ricchezza delle differenze, che non si spaventano di fronte all’incontro tra persone di culture diverse, che accolgono le sensibilità di tutte le generazioni; chiese inclusive verso ogni minoranza, chiese ecumeniche, aperte al dialogo interreligioso e con la società, senza cadere nella trappola dell’antisemitismo e dell’islamofobia; chiese capaci di testimoniare con coraggio la pace e la nonviolenza nel clima bellicista europeo e di guarire le ferite del passato nel segno della riconciliazione; chiese che ricercano la salvaguardia del creato con azioni concrete; chiese in grado di stare con coloro che sono messi ai margini e che sbarcano sulle nostre coste; che provano a interrogarsi sull’uso responsabile delle nuove tecnologie; chiese in grado di raccontare e trasmettere con gioia l’amore e la speranza di vita promessi da Dio».

De Giuseppe ha concluso condividendo la speranza che «questo tempo di “pomeriggio del cristianesimo”, in cui si vivono l’alienazione di una società secolarizzata e l’esperienza collettiva di un cristianesimo in diaspora, segni un nuovo inizio. «È proprio quando cala il sole nel tardo pomeriggio che nell’oscurità inizia un nuovo giorno in cui vivere l’attesa speranzosa di una nuova alba che sicuramente sorgerà».

Le ultime due meditazioni della 62a sessione di formazione ecumenica del Sae, svoltasi al Monastero di Camaldoli dal 26 luglio al 1° agosto, sono state proposte dalla predicatrice valdese Erica Sfredda, presidente emerita del Sae, e dal teologo Ivan Nikolaev, della Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia.

Erica Sfredda ha riflettuto sulle parabole inerenti al Regno di Dio (Mt 13,31-34). «Gesù non descrive il Regno di Dio come un luogo fantastico, ma come una realtà talmente vicina a noi da potercela raccontare utilizzando esperienze materiali e quotidiane. Il nostro contesto culturale e filosofico ci rende ancora più difficile parlarne. L’umanità, per lo meno quella occidentale, non può più non interrogarsi sul senso anche teologico che rappresentano realtà come i morti nel Mediterraneo, le guerre, i genocidi, l’utilizzo della schiavitù e della tortura, il disastro ambientale. Per non parlare della piccola e quotidiana sofferenza che ci circonda: le donne maltrattate, le malattie, la vecchiaia abbandonata, l’infanzia abusata. Come parlare di gioia, di speranza, di impegno per il Regno di Dio in un contesto come il nostro? Come far emergere il “già” e non concentrarsi solo sul “non ancora”?»

Nelle due parabole, nelle quali sono protagonisti un seme e una manciata di lievito, l’aspetto che colpisce, sottolinea Sfredda, è il contrasto tra le dimensioni dell’inizio e quelle della fine. In entrambe le situazioni avviene qualcosa di misterioso. «Ed ecco la prima straordinaria notizia: la nostra fede, spesso modesta e povera di slanci, può produrre effetti incredibili e inimmaginabili. Ma non illudiamoci: queste azioni apparentemente insignificanti richiedono di non aver paura di perdere il senso della propria importanza. Questa è anche la seconda buona notizia: non dobbiamo essere grandi, avere migliaia di seguaci per poter lavorare per il Regno di Dio. Al contrario, dobbiamo accogliere una logica totalmente diversa, prendere le distanze dalle dinamiche di potere, privilegio, egoismo, indifferenza. Dobbiamo accettare di rinunciare a noi stessi per diventare qualcosa di nuovo, un grande albero nel quale trova posto tutta l’umanità. Non, uno spazio dal quale giudicare gli altri e da difendere con gli eserciti, ma un luogo ampio e accogliente dove trovare protezione, gioia, pace e benedizione. Come l’albero non discrimina gli uccelli, né li separa, così nel Regno di Dio troveremo un’ospitalità piena, universale e generale».

Secondo la predicatrice, occorre vigilare per non perdere di vista il carattere escatologico di queste parabole: «Gesù non parla di una teocrazia, ma del Regno di Dio, che nasce nascosto ed invisibile ai più, fino a quando la sua potenza non si manifesterà appieno e darà agli uomini e alle donne un sicuro riparo. La storia delle chiese cristiane è invece stata trasversalmente segnata dal tentativo di avere visibilità e perfino potere, dalla volontà di imporre la propria fede e le proprie strutture». Solo accettando che il Regno è nelle mani di Dio, cristiane e cristiani potranno, con gioia e speranza, rimboccarsi le maniche per annunciarlo».

