DIARIO DELLA SESSIONE
Iniziata a Camaldoli la 62ª Sessione di formazione ecumenica del SAE
COMUNICATO STAMPA 1
È iniziata stamattina alla foresteria del Monastero di Camaldoli la 62ª Sessione di formazione ecumenica del SAE (Segretariato attività ecumeniche - aps) sul tema “Chiese nella secolarizzazione: una prospettiva ecumenica. Tu sei veramente un Dio misterioso (Is 45,15)”.
Fino al 1° agosto donne e uomini, teologi/e, pastori/e, laiche e laici di diverse confessioni cristiane ed esponenti del mondo ebraico e islamico rifletteranno e si confronteranno su presente e futuro della fede in un mondo che cambia. La sessione si articolerà in plenarie, laboratori, liturgie, meditazioni e momenti conviviali.
La prima giornata è iniziata con la preghiera ecumenica preparata dal gruppo misto liturgico che ha aperto sulla speranza evocata dal profeta Abacuc e nella lode del salmo 98, ricordando anche il contesto mondiale, le gioie e le sofferenze di tutte e tutti.
È seguito il saluto di dom Matteo Ferrari, priore di Camaldoli e priore generale della congregazione camaldolese dell’ordine di San Benedetto. «Questa è una bella settimana per incontrarci tutti insieme, segnata dalla memoria liturgica di una ospitalità reciproca del Signore e degli amici che lo hanno ospitato a Betania. Vi auguro una buona settimana nella consapevolezza di essere accolti come ospiti e di sapere che anche noi ci sentiamo accolti da voi».
Ha introdotto i lavori il teologo Simone Morandini, presidente del Sae dallo scorso ottobre, ringraziando tutte e tutti che hanno collaborato e collaborano all’organizzazione dell’evento e alla Tavola valdese e alla Conferenza episcopale italiana che con i loro contributi sostengono le sessioni del Sae. Il presidente ha condiviso i saluti e gli auguri di chi non può partecipare, tra loro il cardinal Matteo Zuppi e Filomena Sacco e Gaia De Vecchi della presidenza dell’associazione dei Teologi morali. «Ci incontriamo in un tempo che è di guerra, di guerra che coinvolge tra l’altro le religioni e le chiese in forme che non vorremmo vedere – ha detto -, tempo di fondamentalismi che devastano il Vangelo con ermeneutiche inaccettabili e favoriscono lacerazioni entro le chiese. Un tempo che è però anche, grazie a Dio, un tempo di dialogo». Ricordando la sesta Conferenza mondiale di Fede e Costituzione, il rinnovo della Charta Oecumenica, il Simposio di Bari e il Patto tra le religioni di Roma, Morandini ha commentato: «Mi pare che in essi si disegna come una resistenza controculturale, un modo di dire pace in tempi difficili. Anche il nostro ritrovarci qui è espressione viva di tale resistenza: pur in mezzo a fatiche e difficoltà, condividere gioia dell’incontro, del dialogo e della ricerca, della lode al Signore».
Nel 2026 ricorrono i sessant’anni della fondazione ufficiale del Sae, due anni dopo la prima sessione, che si tenne alla Mendola nel 1964. Rispetto a questo anniversario, Morandini ha ricordato le presidenze che lo hanno preceduto fino alla fondatrice, Maria Vingiani, e don Giovanni Cereti, testimone e protagonista, recentemente scomparso. Questo è l’anno anche di sistemazione dell’archivio di Maia Vingiani, ospitato dal Centro studi educativi di Milano. Per il presidente è l’occasione per ringraziare chi lo ospita, Angelica Abitante ne sta realizzando il riordino, Donatella Saroglia e quanti ne stanno sostenendone economicamente il lavoro di sistemazione, tra i quali la Cei.
Veniamo da un passato sotto gli occhi di Dio, aperta alla sua presenza, il tempo della cristianità, ha continuato Morandini, a un tempo gioioso e oppressivo, e siamo oggi nel tempo della secolarizzazione, «una condizione complessa che analizzeremo specie nei primi due giorni», una condizione «in cui Dio è invece socialmente percepito come realtà privata, e in tal senso spesso anche distante dalla vita personale e sociale, assente, poco attraente», ma anche un Dio dai molti volti in un mercato delle religioni globale, «Alcuni vivono questa come una stagione liberante, in cui si aprono inedite possibilità di esistenza, in cui realtà opprimenti vengono smantellate, ma anche in cui l’idea di Dio sostiene volontà belliche. Come muoversi in questa realtà, per realizzare questa transizione?».
Le Chiese, in questo tempo, sono chiamate «ad essere comunità, ad essere segno e strumento del Regno» ma tante domande scaturiscono da qui, ha continuato il presidente. Cosa resta in questo tempo? Cosa è efficace in ordine alla testimonianza? Dove andare? Ci sono dinamiche fortemente identitarie che non amiamo. C’è ancora bisogno di ritualità nei momenti di passaggio della vita. Le comunità cristiane sono chiamate a portare una parola.
«Dove ci porta il Dio misterioso, il Dio che sempre e di nuovo si svela e al contempo si nasconde, il Dio che ci mette in cammino? Che cosa di ciò che portiamo nelle nostre tradizioni e nelle nostre chiese aiuta gli uomini e le donne di questo tempo ad interpretare la vita e le relazioni dando loro senso?». Morandini ha enumerato l’andare oltre la religione borghese, la radicalità della speranza nel Regno, l’attenzione per i poveri e per il creato, l’attenzione di genere, l’impegno per la pace. E ha concluso: «Una cosa che certamente possiamo e dobbiamo fare è guardare a Gesù. Narrare in forme nuove, ma senza perdere quanto abbiamo ricevuto, cercare le parole dire del Padre di Gesù, dello Spirito vivificante, per coltivare comunità ospitali e lavorare per l’unità. Che tutto questo ci accompagni nei giorni che vivremo assieme, per crescere come comunità ecumenica di ricerca. Dove ci porta tutto questo? Forse a entrare un po’ di più, assieme, nello spazio del Dio misterioso cui parla Isaia».
Secolarizzazione: nemica o amica delle religioni?
COMUNICATO STAMPA 2
Alla sessione di formazione ecumenica del Sae, in apertura oggi a Camaldoli, si è entrati nel tema con le definizioni sociologiche dei processi di secolarizzazione e del secolarismo, un progetto politico che vuole la separazione tra sfera politica e religiosa. In collegamento video, la filosofa Debora Spini è risalita al concetto del padre della sociologia moderna, Max Weber, per il quale secolarizzazione, usato da lui raramente, indicava, a differenza di ora, il processo attraverso il quale lo Stato avocava a sé i beni della Chiesa cattolica. Il filosofo preferiva usare la parola disincanto, che è l’effetto della modernità: il mondo non è più magico, sono la scienza e la tecnologia gli strumenti che ci spiegano il mondo.
Weber, ha continuato Spini, «vede in generale la religione come vittima del disincanto, ma dando una spiegazione sottile. Il disincanto del mondo è anche l’ultimo risultato di un processo di intellettualizzazione della religione che avviene lungo una linea ininterrotta che inizia con l’antico Israele con il divieto dell’idolatria. Un fenomeno che continua con il cristianesimo e ha il suo picco nella Riforma protestante».
Peter Ludwig Berger è uno dei sociologi che hanno sviluppato la teoria della secolarizzazione, vista come destino necessario che portava a una progressiva irrilevanza della religione nella sfera pubblica, sempre più accomodata alla modernità e intimista. Questa progressiva irrilevanza, secondo Spini, è solo una delle spiegazioni. Infatti anche Berger tornò sui suoi passi.
Come sosteneva il filosofo canadese Charles Taylor, la secolarizzazione non portava a un arretramento della religiosità, ma a una trasformazione dell’essere religiosi. Il fatto che oggi ci rivolgiamo alla scienza non vuol dire che non si possa essere religiosi: si è religiosi in maniera diversa.
«Guardando alla politica internazionale dell’ultimo ventennio – l’attentato alle torri gemelle, il fenomeno dei talebani in Afghanistan, l’ascesa dei nazionalismi, la destra religiosa negli Usa – molti sociologi parlano di de-secolarizzazione o riscossa delle religioni. Io ritengo sia più fertile la spiegazione di Taylor: è il cambiamento delle credenze. Molti fenomeni di radicalismo religioso spiegati dal fatto che oggi si possa fare una scelta. Essere religiosi assume in molti casi una caratteristica molto più radicale».
Anche il secolarismo significa diversi modelli. Due esempi ricorrenti, citati dalla relatrice, sono il caso della Francia, con un’espulsione della religione dalla sfera pubblica, e la diminuzione del peso delle istituzioni ecclesiali, che contano come altre associazioni, e quello degli Stati Uniti, dove la separazione è tra lo Stato e le Chiese, non tra la società e le Chiese. Nella tradizione costituzionale Usa nessuna chiesa aveva privilegio rispetto alle altre. Oggi il modello è in crisi perché il muro di separazione sta cadendo e c’è una forte connessione tra il governo e una certa visione religiosa.
Da trent’anni nel dibattito della filosofia sociale si parla di post secolare, ha proseguito Spini. «Se si adotta una visione di secolarizzazione in termini esclusivamente oppositivi, più secolarizzazione equivale a meno religione, post secolare può voler dire sconfitta della modernità e una sorta di rivincita delle religioni. Ma se si assume la visione di Taylor, possiamo concepire la società post secolare come una società pluralista che cerca di fare posto a credenti e non credenti e che ricerca dei punti comuni. Questa visione è legata al nome fondamentale di Jürgen Habermas, che ha cercato di fondare una teoria della democrazia su presupposti discorsivi razionalizzabili. Non è un nostalgico delle religioni, ma ha incluso questa definizione di post secolare nella sua teoria della democrazia. Vivendo in un mondo globale in cu convivono persone di diverse culture, non possiamo chiedere a tutti di rinunciare a un pezzo importante dell’identità, qual è quella religiosa. Dobbiamo pensare a una democrazia post secolare accogliente, nella quale tutte le religioni possono conversare e liberamente discutere nella sfera pubblica».
Al termine del suo intervento, la filosofa ha accennato ai dibattiti più recenti nelle scienze sociali e in teologia in cui molti studiosi e studiose di Asia, Africa e America Latina guardano a tutta la discussione occidentale sulla secolarizzazione come un tema che non li riguarda perché si tratta di un concetto troppo determinato dalla teologia cristiana, che regge solo all’interno di una prospettiva giudeo-cristiana e non ci aiuta a spiegare alcune trasformazioni politiche del mondo di oggi. Ha concluso sottolineando le grandi sfide odierne in termini di pluralismo religioso: come costruire società democratiche accoglienti e continuare a garantire alcune conquiste comuni di base? Fino a dove si deve spingere il pluralismo religioso per salvaguardare diritti e doveri universali?
Il dono della secolarizzazione
COMUNICATO STAMPA 3
Nella prima mattinata della sessione del Sae a Camaldoli, proseguendo sul tema della secolarizzazione e “oltre”, Luigi Berzano, professore emerito di Sociologia all’Università di Torino e parroco in provincia di Asti, ha rilevato i due limiti maggiori della teoria: la previsione di un’eclissi del sacro che non è avvenuta, e il non avere visto i suoi effetti positivi. «La pars construens della secolarizzazione è stata la liberazione dalle false religioni. Lo diceva Bonhoeffer che la secolarizzazione fa bene alle religioni». Soffermandosi sull’oltre, su cosa succede oggi a chi è appassionato di Gesù e vive all’interno delle società secolari, nella quarta secolarizzazione registrata dalla sociologia, quella degli stili di vita, lo studioso ha analizzato l’oltre in quattro contesti tipici: la diaspora, la disseminazione, la pluralizzazione spirituale e la ri-significazione dei simboli.
«Usiamo la categoria della diaspora, che ha significato territoriale, in senso esistenziale. I credenti entrano in un altro mondo di cui sono cittadini leali e rispettosi. La diaspora pone quattro sfide: la prima è rinunciare alla cristianità, al sogno di abbracciare l’intera società e accettare che si organizzi da sola, come se Dio non ci fosse, rispettando la laicità. La seconda è non drammatizzare i rischi e l’unità. Abbiamo guardato negativamente la pluralizzazione cristiana, mentre aver visto la dignità delle diverse spiritualità è importante. È il modo di temporalizzare il messaggio evangelico. La terza sfida è restare diversi, essere “fuori luogo”. Una condizione per essere fedeli al Vangelo. Un po’ di diaspora esistenziale nelle nostre comunità ci fa restare diversi. La quarta sfida è l’andare oltre. Agli ebrei e ai cristiani la diaspora ha garantito il radicamento mentale sulle Scritture, sui gesti rituali, sui simboli. Le chiese alla domenica sono vuote ma si riempiono per i riti di passaggio».
