È iniziata stamattina alla foresteria del Monastero di Camaldoli la 62ª Sessione di formazione ecumenica del SAE (Segretariato attività ecumeniche - aps) sul tema “Chiese nella secolarizzazione: una prospettiva ecumenica. Tu sei veramente un Dio misterioso (Is 45,15)”.

Fino al 1° agosto donne e uomini, teologi/e, pastori/e, laiche e laici di diverse confessioni cristiane ed esponenti del mondo ebraico e islamico rifletteranno e si confronteranno su presente e futuro della fede in un mondo che cambia. La sessione si articolerà in plenarie, laboratori, liturgie, meditazioni e momenti conviviali.

La prima giornata è iniziata con la preghiera ecumenica preparata dal gruppo misto liturgico che ha aperto sulla speranza evocata dal profeta Abacuc e nella lode del salmo 98, ricordando anche il contesto mondiale, le gioie e le sofferenze di tutte e tutti.

È seguito il saluto di dom Matteo Ferrari, priore di Camaldoli e priore generale della congregazione camaldolese dell’ordine di San Benedetto. «Questa è una bella settimana per incontrarci tutti insieme, segnata dalla memoria liturgica di una ospitalità reciproca del Signore e degli amici che lo hanno ospitato a Betania. Vi auguro una buona settimana nella consapevolezza di essere accolti come ospiti e di sapere che anche noi ci sentiamo accolti da voi».

Ha introdotto i lavori il teologo Simone Morandini, presidente del Sae dallo scorso ottobre, ringraziando tutte e tutti che hanno collaborato e collaborano all’organizzazione dell’evento e alla Tavola valdese e alla Conferenza episcopale italiana che con i loro contributi sostengono le sessioni del Sae. Il presidente ha condiviso i saluti e gli auguri di chi non può partecipare, tra loro il cardinal Matteo Zuppi e Filomena Sacco e Gaia De Vecchi della presidenza dell’associazione dei Teologi morali. «Ci incontriamo in un tempo che è di guerra, di guerra che coinvolge tra l’altro le religioni e le chiese in forme che non vorremmo vedere – ha detto -, tempo di fondamentalismi che devastano il Vangelo con ermeneutiche inaccettabili e favoriscono lacerazioni entro le chiese. Un tempo che è però anche, grazie a Dio, un tempo di dialogo». Ricordando la sesta Conferenza mondiale di Fede e Costituzione, il rinnovo della Charta Oecumenica, il Simposio di Bari e il Patto tra le religioni di Roma, Morandini ha commentato: «Mi pare che in essi si disegna come una resistenza controculturale, un modo di dire pace in tempi difficili. Anche il nostro ritrovarci qui è espressione viva di tale resistenza: pur in mezzo a fatiche e difficoltà, condividere gioia dell’incontro, del dialogo e della ricerca, della lode al Signore».

Nel 2026 ricorrono i sessant’anni della fondazione ufficiale del Sae, due anni dopo la prima sessione, che si tenne alla Mendola nel 1964. Rispetto a questo anniversario, Morandini ha ricordato le presidenze che lo hanno preceduto fino alla fondatrice, Maria Vingiani, e don Giovanni Cereti, testimone e protagonista, recentemente scomparso. Questo è l’anno anche di sistemazione dell’archivio di Maia Vingiani, ospitato dal Centro studi educativi di Milano. Per il presidente è l’occasione per ringraziare chi lo ospita, Angelica Abitante ne sta realizzando il riordino, Donatella Saroglia e quanti ne stanno sostenendone economicamente il lavoro di sistemazione, tra i quali la Cei.

Veniamo da un passato sotto gli occhi di Dio, aperta alla sua presenza, il tempo della cristianità, ha continuato Morandini, a un tempo gioioso e oppressivo, e siamo oggi nel tempo della secolarizzazione, «una condizione complessa che analizzeremo specie nei primi due giorni», una condizione «in cui Dio è invece socialmente percepito come realtà privata, e in tal senso spesso anche distante dalla vita personale e sociale, assente, poco attraente», ma anche un Dio dai molti volti in un mercato delle religioni globale, «Alcuni vivono questa come una stagione liberante, in cui si aprono inedite possibilità di esistenza, in cui realtà opprimenti vengono smantellate, ma anche in cui l’idea di Dio sostiene volontà belliche. Come muoversi in questa realtà, per realizzare questa transizione?».

Le Chiese, in questo tempo, sono chiamate «ad essere comunità, ad essere segno e strumento del Regno» ma tante domande scaturiscono da qui, ha continuato il presidente. Cosa resta in questo tempo? Cosa è efficace in ordine alla testimonianza? Dove andare? Ci sono dinamiche fortemente identitarie che non amiamo. C’è ancora bisogno di ritualità nei momenti di passaggio della vita. Le comunità cristiane sono chiamate a portare una parola.

«Dove ci porta il Dio misterioso, il Dio che sempre e di nuovo si svela e al contempo si nasconde, il Dio che ci mette in cammino? Che cosa di ciò che portiamo nelle nostre tradizioni e nelle nostre chiese aiuta gli uomini e le donne di questo tempo ad interpretare la vita e le relazioni dando loro senso?». Morandini ha enumerato l’andare oltre la religione borghese, la radicalità della speranza nel Regno, l’attenzione per i poveri e per il creato, l’attenzione di genere, l’impegno per la pace. E ha concluso: «Una cosa che certamente possiamo e dobbiamo fare è guardare a Gesù. Narrare in forme nuove, ma senza perdere quanto abbiamo ricevuto, cercare le parole dire del Padre di Gesù, dello Spirito vivificante, per coltivare comunità ospitali e lavorare per l’unità. Che tutto questo ci accompagni nei giorni che vivremo assieme, per crescere come comunità ecumenica di ricerca. Dove ci porta tutto questo? Forse a entrare un po’ di più, assieme, nello spazio del Dio misterioso cui parla Isaia».