Conclude Sfredda: «Continuiamo, instancabili, a seminare e a lavorare la pasta con tutte le nostre forze e capacità, con tutto lo slancio che le nostre fedi ci donano, con tutta la gioia che il Signore distribuisce con generosità, fiduciose e fiduciosi che il risultato non è nelle nostre mani, e non dipende da noi, ma dal nostro Signore, più potente di ognuno di noi, più forte delle nostre confessioni, più grande delle nostre religioni, più amorevole di qualsiasi creatura sulla terra».

Ivan Nikolaev ha riflettuto sul libro dell’Apocalisse (Ap 21,21-25), che «invita ad assumere uno sguardo particolare e mai scontato. La visione del capitolo 21 appartiene al futuro escatologico che, nella prospettiva dell’autore dell’Apocalisse, non è semplicemente ciò che deve venire. Il Regno non è ancora pienamente manifestato, ma è già entrato nel mondo. La Gerusalemme celeste esercita già ora una forza di attrazione sulla storia, per questo non è soltanto la meta del cammino cristiano: è anche il criterio con cui leggere il presente».

La vera contrapposizione non è tra la Gerusalemme celeste e quella terrestre, ma fra Gerusalemme e Babilonia. Quest’ultima «rappresenta l'impero che pretende di assolutizzare il proprio potere, la città autoreferenziale che si costruisce dimenticando Dio e facendo di sé stessa il centro della storia. La Rivelazione di Giovanni ha contribuito a maturare la distinzione fra ciò che appartiene a Dio e ciò che appartiene a Cesare che costituisce la base del nostro impegno contro ogni idolatria politica».

Il cuore della visione di Giovanni, nella meditazione del teologo, è racchiuso nell’affermazione. «Non vidi alcun tempio in essa, perché il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio» (Is, 21,22). «L’Antico Testamento già preannunciava questa visione. Non esiste più una distinzione fra spazio sacro e spazio profano. La gloria di Dio riempie ogni cosa e trasforma l'intera città in un unico santuario. È un'immagine che interpella profondamente anche le nostre comunità. Quanto spesso continuiamo a pensare il sacro come uno spazio limitato, quasi che Dio abitasse soltanto dentro alcuni luoghi o alcuni momenti della vita. L'Apocalisse ci ricorda invece il punto d'arrivo della storia della salvezza: Dio desidera abitare con gli uomini, non semplicemente essere occasionalmente visitato dagli uomini».

Il versetto successivo (Ap 21,23) si focalizza sulla luce che illumina la città, l’Agnello. «L’insistenza dell’Apocalisse sull’immagine dell’agnello è un modo per ricordarci che le ferite della Pasqua non appartengono soltanto al passato. Ancora una volta, l'incarnazione non viene cancellata nell'eternità. Il Figlio continua per sempre ad essere l'Agnello immolato e vivente. La gloria di Dio conserva per sempre il volto dell'amore che si dona».

Allargando lo sguardo, continua Nikolaev, si può vedere chi abita la Città e come tutta l'umanità viene attratta verso di essa (Ap 21,24). «Per tutto il libro dell'Apocalisse i re della terra sono stati associati ai poteri che si oppongono a Dio. Ora, invece, li ritroviamo trasformati. Non sono più protagonisti della propria gloria; vengono a deporla davanti alla gloria di Dio. Questo significa che nulla di autenticamente umano va perduto nel Regno di Dio. Le culture, i popoli, le lingue, la storia concreta dell'umanità non vengono cancellati. Sono purificati, liberati da tutto ciò che li rende idolatrici e autoreferenziali. Dio non salva l'uomo cancellandone la storia; salva la sua storia trasfigurandola. La grazia non distrugge la natura, la conduce al suo compimento. Persino la diversità delle nazioni non rappresenta più una minaccia. La Gerusalemme celeste non realizza l'unità eliminando le differenze. Possiamo dire che qui Giovanni descrive la piena riconciliazione tra unità e pluralità, un tema così travagliato per la nostra quotidianità ecclesiale, ma anche per l’intero movimento ecumenico».