Il secondo contesto delineato da Berzano è la disseminazione, «che evoca le seminagioni, ma che non è dissoluzione. È la volontà di non imporsi ma di non lasciarsi decostruire, caratteristiche che indicano elementi riscontrabili anche nello stile di Gesù dei Vangeli. È lo stile dei cristiani descritti nella Lettera a Diogneto, organizzati in chiese domestiche che rappresentano “strutture di plausibilità”, che confermano l’identità sociale e lo stile di vita. Le distinzioni tra chiese qui vengono meno, tutti apparteniamo allo stesso sogno».
Il terzo contesto è la pluralizzazione spirituale, «spesso definita frettolosamente sincretismo o bricolage. Oggi molti avvertono l’esigenza di costruire un cammino interiore personale, capace di integrare conoscenza scientifica, esperienza umana, sensibilità etica e apertura al mistero. Molti non accettano un’autorità religiosa fondata esclusivamente sul dogma o sulla tradizione ma cercano un rapporto diretto con il divino. Le Chiese storiche rimangono però custodi della memoria cristiana, della tradizione biblica, della riflessione teologica, rinunciando alla pretesa di essere l’unica autorità religiosa assoluta». A loro è richiesto di essere più sagge, lungimiranti verso chi vuole vivere una vita buona, giusta, ricca e profonda anche se non attraverso la fede cristiana.
Il quarto contesto in cui viviamo, che tocca di più le Chiese, è la ri-significazione dei simboli. «Le nostre Chiese hanno abbondanza di simboli, però il significato di molti è venuto meno. A volte le chiese celebrano dei simboli poveri, che non hanno più significato o sono depotenziati. Tutto è simbolo e deve essere risignificato, questo chiedono la modernità e la scienza. Non è eresia. Occorre ri-significare sacramenti, celebrazione eucaristica. Se non c’è risonanza emotiva significhiamo un simbolo e non un significato. Spesso i giovani non vanno in parrocchia ma a Taizè perché trovano una risonanza emotiva. Ho conosciuto don Michele Do. In una situazione marginale ha risignificato tutto. Il suo Credo è una poesia».
Il sociologo ha terminato sottolineando gli effetti positivi della secolarizzazione riscontrati da Weber, tra cui una “inaudita solitudine interiore del singolo individuo”, solitudine che nel linguaggio odierno è la parola positiva impiegata per definire il mondo interiore: l’anima, la coscienza, la consapevolezza. Già Duns Scoto parlava di “ultima solitudo” come la persona nella sua massima dignità religiosa. La secolarizzazione, Berzano ne è convinto, «non ha svuotato la religione nella sua esperienza, storia e conoscenza, ma ne ha trasformato le relazioni con la diversità del mondo secolare nel quale viviamo, generando disponibilità spirituali».
Molto ricco è stato il dibattito successivo che ha permesso al relatore di rispondere alle tante domande e di ampliare il dialogo sulle dinamiche odierne, dalla liturgia, al trans-teismo, al tradizionalismo, all’intelligenza artificiale, alla formazione dei giovani.
Il vissuto religioso in Europa, Stati Uniti e America Latina
COMUNICATO STAMPA 4
Il panorama religioso sotto la lente della sessione di formazione ecumenica del Sae a Camaldoli si è allargato lunedì pomeriggio in una visione globale con l’esame dei vissuti diversi di tre continenti. La secolarizzazione in relazione alle chiese, tema della 62° edizione, non è mai la stessa e, dove è presente, si mostra in proporzioni e maniere diverse. Da Dublino, lo storico delle religioni e teologo Massimo Faggioli, professore di ecclesiologia al Trinity College, membro della redazione de Il Regno, ha parlato della situazione statunitense della quale ha un’esperienza ventennale e alla quale sta tornando come docente all'Università di Villanova, Philadelphia.
Nell’introduzione, ha premesso che si è abituati a pensare agli Stati Uniti come a un’estensione dell’Europa, opinione che è stata vera in modo parziale e lo è ancora meno rispetto alla religione. «Negli Usa la religione, la politica e la società hanno una relazione di controtempo e di contropiede».
Nell’America del nord la prima libertà è quella religiosa: essere religiosi, praticare una religione in modo non determinato dallo Stato. Non esiste una Chiesa di Stato, ma fino agli inizi del 900, ha sottolineato il relatore, lo Stato ha escluso i cattolici dalla lista delle tradizioni cristiane accettate. Con il trumpismo, la libertà religiosa viene riconosciuta alle chiese cristiane e a un certo tipo di ebraismo, in modo minore all’islam. C’è uno sforzo politico di reimporre il cristianesimo come la religione americana.
Secondo Faggioli, è difficile parlare di secolarizzazione in America perché, se esiste, è un’idea dell’Europa moderna, dalle guerre di religione in poi, molto meno negli Stati Uniti. A questo concorre anche il fatto che il termine più difficile da tradurre in inglese è laico e laicità, per una questione ontologica. Il concetto è obliquo rispetto al dna stesso degli Stati Uniti, che non è una nazione come le altre, è un atto di fede ancora prima di una convenzione politica.
Lo storico si è poi concentrato sulle situazioni delle diverse confessioni cristiane, che hanno avuto traiettorie diverse di evoluzione e involuzione negli ultimi cento anni. Le componenti del cristianesimo americano - evangelica, latino americana, asiatica, e tutte le diverse componenti cattoliche - si posizionano in modo diverso rispetto alla secolarizzazione.
Faggioli ha parlato della frammentazione delle denominazioni protestanti che si dividono su temi come le culture, la sessualità, il gender e la questione razziale, mentre il cattolicesimo si mostra come un’alternativa, la sola grande chiesa che non si divide formalmente.
La sua opinione è che la secolarizzazione nell’America del nord tocchi maggiormente il mondo protestante perché esso si concede più facilmente a un certo tipo di modernità americana di imprenditoria e di commercio, tecnologica e tecnocratica, mentre il cattolicesimo non solo resiste meglio, ma diventa una chiesa rifugio. Se una persona non abbraccia il cristianesimo, abbraccia comunque qualcos’altro, vede la salvezza nella tecnologia, che diventa una forma di religione.
Il vero problema americano non è la secolarizzazione rispetto alla fede in Dio, ma la secolarizzazione rispetto alla religione civile americana, un insieme di credenze per cui l’America è “la nostra chiesa”. C’è una crisi di fede nella religione civile.
Il trumpismo, sostiene Faggioli, non è solo il populismo, ma una forma di messianismo, che promette una salvezza politica e si pone su un sostrato americano: il Paese come la nazione eletta da Dio. Devi credere nell’America. È un problema importante, perché non c’è nessuna secolarizzazione più pericolosa che la caduta di fede nell’America.
Ha concluso lo storico: oggi il Paese è molto più colorato, chi fa opinione non proviene dal mondo europeo. C’è un protestantesimo non occidentale. Il trumpismo vuole che il cattolicesimo e il protestantesimo perdano il controllo sugli Stati Uniti. I pastori protestanti attorno alla Casa Bianca non sono tutto il protestantesimo americano, ma ne fanno parte integrante. La regola è diversa da quella che era.
Sergej Tikhonov, docente all’Istituto teologico Sant’Eufemia di Reggio Calabria e dell’Istituto di scienze religiose di Reggio Calabria, maestro iconografo, ha parlato della confessione cristiana ortodossa nelle diverse aree dell’Europa orientale. Essa ne rappresenta la principale matrice identitaria culturale. Le percentuali più alte sfiorano il 90 per cento della popolazione che si riconosce nell’Ortodossia. Lo studioso ha presentato un ampio excursus sulla storia dell’est Europa nel XX secolo, sottolineando gli effetti dei regimi totalitari del blocco sovietico che ha portato a una secolarizzazione forzata della società e a un ateismo militante. Il culmine è stato raggiunto nell’Unione sovietica con persecuzioni feroci, chiese distrutte, preti e fedeli uccisi. In Romania il regime ha avuto un atteggiamento più conciliante verso le Chiese ortodosse perché erano un tutt’uno con l’identità nazionale romena.
Con la dissoluzione del regime sovietico, la caduta dei governi comunisti dal 1989 e il crollo del muro di Berlino è iniziata una notevole ripresa religiosa, in un passaggio repentino con forti interrogativi alle Chiese.
Tikhonov ha diviso il cammino dell’epoca post sovietica in tre archi temporali: l’ultimo decennio del’900, il ventennio 2000-2020, e il periodo che arriva a oggi.
Nel primo periodo c’è stato molto interesse verso la religione in generale e molte persone sono approdate all’Ortodossia, pur senza conoscerne i fondamenti. In molti Paese era necessario ripristinare chiese e monasteri che erano stati spogliati e adibiti ad altri usi. Le comunità monastiche erano state disperse, e i preti sterminati. La maggior parte della popolazione era affetta da analfabetismo religioso. È emersa un’enorme domanda sacramentale.
In Romania il regime non ha potuto spegnere l’afflato religioso che accompagna le tradizioni popolari. La fede è rimasta radicata nella coscienza del popolo romeno ed è in contrasto con una forte povertà materiale. La Chiesa ortodossa è garante dell’unità nazionale in una situazione di forti pluralismi etnici, linguistici, politici e culturali. In collaborazione con lo Stato, dai primi anni ’90 sono stati sostenuti seminari e accademie teologiche ed è stato ripristinato l’insegnamento religioso ortodosso nelle scuole. La Chiesa ha istituito nuove strutture caritative e ha intensificato quelle esistenti.
In Bulgaria il regime comunista ha avuto forti ripercussioni sulla religione. L’ateismo era parte essenziale dell’ideologia. La nuova Costituzione definisce religione tradizionale la confessione ortodossa orientale, ma lo Stato non contribuisce ai bisogni chiese se non con la concessione di qualche terreno. La frequentazione delle chiese non è alta, pochi sono i ministri di culto.
In Serbia la maggior parte del clero è stato annientato dagli ustascia e poi dai comunisti. Molte chiese sono state distrutte. Le generazioni sono cresciute senza l’educazione religiosa. Oggi c’è un ritorno di massa in chiesa che coinvolge i giovani.
Nella seconda parte della sua relazione, Tikhonov ha parlato della ricerca di una dottrina sociale della Chiesa ortodossa, un problema ancora più impegnativo del ripristino dei luoghi di culto. Per illustrare questo, ha commentato due importanti documenti, uno della Chiesa ortodossa russa (Fondamenti della concezione sociale della Chiesa ortodossa russa, 2000), l’altro del Patriarcato ecumenico (Per la vita del mondo, Verso un ethos sociale, 2020).
Argomenti chiave del testo russo sono i rapporti tra Chiesa e Stato, guerra e pace morale individuale, salute e sanità, problemi di bioetica, chiesa e mass media, globalizzazione e secolarismo. Il testo costantinopolitano parla di attività della chiesa nella sfera pubblica, povertà e ricchezza, giustizia civile, relazioni ecumeniche e diritti umani, rapporto con la scienza.
Il docente ha spiegato che Mosca si sofferma sulla dottrina della sinfonia bizantina, una cooperazione tra Stato e Chiesa declinata per l’era post sovietica. Stabilisce fermi criteri di coesistenza con lo Stato: pur professando la reciproca non ingerenza, si riserva il diritto alla disobbedienza civile nel caso lo Stato imponga leggi contrarie alla morale cristiana.
Costantinopoli supera la nostalgia della sinfonia imperiale riconoscendo il pluralismo e la laicità dello Stato come spazi neutrali in cui i cristiani possono agire liberamente. Non cerca alleanze per imporre i dogmi cristiani, ma promuove una forte difesa della democrazia.
Il documento russo guarda con diffidenza alla dottrina occidentale dei diritti umani, che sono ritenuti validi solo se subordinati ai doveri morali e alla legge di Dio. Ammette l’economia di mercato come legittima, con cautela. Condanna le speculazioni e l’usura. Pur condannando la violenza, ammette la legittimità della guerra difensiva a protezione della propria patria.
Il documento di Costantinopoli critica il capitalismo deregolamentato e il neoliberismo globale e invoca una reale giustizia distributiva globale. Rifiuta qualsiasi giustificazione religiosa, definendo le teorie della “guerra giusta” o della “guerra santa” estranee alla tradizione ortodossa. L’uso delle armi viene tollerato come male minore.
Riguardo alla secolarizzazione, ha continuato Tikhonov, per il documento moscovita non è un processo sociologico neutro, ma un progressivo allontanamento spirituale dalla verità divina. Per il testo costantinopolitano la secolarizzazione è vista come un fenomeno complesso che, nonostante presenti rischi di materialismo, ha il merito di avere liberato l’umanità da vecchie forme di oppressione.
Nell’ultima parte del suo intervento, Tikhonov ha disegnato la figura di un chierico ortodosso dell’Europa dell’est, marito e padre, che ha anche il compito del sostentamento della propria famiglia, dipendendo dalle offerte che i fedeli lasciano negli “offici privati” (sacramenti) e, nella diaspora occidentale, da un lavoro secolare.
Le mogli hanno un ruolo fondamentale nella vita parrocchiale e nell’accoglienza comunitaria, cantano e dirigono i cori. La chiesa domestica del presbitero è modello per le altre famiglie.
Tra le nuove sfide dei parroci c’è quella di affrontare l’impatto sui fedeli delle informazioni frammentarie sulla fede veicolate attraverso le nuove tecnologie da guru che spingono a un’ascesi durissima o a posizioni ultranazionaliste. Una forte esigenza pastorale è quella di avere nuovi catechismi e di valorizzare maggiormente l’Eucaristia. Secondo Tikhonov «è importante conservare e approfondire la memoria dei nuovi martiri e confessori della fede che hanno reso possibile l’esistenza e l’attività delle Chiese ortodosse durante le persecuzioni sovietiche. L’Ortodossia deve essere viva e le Chiese capaci di offrire delle risposte all’uomo contemporaneo in una società liquida, frammentata e secolarizzata».
Uno sguardo “disincantato” sull’America Latina è quello di Hanz Gutierrez, laureato in filosofia, teologia e medicina, docente di Etica, Bioetica, Filosofia della Religione, teologia della salute, psicologia della religione presso la Facoltà avventista di teologia di Firenze.
Contro gli euforici della secolarizzazione, che prevedono il tramonto della religione, la secolarizzazione è stata costretta a un drastico ridimensionamento, ha esordito il docente. «La religione si scopre profondamente toccata, influenzata senza governo, nel paradigma della secolarizzazione. La religione che conosciamo oggi, quella avventista, è per molto figlia della secolarizzazione e si presenta come un’estensione paradossale della stessa secolarizzazione, a prova che la secolarizzazione ha ceduto nella forma, ma non nella sostanza e nella trasversalità. Io sono più secolarizzato di quando sono arrivato 30 anni fa a Firenze. A noi, uomini del sud, a me, la religione che in occidente è di ritorno appare, tutto sommato, disincantata, come lo è tutto l’occidente. Sono disincantate la scienza, la politica, l’economia, anche le teologie e le ermeneutiche. Non è facile sbarazzarsi della religione ma neanche della secolarizzazione».
Secondo Gutierrez, non basta, per superare la secolarizzazione, andare di più in chiesa o provare a leggere la Bibbia. «La secolarizzazione non è evento storicamente circoscritto, è un meccanismo culturale paradossale che agisce anche di nascosto, e dunque bisogna approcciarla con umiltà, onestà e curiosità. La complessità della secolarizzazione si manifesta nelle forme diverse e contrastate che la secolarizzazione ha partorito: più antireligiosa in Europa, più inclusivamente pluralista negli Usa. Quella dell’America Latina fa una magra figura, perché è descritta come mancante incompleta».
Il teologo rovescia questa tesi. «L’Europa non ha capito che la secolarizzazione latino-americana non è incompleta, ma di natura diversa, incantata. Sono un difensore della secolarizzazione incantata, prodotta dalla spiritualità latinoamericana, da un fenomeno secolare come il realismo magico, più conosciuto nella letteratura latino-americana. Questa secolarizzazione, che l’Europa vorrebbe un riflesso e non lo è, ha vita propria, attiva. Le diaspore del sud del mondo nelle nostre città non sono residui arcaici ma esperimenti ipermoderni. Nell’applicazione della secolarizzazione europea, la secolarizzazione incantata sudamericana rovescia il paradigma e pretende di insegnare qualcosa alla secolarizzazione europea».
Per il tipo di uso della tecnologia, per l’economia di mercato, la configurazione dei territori come stati nazione più di 200 anni fa, per il grado di differenziazione dei ruoli sociali, non si può dire che l’America Latina non sia moderna e non sia stata profondamente toccata dalla modernità, ha continuato Gutierrez. «Questa modernità assimilata paradossalmente è porosa, non si chiude, perché prova a filtrare la presenza di Dio. La secolarizzazione incantata non si gioca in chiesa ma fuori dalla chiesa. La maggior parte dei latino americani cristiani è eterodosso rispetto alla propria chiesa, perché fa ciò che gli viene negato in chiesa. Io provo a fare una rilettura della teologia della liberazione. Non è un’eccezione. È uno dei prodotti ricorrenti. Siamo un continente ibrido, misto dal punto di vista culturale, proviamo a mettere insieme modernità e fede in modo originale».
Il relatore ha ripreso due domande che la teologia pone alla modernità e al cristianesimo moderno: «“Può esistere una religione senza incantesimo? L’incantesimo mette necessariamente da parte la ragione?”. Io rispondo di no. La secolarizzazione incantata latino americana presuppone quattro spostamenti teologici importanti: 1) il passaggio dall’individuo al gruppo; 2) dalla chiesa alla vita o al mondo. Non vuole confessionalizzare il mondo ma de-confessionalizzare la fede; 3) dalla ragione al sentimento che non è fine a sé stesso, è lo strumento per cogliere la meraviglia di Dio nel mondo, è la consapevolezza della propria incompletezza e vulnerabilità; 4) da una teologia dottrinale a una teologia poetica che si apre ad accogliere il senso che ci precede».
Per questo, ha concluso Gutoerrez, «la teologia poetica è una teologia contemplativa, che osa incantare il mondo. Non reifica il modo di vivere la fede. Questa teologia poetica trova l’incantesimo non ai margini della vita ma al centro della vita. Secondo Weber, “La rivoluzione protestante era nata dal mettere l’ascetismo nel mezzo del mondo”. Oggi la sfida del protestantesimo è come mettere la poetica al centro del mondo. Riusciremo a fare questo?».
Una Parola che consola e provoca
COMUNICATO STAMPA 5
La giornata di martedì alla sessione del Sae sulle Chiese nella secolarizzazione, in corso a Camaldoli fin al 1° agosto, si è aperta con la prima meditazione biblica della settimana, affidata a una voce ebraica, all’interno della preghiera del mattino. Una preghiera sul tema dello spazio secolare, iniziata con il canto del salmo 23, un atto di fiducia nel Signore, e un canto su una melodia ebraica. Sandro Ventura, medico psichiatra, esponente della Federazione italiana per l’ebraismo progressivo (Fiep), ha commentato il passo del primo libro di Samuele sulla presentazione di Saul al popolo di Israele come re.
«Il popolo chiede a Samuele un re. Nella Bibbia c'è una tradizione monarchica e una antimonarchica. Ho scelto questo testo perché siamo in un periodo di guerre, violenza e angoscia e la lettura del passo di Samuele ci aiuta nelle vicende umane. È un momento di transizione per Israele. Il popolo è terrorizzato, debole e diviso. Le dodici tribù sono in conflitto e chiedono un sovrano forte che garantisca stabilità. Il profeta non condivide la scelta monarchica, ma non può impedirla. Scrive i limiti del potere del re. Il Signore acconsente, il popolo ne pagherà le conseguenze. Saul è un uomo buono ma debole, vive nel contrasto tra sentimenti opposti. Non si sottrae al suo compito. Ha una vita tragica. I maestri della Mishnà capiscono il suo dolore».
Ventura ha cantato in ebraico dal versetto di Isaia 2,4: «Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo (lo yisa goy el goy herev), non si eserciteranno più nell'arte della guerra». E ha concluso citando il biblista Jean Luis Ska: «Come uscire dalle dinamiche di violenza? “La violenza è inseparabile dalla vita, è meglio tenerne conto seriamente e usarla, canalizzarla e trasformarla in energia utile per il bene dell’umanità e del mondo”. Il nostro compito è fare scelte giuste ed essere una comunità di dialoganti».
Le collette che abitualmente si raccolgono alla sessione saranno utilizzate per finanziare un’esperienza estiva in Italia a favore dei giovani israeliani e palestinesi dell’Oasi di pace Neve Shalom Wahat al Salaam, organizzata dagli Amici di NSWAS. Il presidente, Brunetto Salvarani, ha spiegato il significato dell’iniziativa, che ha avuto una prima edizione l’anno scorso, sempre sostenuta dai partecipanti alla sessione Sae.
A sera si è svolta la prima delle celebrazioni confessionali della settimana, la messa cattolica, nella chiesa del Monastero, presieduta da dom Matteo Ferrari, priore di Camaldoli e priore generale della congregazione camaldolese dell’ordine di San Benedetto. Dom Ferrari ha accolto i partecipanti con gioia e spirito fraterno e all’omelia ha commentato la spiegazione della parabola del grano buono e della zizzania (Mt 13,36-43). Una Parola che consola e provoca. «Dietro la domanda dei discepoli e alla spiegazione della parabola che Matteo costruisce ci sta una comunità che sperimenta la povertà e la fragilità. Una situazione difficile che appartiene ad ogni comunità cristiana che vuole vivere la propria “differenza” rispetto al mondo che la circonda».
La prima risposta, ha continuato il priore, «è prima di tutto un messaggio di speranza e di vita che possa sostenere “la perseveranza”: il bene, il Regno di Dio, ha già vinto. Per coloro che sanno vedere e accogliere questa invisibile vittoria ecco la bella notizia: “splenderanno come il sole nella casa del loro Padre”. Questa parola di incoraggiamento e di vita è un forte richiamo all’identità cristiana legata a una necessaria marginalità e lacerante poca visibilità».
Ma c’è un altro elemento della spiegazione dell’evangelista, che può risultare provocatorio: «La Parola non permette che i discepoli rimangano nei loro ristretti confini, nelle loro anguste domande. La Parola allarga i confini, fa saltare le barriere: a una comunità tentata di considerarsi il Regno di Dio, l’evangelo annuncia che “il campo è il mondo”. I discepoli devono prendere sul serio la loro vocazione non perché la Chiesa sia il Regno di Dio, ma perché essa è al servizio di questo mondo, un mondo da amare e da servire umilmente perché, nella “pazienza di Dio”, è un mondo chiamato alla salvezza».
Ferrari ha concluso: «In questa Eucaristia, in questa sessione di formazione ecumenica del Sae, nella quale ci interroghiamo sulle Chiese nella secolarizzazione, la Parola proclamata nella liturgia, viene ridetta nel nostro oggi, viene fatta risuonare nella nostra vita: ci dice e crea risposte di speranza per le nostre domande e sconvolge i nostri orizzonti ristretti per inviarci a un mondo da amare e servire».
Al termine, il presidente del Sae, Simone Morandini, ha ringraziato la comunità camaldolese per l’ospitalità della settimana, che non è solo offerta di un luogo da abitare ma è condivisione di preghiera e riflessione.
La teologia pubblica nello spazio secolare
COMUNICATO STAMPA 6
Con la tavola rotonda “Oltre la cristianità: teologia pubblica nello spazio secolare”, la sessione del Sae ha affrontato come si situano le chiese nel mondo complesso di oggi. Come riescono a posizionarsi, con quali parole, quali stili e quali atteggiamenti. Il primo intervento è stato affidato ad Alessandra Trotta, moderatora delle Tavola valdese, che ha messo in campo diversi quesiti di teologia pubblica, partendo dall’assunto che l’annuncio cristiano è un atto pubblico.
«I credenti cristiani sono come tali attori nel dibattito pubblico con altri soggetti? Lo devono essere? E la loro presenza nello spazio pubblico è o deve essere limitata ad alcuni ambiti o può e deve assumere come campo legittimo in cui può esplicarsi tutti gli ambiti in cui sono in gioco questioni di giustizia, pace, dignità, diritti, libertà, eguaglianza, salvaguardia del creato? E, guardando in una dimensione di reciprocità, in cosa vivere pienamente la dimensione di fede nello spazio secolare può beneficiare la riflessione teologica? Che fede in quale spazio secolare, dunque?».