L’ultimo versetto oggetto della meditazione (Ap 21,25) dice che le porte della Gerusalemme celeste rimangono costantemente aperte perché il male non possiede più alcun potere. La fiducia ha definitivamente sostituito la paura. «Forse è proprio questa l'immagine che può accompagnare anche la nostra riflessione sulla secolarizzazione. La città di Dio non vive nella paura del mondo. La sua identità non dipende dalla contrapposizione con qualcuno, ma dalla presenza dell'Agnello. La Chiesa assomiglia alla Gerusalemme celeste quando diventa abbastanza trasparente da lasciar passare la luce di Cristo. Non quando cerca di sostituirsi a Dio, ma quando permette agli uomini di incontrarlo. Non quando accumula potere, ma quando riflette la gloria dell'Agnello. Il futuro di Dio ci invita a imparare già oggi ad abitare la città degli uomini secondo la logica della Gerusalemme celeste: una città nella quale tutto diventa trasparenza e lode».

La secolarizzazione, letta alla luce di questa pagina, «è innanzitutto un’occasione di purificazione delle nostre immagini di Dio e della comunità cristiana, indispensabile per l’avvicinamento alla purità della Gerusalemme celeste. È una via che, se vissuta con lo spirito giusto, ci può permettere una liberazione dai nostri idoli. Fino al punto in cui la pienezza dell’unione reale con Dio non sostituisca i tanti schemi che ci creiamo – con la pienezza della presenza immediata.

Ha concluso Nikolaev: «Il mondo ha bisogno di un cristianesimo che non vive delle sicurezze offerte dal potere, dal prestigio o dall'influenza sociale, capace di custodire la propria identità senza trasformarla in una fortezza. Un cristianesimo sufficientemente trasparente da lasciare intravedere, attraverso la propria povertà e le proprie ferite, la luce dell'Agnello. Non attendiamo semplicemente un mondo migliore, ma il compimento della comunione tra Dio e l'umanità che inizia qui».

Ormai è diventata una piacevole tradizione: anche quest'anno i giovani del Sae si ritroveranno per un nuovo appuntamento ecumenico.
L'evento si terrà dal 18 al 20 settembre a Roma: l'alloggio sarà presso Villa Benedetta (via della Moletta 10), mentre il convegno si terrà presso la Basilica di San Paolo fuori le Mura (piazzale San Paolo 1).
Il titolo scelto per quest'anno è

In nome di Dio? L'ecumenismo alla prova dei fondamentalismi.

Viviamo in un contesto politico segnato da violenze che negano i diritti umani, in cui spesso emerge un'arma ideologica: la pretesa di avere Dio, la ragione e la storia dalla propria parte, per giustificare qualsiasi azione in nome di un presunto bene superiore.
Eppure, è Dio stesso a insegnarci continuamente a orientare i nostri pensieri e le nostre energie verso le opere di bene, al servizio del prossimo, piuttosto che ad alimentare divisioni e a farci nemici gli uni degli altri.
Nessuno può rivendicare il possesso esclusivo del Signore, della storia o della ragione, né parlare in loro nome contro i fratelli.
L'unica via che rispecchia davvero l'amore divino è il dialogo, opposto a ogni logica di sopraffazione o di imposizione.
Siamo ancora capaci, come giovani, di costruire ponti di dialogo con chi non rispetta il comandamento "Non nominare il nome di Dio invano"?
A questa domanda cercheremo di rispondere insieme, attraverso il confronto, la preghiera e l'apprendimento reciproco, nella convinzione che investire nel dialogo sia, oggi più che mai, la scelta più appropriata.
Per approfondire queste riflessioni così attuali, l'appuntamento è a Roma per dialogare con gli ospiti, condividere idee e riflessioni e pregare insieme.


Quota di partecipazione comprensiva di vitto e alloggio: € 100 (iscrizioni aperte fino al 6 settembre)
Per iscriverti, compila il modulo: https://forms.gle/zqCScFWu8JW4imNY8
Per ulteriori informazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. — Instagram @sae_aps — tel. +39 349398101

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