La relatrice si è presentata come membro del protestantesimo storico riformato e metodista, che in Italia ha inteso esprimere un modo laico di vivere la fede, tale sin dall’avvio del movimento valdese 850 anni fa. Un modo laico che «rifiuta l’idea di un clero a cui attribuire poteri e prerogative speciali», che sperimenta la grazia di Dio e vive la missione di annuncio evangelico nei luoghi e nella quotidianità delle relazioni della vita comune. «Libero da mediazioni e dall’asservimento ad autorità umane assolute, incluse quelle religiose, appassionato di un impegno da cittadini e cittadine nella “polis”, che guarda all’essere umano nella sua integralità, provando a non cedere alla tentazione di fornire, in nome di Dio, un fondamento di legittimazione ad autorità e istituzioni civili di qualunque orientamento e più che mai a nazionalismi violenti ed escludenti, a suprematismi e discriminazioni di qualunque tipo».
Secondo Trotta, occorre «non farsi ricacciare nel privato, non vergognarsi dell’Evangelo. Nello spazio pubblico si deve stare il più possibile, con il meglio possibile di ciò che si è e si ha, quindi con tutta la passione per l’annuncio dell’evangelo di Gesù Cristo, senza timidezze e falsi pudori, come il più potente anticorpo a qualunque ideologia oppressiva», ma anche «con una grande onestà intellettuale, che fa assumere il peso di più di due millenni di storia di una cristianità anche molto tossica, da cui molte persone si sono allontanate perché ritenuta oppressiva, non liberante, terrorizzante, paralizzante».
Il massimo contributo che i cristiani e le cristiane possono fornire a un mondo in affanno è un’appassionata predicazione del puro Evangelo di Gesù Cristo, ha continuato, fornendone alcune possibili declinazioni teologiche. Un primo contributo è una fede incarnata, per la quale i contesti e i tempi non sono irrilevanti, che ha un passato ed è alimentata da una visione di futuro. Che sa, quindi, reagire alla spinta in atto da decenni alla deculturazione, che priva di radici, di memoria, di continuità e di orizzonti un’esistenza umana sempre più sradicata, frammentata, dissociata, alienata.
Un secondo contributo è di costruttori e curatrici di spazio pubblico, di maestri e maestre di laicità, che sappiano offrire, nutrire, tutelare come bene comune un vero spazio pubblico autenticamente plurale, a cui ognuna e ognuno ha diritto di accedere e che ciascuno, ciascuna ha il diritto di abitare essendo fino in fondo sé stesso.
Un terzo contributo è quello del capovolgimento di posizione e della cura integrale: mettere al centro i margini, gli esclusi, gli irrilevanti, i folli. Annunciare che la loro vita ha un prezzo che nessun mercato del mondo, nessuna ricerca di profitto può comprare, che la potenza rigeneratrice di Cristo e dello Spirito si manifesta in cura che coinvolge tutte le dimensioni dell’esistenza.
Come quarto contributo, una teologia ed etica comunitaria. Di fronte alla messa ai margini della parola “comunità”, la moderatora ritiene che «nel non potere rinunciare alla natura essenzialmente comunitaria della proposta di Cristo, al carattere essenzialmente sociale dell’Evangelo, che scommette sulla pacifica convivenza dei diversamente umani fra di loro e con il resto della creazione, abbiamo delle risorse importanti da offrire nello spazio pubblico».
Il quinto contributo è di risorsa di senso nella estroversione. Le chiese cristiane «sono oggi fra le poche formazioni sociali e comunità educanti che prendono sul serio il senso della vita di ogni singola persona, la salvezza da paure, vuoto, non senso, solitudine, nuove forme di schiavitù; e lo fanno in un quadro estroverso, in cui il senso non si ritrova in sé stessi, ma in una relazionalità verticale e orizzontale, in cui si possono sperimentare perdono, comunione, riconciliazione, speranza.
Nella tradizione patristica, ha esordito il padre ortodosso Vladimir Laiba, docente all’Istituto teologico Sant’Eufemia di Anzio, «la parola su Dio nasce in una comunità concreta che celebra e rende grazie nella comunione dei battezzati, attingendo alla medesima sorgente, e la Chiesa custodisce e traduce quel medesimo annuncio in prassi e vita rendendolo visibile. Perciò, quanto generato in tal modo è pubblico fin dal principio».
In un mondo che è oltre la cristianità, come mantenere viva la teologia davanti alle persone che vivono accanto a noi? Oggi il consumo, ha constatato il protopresbitero, «imita la nostra grammatica religiosa capovolgendola. Chi acquista proclama chi è, riceve una promessa di salvezza in un oggetto. La civiltà dell’informazione consuma ogni cosa nel medesimo istante in cui la produce. Tutto è orizzontale e piatto. Negli ipermercati delle periferie si misura la differenza tra il rito che salva e il rito che consuma».
Su un altro piano, nella Divina Liturgia, nell’offerta dei frutti della terra e del lavoro umano e nell’accoglienza del Corpo e del Sangue del Signore, la comunità riceve una nuova identità. «Attorno a quella mensa siamo commensali gli uni degli altri, l’altro non mi è indifferente, è parte della mia vita». Però, oggi, il messaggio cristiano ha smesso di parlare alla gente, che rimane comunque con una domanda di senso. Nel vuoto e nella sofferenza di questo tempo, la Chiesa, ha continuato Laiba, deve fare un esame di coscienza, cogliere l’impulso dello Spirito, protendersi verso il futuro pur rimanendo ancorata al passato, annunciare la sconfitta sulla morte. La fonte del suo annuncio è sempre la comunione che si compie nella Divina Liturgia, evento reale e creativo che fa diventare testimoni di un mondo altro, già presente nei segni, e fa discernere le tracce del Regno dentro la storia di ogni giorno.
La proposta che emerge da queste premesse, ha detto Laiba, è quella di una teologia del cammino condiviso. Il cammino di Emmaus (Lc 24,13-53), che è fatto di domanda, ascolto, annuncio e gesto, che suggerisce di farsi compagni di viaggio, accostare chi è smarrito, camminare insieme anche nella direzione sbagliata, condividendo il dubbio e il dolore. La teologia della compagnia è anche teologia della sofferenza. Questo metodo non è improvvisazione: ha radici trinitarie. La vita stessa di Dio è comunione, e da quella comunione nasce l’apertura al prossimo a qualunque prezzo. Il compito che ci attende, ha concluso, è da una parte custodire, mantenere viva la freschezza escatologica del raduno eucaristico, dall’altra diventare compagni dei nostri contemporanei. Questo comporta rinunciare a un’adunanza di individui religiosamente inclini, e a ogni compromesso con i poteri costituiti. Questa strada domanda molto, ma un pensiero così forgiato prepara comunità capaci di gioia vera, libere di raccontare al mondo la propria differenza e pronte a spendersi per la vita di tutti.
«La Chiesa cattolica non è più oggi in Italia il principale soggetto di elaborazione di ethos e cultura diffusa, è solo uno dei tanti soggetti, anche se ancora dotato di una rilevanza e influenza riconosciutele da molti - ha esordito la teologa Serena Noceti, docente presso la Facoltà teologica dell’Italia centrale e l’Istituto superiore di scienze religiose della Toscana -. Accanto al pluralismo culturale e religioso odierno vi è una pluralizzazione del senso, delle appartenenze e la ricerca di autenticità, la libertà di scelta e il riconoscimento della sfera dei diritti individuali. In questo contesto, la Chiesa cattolica vive una crisi di rilevanza, una afasia: la parola di annuncio evangelico, della visione del mondo, dell’umano, della storia di Dio stesso non incide, risulta irrilevante, in fondo percepita inutile o inutilizzabile, da tanti». È una chiesa, ha continuato la docente, che – erede di una secolare condizione di cristianità tradizionale - «non è abituata a rendere ragione delle sue scelte, non trova parole adeguate al vissuto delle donne e degli uomini di oggi, la cui narrazione e la cui sintassi risultano prive di spessore e di interesse per tanti e tante».
Tutto questo chiede di ripensare le modalità di annunciare e pensare la fede cristiana e la forma ecclesiale, di stare nelle realtà sociali, culturali, politiche, del discorso pubblico e del confronto tra istituzioni e organizzazioni. La modalità per farlo, Noceti la trova in un’espressione dell’ecclesiologo, filosofo e teologo della liberazione Ignacio Ellacuria, gesuita martire in El Salvador: farsi carico della realtà, caricarsi/patire nella realtà, incaricarsi della realtà. Che equivale, nell’interpretazione di Noceti, a scegliere la postura del pluralismo, a collocarsi nella realtà storica e ad adottare la performance del Noi ecclesiale.
Per la teologa, una forma ecclesiae autenticamente evangelica secondo il Regno di Dio, capace di accogliere fino in fondo le sfide che la teologia pubblica pone all’ecclesiologia, è articolata in quattro direttrici: 1) comunità ermeneutiche (accogliere e sviluppare modelli di interazione comunicativa pluridirezionale che coinvolgano attivamente tutti e tutte, nel processo progressivo di interpretazione e comprensione del vangelo e dell’umana esperienza; inculturare linguaggi, annuncio, liturgie); 2) approccio sapienziale (trovare Dio nascosto nelle pieghe e nelle contraddizioni delle storie, rendere ragione della speranza che è in noi, che ci fa chiesa, a livello sociale non tacere davanti alla riaffermazione di istanze identitarie, nazionalistiche, xenofobe); 3) chiesa madre dei liberi e istituzione nella libertà (libertà di scelta, in atto, annuncio del regno che è trasformazione di rapporti umani, sociali, nuova dinamica di relazioni e di comprensione del potere e dell’autorità, libertà di parola-parrhesia; 4) ripensare il concetto di Tradizione (tutti i soggetti ecclesiali - battezzati, teologi, ministri ordinati -, sulla base della fede apostolica che compartecipano, “ri-creano” continuamente per mezzo delle loro azioni e delle loro interazioni comunicative una realtà comune esperita come oggettivamente fattuale e come soggettivamente significativa.
Serena Noceti ha concluso il suo intervento sull’immagine rivisitata della Visitazione del Pontormo attraverso il video clip di Bill Viola, The Greeting, che ne fa apprezzare i singoli aspetti. «Questo è ciò che siamo chiamati a fare, dare corpo a una nuova visitazione, un nuovo incontro, un nuovo riconoscersi nella chiesa e con tutti coloro che non appartengono alla chiesa, ma che incontriamo – gesto antico ma radicalmente nuovo.
Bari 2026, un evento ecumenico
COMUNICATO STAMPA 7
Alla sessione Sae di Camaldoli si è parlato anche del Simposio delle Chiese cristiane in Italia svoltosi a Bari lo scorso gennaio, relatori tre membri della cabina di regia dell’evento: Luca Baratto, segretario esecutivo della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, che ha raccontato l’evento, George Militaru, vicario della Diocesi ortodossa romena d’Italia, che ha presentato una rilettura spirituale dei contenuti del Patto firmato da 18 Chiese al termine del Simposio, e don Giuliano Savina, direttore dell’ufficio nazionale per l’Ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale italiana, che ha narrato il metodo utilizzato per arrivare all’incontro.
«Siamo testimoni di un’esperienza storica in Italia - ha esordito Savina - la Via italiana del dialogo ecumenico e interreligioso. Il Simposio e il Patto sono stati voluti dai responsabili delle Chiese che li ha visti coinvolti a partire dal 2023. Non era un percorso scontato. Hanno iniziato a incontrarsi alla Cei, mentre era in corso il Cammino sinodale della Chiesa italiana. All’interno della Commissione episcopale Ecumenismo e dialogo era emerso il desiderio di ascolto delle altre confessioni e religioni. C’è sempre stata una convocazione reciproca».
Il direttore dell’Unedi ha spiegato che gli incontri hanno fatto parte di un processo che ha portato a qualcosa di nuovo, segnato dalla metodologia della conversazione spirituale. «Al centro c’è stato quello che lo Spirito ci stava dicendo. Anzitutto i responsabili si sono sentiti reciprocamente ascoltati. È stato un esercizio importante, di sviluppo della capacità di lettura e del discernimento sul vissuto della propria chiesa nel territorio italiano. Non hanno temuto di dirsi gioie e dolori, di parlare di processi complicati all’interno delle proprie chiese e di cosa possiamo fare insieme nello spazio pubblico e per la coesione sociale». Nel 2024, all’interno del processo di conversazione spirituale, i responsabili hanno pensato di scrivere ciò che si stavano dicendo, per non perdere una grande ricchezza, e in seguito è nata la volontà di scrivere un patto. In seguito è emersa l’idea di fare un Simposio.
«Bari è stato un passaggio molto importante, sono state coinvolte anche le comunità locali che hanno inviato loro delegati. Dopo aver chiesto il placet ai loro responsabili, diciotto chiese hanno sottoscritto il Patto, altre hanno partecipato ai lavori ma non lo hanno firmato. L’opzione del dialogo va mantenuta anche quando le posizioni divergono. Questa sfida porta a prospettive di responsabilità ecumenica nella vita sociale e culturale e l’impegno permanente di dialogo».
Il Patto contiene affermazioni importanti, come il fatto che l’Italia è una nazione dal cristianesimo plurale, e impegni che dovranno essere verificati.
Commentando episodi degli anni in cui era ragazzo, Luca Baratto ha detto: «Abbiamo fatto tantissimi passi avanti, le chiese sono cambiare e il panorama è diverso. La firma del Patto è avvenuta nel contesto della cattedrale, per mano dei responsabili delle Chiese, la Cei rappresentata dal cardinale Zuppi. Il Simposio è stata un’assemblea ecumenica nazionale, con un centinaio di delegati. Nessuno ha convocato gli altri: ci si è convocati insieme». Tra i temi del Simposio che sono emersi nelle conversazioni spirituali dei tre anni c’era l’ecumenismo, un dono per la pace pubblica, sapienza delle differenze. Ha continuato Baratto: «L’ecumenismo deve essere una grammatica della pace nell’ascolto ospitante, nelle diversità riconciliate, nel consenso differenziato. Oggi scarseggiano anche le parole per dire pace. È più importante sapere che, nonostante le differenze, abbiamo un legame. La pace c’è quando la gente con obiettivi diversi sa convivere». L’evento di Bari avrà un prosieguo nel 2028 a Firenze per un secondo Simposio che dovrà verificare l’esito degli impegni presi
George Militaru spera che, con il Patto, le Chiese non compiano solo un atto istituzionale, ma esso segni una svolta storica per la società italiana e per l’Europa. «Il Patto ci colloca su una strada rivoluzionaria e ci colloca nella storia dell’Alleanza tra Dio e l’essere umano. Nella Bibbia è Dio che convoca, e le alleanze trovano compimento in Cristo. Il Patto tra le nostre Chiese è un segno profetico per l’avvenire e non può essere non compreso alla luce dell’Alleanza nuova nella quale Dio abbatte il muro di separazione e crea un popolo che dialoga.
La prima caratteristica del Patto è l’ascolto, che prima era impensabile, perché occorreva sintonia con lo Spirito Santo. Il Patto è un atto di fiducia nello Spirito Santo. Ogni alleanza richiede conversione. La piena unità sarà frutto solo dello Spirito Santo e non sarà uniformità ma nella diversità. Il Patto ci impone di pregare perché Dio compi ciò che gli uomini non riescono a fare.
Al termine, Savina ha detto che il problema del Patto è la sua ricezione. Ogni comunità è chiamata a conoscerlo. «Auguro che ciascuna comunità possa vivere ciò che i responsabili delle chiese hanno vissuto».
Abitare la secolarizzazione
COMUNICATO STAMPA 8
I lavori proseguono nella Foresteria del Monastero di Camaldoli dove si sta svolgendo la sessione del Sae “Chiese nella secolarizzazione: una prospettiva ecumenica. Tu sei veramente un Dio misterioso”. Le giornate trascorrono nello studio, nel confronto, in laboratori dove non manca anche la cura del corpo con danza e yoga, nell’ascolto della Parola e nel canto, nello sviluppo di una familiarità sempre più grande.
La tavola rotonda “Abitare la secolarizzazione”, articolata in tre declinazioni e presentata da Francesca Barbano, tra i membri del Comitato esecutivo del Sae, ha avuto come protagonisti Gianfranco Brunelli, politologo, esperto di temi religiosi e direttore della rivista Il Regno, Lucia Vantini, socia del Coordinamento teologhe italiane e delegata episcopale per la prossimità nella Diocesi di Verona, Davide Romano, pastore avventista, direttore della Facoltà avventista di teologia di Firenze.
Gianfranco Brunelli registra un cambiamento epocale che tocca la comunicazione come strumento concettuale radicale. Un cambiamento antropologico in una società nella quale la fede rischia l’irrilevanza culturale ed etica. «Quindici anni fa la rivista Time definiva come personaggio dell’anno la post verità. Il problema della comunicazione è radicale è sotto gli occhi di tutti. Le fake news sono la manifestazione principale della post verità». Il politologo ha individuato tre tipologie verticali che influenzano il nostro modo di agire: la prima è il fattoide, cioè «la creazione di fatti che non esistono, non eventi che diventano reali perché una volta che si manifestano hanno conseguenze, di solito negative. Un esempio politico: l’accelerazione nel 1989 della caduta del regime di Ceausescu fu un fattoide che portò allo sterminio del dittatore, oppure le armi chimiche di Saddam Hussein, o ancora, metà delle dichiarazioni di Trump sono fattoidi, ma per le loro conseguenze diventano reali».
La seconda tipologia nella comunicazione è la falsificazione, «quella totale e quella parziale che non è meno pericolosa, soprattutto quando assume dimensioni quantitative che modificano la natura dell’evento. Posso fare apparire cose che in realtà non sono e posso interpretarne la falsificazione. C’è un racconto e un commento nella falsificazione, si procede per allusione, per un intendimento sottile, questo ci minaccia, e minaccia anche le chiese e le istituzioni».
La terza tipologia è l’omissione: «io posso dare una notizia incompleta, o parziale, omettendo aspetti fondamentali attraverso un processo di selettività intenzionale. Si tratta di un elemento importante che attiene a tutto il fenomeno della post verità. Quello che metto in crisi è il rapporto tra realtà e verità. Muta il concetto della verità in riferimento al tema della realtà».
L’indebolimento del concetto di rapporto con la realtà, della verità come riferimento, ha spiegato Brunelli, «porta una crescente distinzione o indistinzione che ci chiama invece a un dovere di distinzione: cos’è la realtà e la sua rappresentazione, cos’è il vero e il verosimile, cos’è l’interpretazione e la manipolazione. Sono tutti confini su cui l’Intelligenza artificale può agire nelle mani di poteri forti di diversa natura».
Il giornalista ha sottolineato che l’atto di produrre notizie è un atto di costruzione della realtà su cui siamo impreparati. «Siamo sempre concentrati sulle sfide precedenti, perché quelli erano gli orizzonti su cui c’è stato un confronto profondo e anche una crescita delle chiese e del loro rapporto e anche al loro interno. Oggi, nella Chiesa cattolica l’unico che fa notizia è il papa, non fanno notizia le esperienze varie di comunità delle chiese locali e questo nega il nucleo fondamentale dell’ecclesiologia del Vaticano II. Con uno slogan, oggi abbiamo solus pontifex. Questo problema non è attribuibile tutto alla soggettività di Pietro, è un fenomeno collettivo. Il papa fa notizia, le chiese meno, a meno che non ci sia uno scandalo».
Il fenomeno di secolarizzazione è pervasivo, ha continuato il giornalista. «Noi siamo totalmente secolarizzati, perciò in positivo dico che sarebbe necessaria una teologia biblica della secolarizzazione. Le menzogne più diffuse hanno una portata oggi più superiore di ieri. Quand’anche fossi riuscito a smentire che quella notizia non è vera, quella notizia è ormai in circolazione come un virus. Anche la spettacolarizzazione dell’esistenza è una minaccia molto forte per le chiese e la fede cristiana. L’online diventa l’onlife. Questo introduce nel vissuto di tutti credenti e non credenti un ritorno formidabile del narcisismo. Se c’è qualcosa nella contemplazione della croce che nega il narcisismo è quello. Invece oggi siamo in una civiltà visiva dello spettacolo diversa da quella del Seicento che era dentro un processo di relazioni e intermediazione. Di fronte a un sistema che può manipolare continuamente l’informazione abbiamo anche un atteggiamento nostro di totale individualismo, nudo anche perché indifeso. Il problema è essere guardati dagli altri, non è guardare gli altri. Questo è il punto drammatico fondamentale. È la generazione del sé, questa è la sfida un individuo tecnologizzato che rimanda alla dimensione del visibile e marginalizza quella dell’invisibile. Noi siamo una fede dell’invisibile oltre che del visibile, del reale e del virtuale insieme».
Il narcisismo digitale oggi è diventata la nuova categoria interpretativa, modifica la psicologia, i comportamenti. La vita che abbiamo di fronte è “lo spettacolo deve andare avanti, questo è il comandamento”. Siamo di fronte al dio apparente in questa soggettivizzazione radicalizzata. Su questo si pone la grande sfida del cristianesimo conclude Brunelli. «Una sfida intellettuale, culturale ma anche relazionale: le donne, gli uomini, le persone hanno bisogno di sperimentare la dimensione affettiva, agapica, che è interna al nucleo fondamentale della nostra fede».
Sviluppando il titolo “Un sacro diverso per dire la vita”, Lucia Vantini ha recuperato un concetto di “sacro” che non è quello generalmente opposto a “profano”. Con la secolarizzazione, ha detto, il sacro non se ne è andato dal mondo, perché è matrice della vita. Citando l’esperienza di Mosè davanti al roveto ardente (Es 3,1-12), la teologa ha commentato: «il sacro è un grido che si sente solo a piedi nudi».
Di fronte a un re-incanto del mondo, nel bene e nel male, non si può che dedurre che «la secolarizzazione ha fatto perdere ma ha fatto anche guadagnare qualcosa. La trasformazione più importante è stata il venir meno di una cornice religiosa che amministrava il sacro. Oggi il sacro si può riconoscere nella vita stessa di cui è la matrice». Citando Simone Weil, la teologa ha detto che «in ogni essere umano c’è qualcosa cha attende il bene e non il male. È il sacro. Una forma di aspettativa del bene. Anche le vite dei non credenti possono vedere questa traccia intra-creaturale».
In secondo luogo, il mondo secolare «offre una pluralità, una capacità critica e chiavi di lettura attraverso le quali possiamo smascherare i giochi simbolici con cui abbiamo sacralizzato il potere». In questo nuovo contesto, mentre le chiese cristiane si stanno svuotando, secondo Vantini la domanda non è “come possiamo salvare l’essenziale” ma “cosa di buono è già iniziato e non lo vediamo?”. «Chiediamoci: “Sono iniziate cose nuove?”. Se è così è il momento di ri-immaginare. L’incontro con il Risorto chiede di imparare a sentire cosa si muove sul piano affettivo, ci chiede di riprendere le Scritture e di condividere gesti».
Un terzo aspetto di un “sacro diverso”, ha continuato la teologa, riguarda la solidarietà. «Il sacro interno alla vita si esprime con parole sussurrate e chiede di essere vissuto attraverso la pratica della solidarietà. La solidarietà è la forma della fede. Con il Vangelo si materializza una spiritualità solidale. Il sacro smette di essere una potenza anonima, è qualcosa che è accaduto a qualcuno, una storia sacra delle vite ferite, una storia che attende giustizia. La solidarietà è una determinazione cristologica originaria. Occorre una teologia dove sacro e santo diventano forme di giustizia».
L’intervento di Davide Romano, sul tema “Ecumenismo e secolarizzazione”, è iniziato con una “dichiarazione d’amore” per il Sae, definito «un’esperienza formativa e trasformativa dela quale non vorrei mai fare a meno».
La tesi del docente di dogmatica e storia del cristianesimo afferma che la secolarizzazione è una originalissima creazione del cristianesimo. Esso abita la secolarizzazione da sempre, nasce come religione secolarizzata da uomini di una fede ebraica che hanno creduto al Figlio di un Dio incarnato. Se Dio si incarna nasce il disincanto, Dio abita il tempo, è il primo a secolarizzarsi. I primi cristiani si riunivano nelle case, praticavano una religione domestica.
Anche Romano ha rilevato che la teoria della secolarizzazione ha trovato una smentita: l’idea che la religione scomparisse dalla società per l’avvento del progresso è un pregiudizio illuministico. Dio non ha cessato di essere Dio e il mondo non cessa di essere mondo, ma può essere guardato sotto una luce diversa.
Nel Vangelo di Giovanni Dio ha tanto amato il mondo da donare suo figlio, ma il mondo è anche oggetto di una critica, ha detto il docente. «C’è una tensione tra il mondo amato e ostile a Dio. Occorre riscoprire la dottrina della theologia crucis di ispirazione luterana e bonhoefferiana. Il Dio che ci fa vivere nel mondo senza l’ipotesi di lavoro “Dio” è il Dio davanti al quale permanentemente stiamo. Dio ci sta al fianco nell’impotenza».
La seconda parte della relazione ha messo a fuoco il situarsi dell’ecumenismo nella stagione odierna. «La relativizzazione del confessionalismo cristiano e l’ecumenismo rappresentano un tentativo di sinodalità tra chiese e cristiani che erano abituati a ignorarsi. L’ecumenismo è un fenomeno di corpi ecclesiali, che hanno bagagli pesanti, ma anche di singoli credenti, che sono agevolati da bagagli leggeri. Le Chiese che rifiutano l’ecumenismo lo vedono come un segno della secolarizzazione, è vero, ma non si tratta di un segno nefasto, bensì profetico».
In conclusione: «L’ecumenismo ha modificato il senso di una domanda che ieri nascondeva un pregiudizio: “Di quale chiesa sei?”. Oggi questa domanda rimane, ma è carica di attesa: in che modo puoi venire in soccorso alla mia solitudine? Credo che sia una domanda che conta perché a volte viviamo forme di solitudine nelle nostre chiese che sono spaventose. La chiesa ecumenica è la chiesa più idonea per il nostro tempo, ma non avrà mai la forma di una chiesa istituita e non dovrà nutrire sogni istituzionali al di là del necessario. Avrà il carattere di una chiesa evento, adunata dallo Spirito. Non solo la chiesa ecumenica non sradica le appartenenze confessionali, ma le potrebbe anche rivitalizzare e soccorrere perché nell’ascolto reciproco e nella reciproca confessione dei peccati e della fede nella grazia di Dio torniamo nelle nostre chiese con una nuova gioia da condividere, da mettere in circolo. Bisogna scrutare insieme l’orizzonte, non tracciare confini. La chiesa ecumenica aiuta a purificare la missione».
Un’immagine che non si compra
COMUNICATO STAMPA 9
La meditazione che ha introdotto, mercoledì mattina, la tavola rotonda dedicata all’«Abitare la secolarizzazione», è stata proposta da Emanuela Buccioni, docente dell’Istituto superiore di Scienze religiose della Toscana e socia del Coordinamento teologhe italiane.
Il testo scelto, Mt 22,15-22, contiene l’affermazione di Gesù «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio», ovunque citato. La teologa si è soffermata sulla domanda che la precede: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Nel porla ai discepoli dei farisei e agli erodiani che lo avevano interpellato sulla liceità di pagare il tributo a Cesare, Gesù – ha spiegato Buccioni – sposta l’attenzione da quella che risulta una dicotomia – Cesare o Dio – a una richiesta di discernimento: riconoscere le immagini e le iscrizioni del potere. «La secolarizzazione ci ha consegnato società in cui gli dèi – gli assoluti – hanno cambiato nome. Efficienza, sicurezza, prestazione, ricchezza, identità nazionale, tecnologia possono diventare criteri capaci di reclamare una fedeltà pressoché totale. Anche una tradizione religiosa può diventarlo, quando finisce per identificare il Vangelo con la particolare forma storica attraverso la quale lo ha ricevuto».
Il punto, allora, non è demonizzare Cesare, ma riconoscerlo. «Cesare non è Dio. Il potere politico non ha bisogno di essere sacralizzato per essere legittimo, così la ricerca scientifica non deve trovare nella Scrittura le proprie conclusioni, il diritto civile non coincide con la disciplina ecclesiale, l’organizzazione dello Stato non deve ricevere una consacrazione religiosa per svolgere le proprie funzioni».
La teologa ha rilevato che la secolarizzazione ha comportato anche il venir meno di una lunga sovrapposizione fra cristianesimo, cultura e organizzazione sociale, la cui perdita può generare disorientamento, ma «non tutto ciò che viene perduto è necessariamente Vangelo. Può trattarsi di un privilegio, di una consuetudine, di una forma storica di presenza. E, viceversa, non tutto ciò che è secolare è per questo contrario a Dio. Cesare può essere Cesare. Il problema inizia quando pretende di essere Dio».
Il significato della risposta di Gesù ai suoi interlocutori non è l’assegnazione a Dio di un territorio spirituale e a Cesare quello della politica, ma, ha spiegato Buccione, «stabilisce piuttosto un limite radicale a qualsiasi potere umano: nessuno può reclamare interamente la persona» creata a immagine di Dio. Il suo valore non può essere definito da realtà umane o diventare proprietà di qualcuno. Nemmeno la Chiesa, ha precisato la teologa, possiede le persone, anche se la storia cristiana conosce forme di esercizio del potere sui corpi e sulle coscienze.
L’affermazione «A Dio quello che è di Dio», «non è dunque la rivendicazione religiosa di tutto ciò che Cesare dovrebbe restituire alla Chiesa. È anche un giudizio sulla religione, perché Dio rimane Dio e nessuna istituzione può identificarsi semplicemente con lui».
Da qui discende, ha concluso Buccione, che la secolarizzazione può costituire anche un’occasione spirituale perché «costringe le Chiese a distinguere ciò che appartiene realmente all’annuncio evangelico da ciò che era garantito da una determinata configurazione sociale». Rinunciare a pretese di governo nella società non significa ridurre la fede a una questione privata, ma può renderla libera di proporre, contestare, stringere alleanze. Riconoscere la pluralità della società odierna, secondo la teologa, è anche questo un modo cristiano di abitare la secolarizzazione.
Trovare Dio nei luoghi della storia
COMUNICATO STAMPA 10
«Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare e pregate il Signore per essa; poiché dal bene di questa città dipende il vostro bene». Le parole di Geremia (Ger 29,7) hanno aperto il culto di Santa Cena nel giorno della sessione Sae, in corso al Monastero di Camaldoli dedicato al tema “Abitare la secolarizzazione”. Parole che, tradotte nel presente, possono descrivere una società non più in un regime di cristianità e pluralista, in cui cristiane e cristiani devono aprirsi a credenti di altre fedi e pensanti per costruire insieme una città umana.
Presieduto – se si può dire in ambito evangelico – dalla pastora e teologa valdese Letizia Tomassone affiancata da pastori e predicatrici delle chiese avventista, battista e metodista, animato dal gruppo misto liturgico del Sae, il culto è stata la confessione dei limiti e dei talenti di un popolo che si affida alla grazia del Signore e dalla sua Parola trae la forza per camminare verso il Regno di Dio. La scelta delle Scritture, partendo dalla visione di Isaia del monte del Signore e dalla profezia di pace (Is 2,1-5) al dialogo di Gesù con la samaritana (Gv 4,19-26), è approdata alla costruzione del Tempio da parte di Salomone fino alla sorpresa che la Nube lo riempie a un punto tale che non c’è spazio per i sacerdoti che devono officiare il loro servizio (II Cro 3,1; 6,14.18, 5,2-14).
«Perché l’avevano costruita? Per loro stessi o per Dio?» ha chiesto la pastora valdese durante il sermone. «Dove abita Dio? E come funziona la coabitazione con la società umana che ha edificato il proprio luoghi di culto?». Domande appropriate per un tempo di “secolarizzazione e oltre” come il nostro. La riflessione che scaturisce dall’episodio è che «la nube ha accompagnato il popolo nel deserto dalla schiavitù alla libertà, ha riempito la tenda del tabernacolo, eppure lo stesso Mosè non potrà entrare nella tenda del convegno abitata dalla nube della presenza di Dio. Dio è nella nube, inattingibile alla comprensione umana, ma ben presene come guida e protezione».
Tomassone ha continuato: «Attraverso culti diversi e tempi diversi, nella preghiera di uomini e donne ebrei, cristiani e musulmani, Dio abita i luoghi della storia. Porta pace là dove noi portiamo solo conflitto, e probabilmente anche oggi impedirebbe a noi, come allora a Davide, di costruire altri templi per mostrare la nostra potenza, e di distruggere quelli altrui. Lo stesso Salomone, con nostra sorpresa, nella preghiera di dedicazione, chiede a Dio di ascoltare anche la preghiera degli stranieri (II Cr 6,32-33)».
Nella scena della nube che occupa il tempio, ci viene detto che, «se lasciamo spazio a Dio non possiamo centrare la nostra identità su riti appariscenti; Dio occupa la scena e ci rimanda al nostro limite. Non per schiacciarci, ma per ricordarci che anche la religione non è che un esercizio umano, limitato e parziale. Non possiede la forza del sacro, le sta ai margini, e viene invitata a trattare Dio con delicatezza e prudenza».
Con l’avvento di Gesù «la nube inconoscibile di scioglie in un corpo umano, e sarà possibile abbracciarlo ed essere abbracciati, parlare e discutere, camminare insieme, guarire e imparare a perdonare e a essere perdonati, in un’avventura che non è ancora finita. E allora, per questo Dio che vuole abitare le nostre città, dobbiamo costruire spazi non di cemento o marmo, ma spazi interiori nei quali sia possibile incontrare il Signore dell’universo, e spazi sociali nei quali anche la voce dello straniero, della donna marginale, dell’omosessuale nascosto, siano ascoltate. E non solo da Dio ma da una società in cui il senso delle differenze e della convivenza siano definite da un limite preciso alla sopraffazione e alla prepotenza. Buttati fuori dallo spazio sacro occupato dalla nube divina, impariamo che non abitiamo noi tutto lo spazio, ma siamo partecipi di un mondo variegato e complesso, in cui la presenza di Dio è un dono e una domanda di bene e di giustizia».
Annunciare l’Evangelo nell’ascolto del presente
COMUNICATO STAMPA 11
«Risignificare l’Evangelo?» L’interrogativo ha denominato la tavola rotonda di giovedì alla sessione di formazione ecumenica del Sae ospitata nella Foresteria del Monastero di Camaldoli. Relatori Francesco Zaccaria, professore di teologia pastorale alla Facoltà teologica pugliese, parroco, direttore dell’Istituto pastorale pugliese, e Fulvio Ferrario, professore di teologia sistematica ed Etica alla Facoltà valdese di teologia di Roma.
Francesco Zaccaria ha intitolato il proprio intervento «Risignificazione del Vangelo nell’ascolto del presente». La Rivelazione, ha esordito, non è un processo chiuso, va attualizzato e approfondito nella fedeltà alla Tradizione e nell’ascolto del presente. Il relatore ha premesso che l’annuncio non è unidirezionale: evangelizziamo e siamo evangelizzati. Come è già emerso durante la sessione, la pluralizzazione della società, la perdita del monopolio della religione non è una perdita dello spirituale, del religioso, ma una sua trasformazione. Le Chiese non sono il centro della società, ma la abitano insieme ad altri sistemi e sono chiamate a entrare in dialogo con loro.
Qualcuno vorrebbe fermare il tempo, tornare a una situazione di premodernità, ha rilevato Zaccaria, ma sarebbe sbagliato. C’è la tentazione di un modello di evangelizzazione “belligerante”, contro qualcuno, contro la cultura dominante e alcune tendenze sociali, dietro c’è una certa idea teologica del rapporto chiesa-società.
Il teologo vede questo modello in atto in tutte le religioni, in tanti modelli pastorali e nei social media. «C’è una fondamentalizzazione delle religioni, una cultura religiosa controculturale e subculturale, e non di rado queste tendenze vanno a braccetto con organizzazioni politiche, e il fenomeno riguarda anche le Chiese cristiane, anche la Chiesa cattolica romana».
Zaccaria ha proposto un altro modello, più fondato nella Tradizione della Chiesa e ha origine nelle Scritture, quello dell’esploratore, riscoperto dal Concilio Vaticano II e rilanciato da papa Francesco. Alla base c’è l’idea che l’evangelizzazione è un processo dialogico in cui evangelizziamo e impariamo, e così comprendiamo meglio il Vangelo. È un processo che non si ferma e si basa su alcuni passaggi fondamentali di Gaudium et Spes su “chiesa e mondo” e di Evangelii Gaudium.
«Questo processo di apprendimento dalla storia nel risignificare anche le norme e le dottrine e le discipline della chiesa ha le origini negli Atti degli Apostoli, basta pensare alla controversia sulla circoncisione e a tutto quello che poi nella storia ha significato, anche nelle forme della chiesa, entrare sempre in dialogo con le istanze che vengono dalla società. Il pluralismo fa parte della fede cristiana: il Vangelo è stato espresso e risignificato in dialogo con la cultura e la filosofia ellenistica, è plurale da sempre. La domanda che ci poniamo è come possiamo comprenderlo oggi».
Guardando alla svolta sinodale di papa Francesco, il teologo ha osservato che in questi processi innovativi attivati da Bergoglio, la sinodalità non è vista solo come una forma di dialogo nella chiesa, ma anche tra le chiese e con la società. «Questo è chiaro dall’inizio del magistero di Francesco e anche con l’ultimo Sinodo della Chiesa universale e quindi la duplice idea della sinodalità, dentro e fuori, sta a significare l’importanza di questo approccio identificabile nell’immagine dell’esploratore».
Anche in papa Leone XIV, Zaccaria vede una continuità in questa postura. «Oggi il Vangelo è ricompreso e risignificato, oggi diciamo che la condanna della schiavitu è nel Vangelo, ieri non era così. La cultura dei diritti umani, della libertà religiosa, si è sviluppata fuori dalle chiese e solo dopo è stata compresa da noi. Anche l’attenzione al creato e alla sua cura, parlo per la Chiesa cattolica, è emersa nella società civile prima che da noi. Questo significa, per le Chiese, apprendere anche dal contesto in cui sono, dal presente».
Il relatore ha concluso con uno sguardo al cammino sinodale della Chiesa cattolica italiana: «è stato un tentativo di passare a un modello di comprensione del vangelo più dialogico, tra luci e ombre, è stato un ascolto diffuso, con un dialogo anche fuori dai confini. Nel documento approvato nella terza assemblea sinodale ci sono passaggi non di poco conto sull’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender e sulla piena ministerialità delle donne; è un fenomeno di ricomprensione del vangelo perché ci si è messi in ascolto. Ovviamente ci sono tentativi di ritorni unidirezionali, perché i cambi di paradigma richiedono tempo. Dobbiamo continuare nella pratica della sinodalità e del discernimento dei segni dei tempi perché questo ci è chiesto di assumere, non adattandoci ai trend della società ma continuando a custodire il paradigma teologico nella nostra evangelizzazione e nella comprensione sempre nuova del vangelo che è per noi».
Fulvio Ferrario ha proposto come titolo del suo intervento “Annunciare l’Evangelo nell’Europa scristianizzata”, dedicandolo nel 50° della morte a Rudolf Bultmann, teologo che voleva ridire il Vangelo nei termini della cultura del suo tempo.
In premessa, il teologo ha enunciato che cosa intende per Evangelo: «È la storia di Gesù di Nazaret narrata come manifestazione della dedizione del Dio trinitario nei confronti delle donne e degli uomini, nonché dell’attenzione affettuosa per il mondo naturale che la fede legge come creazione. Ciò significa che la forma espressiva fontale dell’Evangelo è la narrazione. Questo non significa una banale polemica contro il concetto, che comunque, come nel Simbolo niceno-costantinopolitano, è la formalizzazione del racconto».
L’intervento si è articolato su quattro orizzonti. Il primo è quello metodologico. «L’Evangelo è sempre lo stesso, ma viene riletto ogni volta in un contesto parziale; questo è liberante perché apre lo spazio a teologie diverse». Il contesto europeo presenta una grande varietà culturale, sintetizzata dal teologo in una serie di elementi: il forte radicamento di questa cultura nella fede cristiana, vicende culturali che vanno dalla grecità, al diritto romano, alla Scolastica medievale; la scienza empirica, l’illuminismo come uso critico e pubblico della ragione, un radicale processo di oblio del codice simbolico cristiano, l’appartenenza al mondo ricco, l’eredità coloniale e bellica, ma anche l’eredità ebraica che l’antisemitismo ha barbaramente negato.
Il secondo orizzonte evidenziato è cristologico: «La storia di Gesù ci parla di Dio. Dio è il tu al quale la fede si rivolge nella preghiera. Quindi l’Evangelo è un’interpretazione della storia di Gesù che vede in lui la presenza di Dio nel tempo e la promessa di Dio oltre il tempo. Non è obbligatorio, per essere esseri pensanti, leggere la storia di Gesù in questo modo. Ma le Chiese cristiane sono riunite in questa fede: in Gesù si incarna la promessa di Dio. Il Concilio di Nicea, commemorato nel 2025, vuol dire che il nome del Dio tre volte santo non si può separare nella narrazione dal nome e dalla storia di Gesù di Nazaret. Un uomo integralmente uomo. La critica biblica è la serietà del dogma di Calcedonia nell’orizzonte concettuale della modernità».
Passando all’orizzonte ecclesiologico, Ferrario ha parlato del rapporto tra Evangelo e Chiesa. «Certamente ciò che conta è l’Evangelo del Regno e questo concentrato dell’Evangelo del Regno che la Chiesa dopo Pasqua ha visto nella persona di Gesù. Questo è infinitamente più importante della Chiesa. Nella Gerusalemme celeste non ci sarà il tempio perché l’agnello è il tempio. Però fino a che siamo qua la chiesa ha la sua importanza».
Il teologo ha esplicitato poi il nucleo dell’ecclesiologia evangelica e della concezione della comunità che risignifica l’Evangelo: è la fine del sacerdozio ministeriale e quindi di termini come sacerdote e laico, per ragioni cristologiche, perché c’è sacerdozio dove c’è sacrificio e il culto cristiano non è sacrificante. Su questo aspetto ha evocato il pensiero di due autorità cattoliche in esegesi e teologia: Romano Penna e Giuseppe Lorizio. In particolare, quest’ultimo sostiene che la teologia cattolica ha espresso un consenso con gli evangelici sulla questione del sacrificio dal punto di vista cristologico e della teologia sacramentaria, ma non della liturgia, un aspetto cruciale perché da qui passa la catechesi. Su questo, pensa Ferrario, bisogna lavorare. Dal concetto di sacrificio dipende anche la critica evangelica alla struttura gerarchica della chiesa, che non viene negata ma non è considerata sacra. «Un annuncio dell’Evangelo nell’Europa scristianizzata richiede anche una Chiesa ripensata dal punto di vista ministeriale. Pure il protestantesimo, che ha meno vincoli dogmatici rispetto al cattolicesimo, fatica e impedisce alla fantasia dello Spirito a dispiegarsi. Il tipo di comunione ecclesiale che esercitiamo, una comunione di diversi, uomini e donne, eterosessuali e omosessuali, di persone riconosciute nella loro identità fino in fondo è, secondo me, una parabola del Regno di Dio».
Sul quarto orizzonte, quello etico, Ferrario ha ricordato il contesto: «La cultura di matrice europea tra mille contraddizioni – razzismi, nazismi, fascismi, oppressioni stragismi, eredità coloniale e schiavistica – è la cultura dei diritti e della democrazia. Si dice che la chiesa non è democrazia. Il discernimento nella Chiese evangeliche avviene con procedure analoghe a quelle della democrazia, ma comincia con la preghiera: è l’invocazione dello Spirito che irriga la nostra aridità. La Chiesa non si identifica neanche con la democrazia politica, però c’è una specie di affinità elettiva».
Secondo il teologo, la democrazia, che pur con i suoi limiti cerca di ridurre le ingiustizie mediante la giustizia umana, è il miglior contesto per la Chiesa perché «accoglie la possibilità della Chiesa di annunciare l’Evangelo meno peggio. Nel tempo dell’incremento incontrollato delle diseguaglianze la Chiesa che annuncia il Regno ricorda che solo la giustizia fiscale determinata da una tassazione progressiva permette la creazione di servizi per i meno abbienti. La Chiesa, in un tempo di ritorno di nuove nostalgie autoritarie, ricorda che lo Stato forte è una buona cosa ma deve impedire che il proprio uso della forza si traduca in una violenza istituzionale, ad esempio da parte delle forze dell’ordine o del sistema carcerario. Nel tempo dell’emarginazione delle persone anziane, la Chiesa ricorda che la dignità persone non coincide con la loro capacità produttiva. Nel tempo della privatizzazione della sanità, la Chiesa ricorda che il diritto alla salute e all’istruzione non si possono delegare al privato. Nel tempo della confusione tra democrazia e dittatura della maggioranza, la Chiesa ricorda che i diritti delle minoranze sono importanti, anche quelle che non ci piacciono».
Per annunciare tutto questo, la Chiesa ha tre modalità di cui non può fare a meno, ha concluso il teologo: la predicazione del Regno di Dio, illustrando l’Evangelo attraverso la giustizia umana come parabola della giustizia divina; gli stili ecclesiali, una Chiesa organizzata in modo orizzontale che secolarizza le catene di comando ed è formata da donne e uomini, omosessuali ed eterosessuali e persone non binarie; la diaconia della Chiesa, che agisce sulle conseguenze, non instaura il Regno di Dio.
Le radici oscure di antisemitismo e islamofobia
COMUNICATO STAMPA 12
Nella serata dedicata ad “Antisemitismo e islamofobia”, la docente di Storia del pensiero ebraico Claudia Milani ha presentato due amici del Sae che abitano il mondo del dialogo, Gadi Luzzatto Voghera e Yahya Sergio Yahe Pallavicini, e ha introdotto i loro interventi.
«Simone Morandini ci ha ricordato che siamo in un tempo di guerre e di guerra di religione e Gianfranco Brunelli come sui giornali, quando si parla di ebraismo, semitismo e antisemitismo -aggiungo islam -, la confusione è massima. Allora dobbiamo avere cura delle parole e della storia che ci ha portato al momento attuale. Dall’inizio del secolo il rapporto tra i tre monoteismi è cambiato molto, penso a due date simbolo: l’11 settembre 2001 e il 7 ottobre 2023. Dopo l’11 settembre abbiamo iniziato a guardare all’islam con uno sguardo di sospetto, pregiudizio, rifiuto e paura. Per una donna indossare il velo in Europa e in nord America è difficilissimo. In maniera analoga l’attentato del 2023 e la guerra a Gaza che ne è seguita hanno portato a una rinascita dell’antisemitismo che non era mai sopito. Penso sia stato difficile occuparsi di dialogo interreligioso negli ultimi anni, ma proprio per questo ritengo sia indispensabile. Se c’è qualcosa che può smantellare questi pregiudizi è la conoscenza e il dialogo. In una settimana dedicata all’ecumenismo, parlare tra rappresentanti di altre religioni sui pregiudizi, credo che sia molto utile».
Ha iniziato Gadi Luzzatto Voghera, direttore della Fondazione Cedec (Centro di documentazione ebraica contemporanea), osservatorio che mappa gli episodi di antisemitismo nella vita reale e nella rete, studioso di storia dell’ebraismo e dell’antisemitismo. Il relatore sente l’esigenza di ripensare il lessico con cui si descrive l’odio antiebraico del XXI secolo «perché il termine “antisemitismo” porta con sé un’eredità pesantissima legata alla tragedia della Shoah» ed evocando immagini e simboli del passato «fatica a cogliere le forme più recenti, non esplicite e più ambigue, di ostilità antiebraica. Il termine viene utilizzato anche in modo improprio, ad esempio viene accusato di antisemitismo chi critica il governo Netanyahu, in tal modo il termine comporta un danno grave alla comprensione del fenomeno».
Il linguaggio, ha continuato il relatore, non è solo uno strumento neutrale, ma «un dispositivo cognitivo e politico che seleziona, organizza e rende comprensibile la realtà, quando si irrigidisce si provoca una frattura tra la realtà e la sua rappresentazione; ciò che accade continua a esistere ma diventa più difficile riconoscerlo, nominarlo e quindi contrastarlo. Questa crisi semantica non è solo un problema accademico, ma ha effetti concreti sul piano politico, educativo e sociale».
Nello spiegare l’origine del concetto di antisemitismo, che nasce nella seconda metà del XIX secolo, in un momento in cui il razzismo si presenta come discorso pseudo-scientifico, Luzzatto lo definisce «un’invenzione ideologica coniata per dare una legittimazione moderna all’ostilità verso gli ebrei. È dunque un concetto ambiguo che non nomina direttamente l’odio contro gli ebrei ma costruisce un’opposizione astratta a un presunto “semitismo”». Il fenomeno si innesta sulla secolare tradizione dell’antigiudaismo religioso cristiano che ha continuato fino a oggi.
L’istituzionalizzazione del termine nel corso del Novecento ha comportato, secondo lo storico, una sorta di normalizzazione linguistica, diventando una categoria tecnica, ed è stato identificato principalmente con il razzismo biologico e il progetto genocidario nazista, rendendo più difficile riconoscere forme diverse. Definire l’antisemitismo oggi significa stabilire dei confini: decidere cosa rientra o non rientra nel fenomeno, distinguere tra critica legittima – ad esempio alle politiche di un governo, o alle opinioni espresse da singole personalità) e discorso d’odio. «Le controversie più intense si dono concentrate sul rapporto tra antisemitismo e discorso su Israele. In un mondo globalizzato, in cui quel paese occupa un ruolo centrale nell’immaginario politico, la linea di confine tra critica politica e delegittimazione identitaria è diventata sempre più sottile».
Secondo Luzzatto, le tre definizioni di antisemitismo – quello dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance), della Jda (Jerusalem declaration on antisemitism), e della Nexus task force) sono grandemente lacunose: «non fanno cenno alle radici religiose del pregiudizio antisemita che sono presenti sia nel cristianesimo sia nell’islam e non guardano alla presenza di elementi strutturali di antisemitismo nell’agire politico del fondamentalismo islamista e del suprematismo bianco. Inoltre ignorano la presenza dell’antisemitismo nel mondo dell’intersezionalità. L’antisemitismo si allea a misoginia e omofobia per difendere quello che è ritenuto un corpo politico minacciato».
Essendo l’antisemitismo non solo una reazione a singoli eventi, ma un linguaggio che si basa su strutture ricorrenti, ha spiegato il relatore, possiede un vocabolario già disponibile, pronto a essere attivato in ogni momento. Non cresce perché c’è Netanyahu al governo. Inoltre, oggi lo Stato di Israele è percepito come una rappresentazione collettiva degli ebrei. Di conseguenza, la critica allo Stato può facilmente trasformarsi in una forma di ostilità generalizzata.
Il direttore del Cedec ha individuato una pluralità di forme di antisemitismo che possono essere analizzate attraverso varie dimensioni: una dimensione pratica (atti concreti di violenza), culturale e sociale (stereotipi, battute, pregiudizi), politica (strumento retorico), narrativa (nei media, nei social e in alcuni ambiti accademici). Sono dimensioni che interagiscono tra loro e sono amplificate dai media digitali. Un altro aspetto di cui tenere conto è la dimensione generazionale: generazioni diverse non condividono lo stesso linguaggio e la stessa memoria. In certi casi i concetti di antisemitismo e sionismo non hanno lo stesso significato: adulti e studiosi le mettono in relazione con la memoria storica del Novecento, diversi giovani con la situazione geopolitica.
In conclusione, Luzzatto pensa che occorra rinnovare i linguaggi, estendere la riflessione sull’odio antiebraico ai mondi non occidentali, includerlo nella più generale diffusione dei discorsi d’odio e favorire le occasioni di dialogo. A questo scopo è stata creato un progetto didattico da parte della Fondazione Cedec e dell’Ucebi (Unione cristiana evangelica battista d’Italia), dal 2026 intitolato a Edith Bruck. In quattro anni sono stati coinvolti migliaia di ragazzi di chiese cristiane e centinaia di formatori. La nascita di amicizie rappresenta uno dei possibili percorsi praticabili per contrastare il discorso di odio.
Yahia Sergio Yahe Pallavicini, imam della moschea al-Wahid di Milano, vicepresidente della Coreis (Comunità Religiosa Islamica Italiana) e presidente di EuLeMa (European Muslim Leaders' Majlis), ha iniziato il suo intervento offrendo dati statistici delle agenzie ed enti specializzati nell’analisi dell’odio contro i musulmani per le istituzioni dell’Unione europea e descrivendo la ricerca di dati sull’islamofobia in Europa. «Le istituzioni europee sono le più strutturate nell’aver creato degli uffici che si occupano di monitorare e contrastare la discriminazione e l’odio contro i musulmani, definizione che registra una trasformazione lessicale: da fobia verso la religione a odio contro i suoi membri».
Rispetto ai dati, «secondo l’Agenzia per i Diritti Fondamentali, un musulmano su due in Europa è oggetto di discriminazione o attacchi di odio. I settori principali dove i musulmani sono oggetto di discriminazioni sono il lavoro e la ricerca di una casa, seguono i settori dell’educazione, della salute e dello sport. Le donne sono molto spesso oggetto di narrative di odio. I Paesi europei con un maggior tasso di denunce per islamofobia sono Austria, Belgio, Francia e Germania. Si registra un incremento dello sviluppo dei discorsi di odio nei social media, prevalentemente nella comunicazione giovanile».
Pallavicini ha rilevato che, nelle analisi sul fenomeno, la dimensione religiosa viene trascurata: «Raramente si affronta il pregiudizio contro una specifica identità religiosa che degenera in odio e discriminazione contro ebrei, cristiani o musulmani, in quanto credenti e religiosi osservanti. Raramente si affronta la disparità di pratica del culto per i musulmani che vengono boicottati nelle loro esigenze di preghiera rituale comunitaria, soprattutto per l’apertura dei luoghi di culto e dei cimiteri islamici. A complicare l’analisi e il pregiudizio contribuisce l’ignoranza dell’Islam e l’idea che i musulmani siano tutti uguali come identità di fede, pensiero e comportamento da quattordici secoli, nel mondo arabo e nel resto del mondo».
Secondo l’imam, l’islamofobia è una paura indotta che pesca nei secoli precedenti e viene aggiornata con la propaganda per la sicurezza contro il terrorismo jihadista che diffonde la grossolana generalizzazione musulmani uguale terroristi e «invita a salvare l’identità giudeo-cristiana dell’Europa con una nuova crociata della destra democratica che parta dalla re-immigrazione. Per noi musulmani d’Occidente le radici della tradizione monoteista abramitica sono spirituali e si declinano in una visione intellettuale che apre all’intelligenza della vera fede e al valore di ogni civiltà autentica che rispetta e sviluppa un’amministrazione della sacralità della vita dei popoli».
I sapienti musulmani internazionali, ha proseguito Pallavicini, «condannano la strumentalizzazione violenta del diritto islamico promossa dal secolo scorso da alcuni movimenti fondamentalisti alla ricerca di una lotta di potere nel mondo arabo. La maggioranza dei musulmani in Europa desidera vivere in dialogo e in pace nel rispetto del contesto giuridico, culturale e sociale. È importante distinguere le generazioni di credenti musulmani e cittadini onesti dalla propaganda del formalismo, del fanatismo, dell’estremismo, del radicalismo, del maschilismo e del terrorismo che hanno manipolato la religione per una rivoluzione priva di fede, giustizia, cultura e pietà spirituale».
Il vero nodo da sciogliere, secondo il relatore, è il rapporto con la secolarizzazione. «C’è chi promuove la difesa del sacro contro il mondo moderno e chi promuove la secolarizzazione in sostituzione dell’adorazione di Dio nella religione. Oltre a questa artificiosa, infantile e sterile polarizzazione c’è il ruolo delle autorità e delle comunità religiose di favorire il dialogo per arginare sia il tradizionalismo che abusa di una forma confessionale per riconquistare il mondo e sia il qualunquismo degli atei devoti e dei razionalisti che pretendono rivoluzionare il sistema del mondo con un ideale di pacifismo umanitario che esclude l’adorazione di Dio».
Nel dibattito pubblico che si svolge nel contesto postmoderno, ha concluso il vice presidente della Coreis, si inserisce l’islam spirituale, «aderendo e sostenendo il dialogo interreligioso promosso da San Giovanni Paolo II e sviluppato da Papa Francesco sul valore della preghiera per la pace e della fratellanza umana. L’Islam spirituale custodisce e difende l’autentica identità del monoteismo e la collaborazione interreligiosa tra i popoli d’Oriente e d’Occidente e subisce gli attacchi dei suprematisti e dei populisti come dei militanti del radicalismo eversivo. L’Islam spirituale rappresentato da maestri, teologi, giuristi, intellettuali, consiglieri e credenti musulmani dall’Indonesia al Senegal, dallo Yemen all’Europa, dalla Turchia all’Uzbekistan promuove il comandamento dell’amore per Dio e per il prossimo e per il bene comune. A chi può fare paura questo rinnovamento ecumenico e spirituale e perché mai?».
La Chiesa che nasce
COMUNICATO STAMPA 13
Quali creatività pasto
rali per la Chiesa che nasce dal grembo della secolarizzazione? Sono stati invitati a rispondere questa domanda, che ha segnato il penultimo giorno della sessione di formazione ecumenica del Sae al Monastero di Camaldoli, la teologa battista Francesca Debora Nuzzolese, docente di teologia pratica alla Facoltà valdese di Teologia, e monsignor Vittorio Battocchio, vescovo di Vittorio Veneto, presidente dell’Associazione teologica italiana (Ati).
Francesca Debora Nuzzolese ha esordito affermando che l’esperienza in uno dei laboratori della sessione ha rafforzato in sé la convinzione che il confronto con la secolarizzazione «ci chiama a riappropriarci del nostro corpo ecclesiale, a riconoscerci, collaborare ed esprimere la nostra identità distintivamente cristiana, come parti essenziali di un Corpo, che non ha timore di andare e restare nelle crepe della vita, negli spazi che altri e altre cercano di evitare». Diverse voci, a Camaldoli, hanno riconosciuto che «la Chiesa si presenta, almeno nel contesto occidentale, come Corpo fragile, affaticato dalla storia, claudicante e forse anche per certi versi in stato terminale. Ma abbiamo anche evidenziato che possiamo essere un corpo straordinariamente resiliente, capace di guarire, di rigenerarsi e di generare ancora vita».
La teologia pratica, una disciplina che prende avvio dal vissuto umano vagliandolo attraverso l’analisi critica e la riflessione teologica, si chiede come e con quali strumenti favorire questa rigenerazione. Nella sua esperienza trentennale in luoghi pastorali e formativi, Nuzzolese si è resa conto che la società odierna non è solo secolarizzata, ma profondamente traumatizzata. «Guerre, migrazioni forzate, violenza domestica, abuso, polarizzazione politica, precarietà economica, solitudine, ansia e depressione costituiscono sempre più il tessuto ordinario dell'esperienza umana. La domanda è quale tipo di presenza la Chiesa saprà offrire, sapendo che anche noi, come ministri e come comunità, apparteniamo allo stesso mondo ferito, siamo segnati dalla stessa esposizione alla violenza, all'incertezza e alla frammentazione che caratterizzano il nostro tempo».
La fede offre risorse straordinarie per attraversarla, riconosce la teologa, ma se il trauma rimane inconsapevole, anche le comunità cristiane finiscono per reagire secondo le logiche della sopravvivenza anziché del Vangelo: «Ci irrigidiamo per proteggerci. Diventiamo sospettosi verso ciò che è nuovo, reattivi di fronte al conflitto, incapaci di ascoltare senza sentirci minacciati. Confondiamo la sicurezza con la fedeltà, la ripetizione con la tradizione, il mantenimento dell'ordine con la pace. Le nostre comunità incorporano le ferite che hanno attraversato, i conflitti mai elaborati, gli abusi non riconosciuti, ma anche le possibilità di guarigione. Il corpo non mente. Comunica molto prima delle nostre dichiarazioni teologiche».
Nuzzolese è convinta che la causa di tante fughe non sia la poca credibilità del Vangelo, piuttosto la distanza tra quel Vangelo e la qualità della presenza cristiana. «Se le persone cercano altrove luoghi di appartenenza, di cura e spiritualità, forse non stanno rifiutando Cristo; stanno cercando un luogo sufficientemente sicuro per poterlo incontrare. In questa prospettiva, credo che una delle vocazioni più urgenti della Chiesa oggi sia riscoprire una delle dimensioni più antiche della propria identità: essere uno spazio terapeutico recuperando il significato originario della therapeia: il luogo della cura, del servizio e della guarigione, nel quale il dolore può essere raccontato senza essere corretto o spiritualizzato, la vulnerabilità non diventa motivo di esclusione e la fiducia può lentamente rinascere. In altre parole, una comunità che rende possibile sperimentare la guarigione di Dio».
La teologa ha maturato questa convinzione in contesti diversi, «cercando di custodire un dialogo tra lavoro clinico e cura pastorale, ricerca accademica e attivismo con le comunità di base, religione e scienze umane, tra la preghiera e lo psicofarmaco. Nel lavoro con donne sopravvissute alla tratta di esseri umani, nell'accompagnamento di persone rifugiate private della propria casa, della propria storia e talvolta perfino della propria identità, e nei percorsi di riconciliazione in contesti segnati dalla violenza estrema, come quello tra tutsi e hutu in Rwanda, ho imparato le lezioni più profonde sul potere trasformativo della fede. È lì che il paradosso del Vangelo diventa sorprendentemente concreto. La tradizione cristiana, attraverso un linguaggio simbolico e narrativo, racconta un Dio che non salva evitando la fragilità, ma abitandola, che nasce, soffre e muore perché proprio attraverso quella estrema esposizione alla fragilità possa dischiudersi una possibilità nuova di vita. È la logica pasquale».
Nuzzolese ritiene che la Chiesa non possa proporsi come luogo di guarigione senza riconoscere, con verità e umiltà, le proprie ferite. «Le nostre comunità non sono state soltanto luoghi di consolazione, ma anche luoghi di esclusione, di abuso spirituale, di silenzi complici e di esercizio irresponsabile del potere. Per questo la prima vocazione terapeutica della Chiesa è rivolta verso sé stessa, verso le vittime che siedono ancora invisibili nelle nostre assemblee. Verso coloro che se ne sono andati. Verso i ministri e le ministre che hanno consumato la propria vita nella cura senza essere, a loro volta, accompagnati e custoditi. La guarigione ecclesiale richiede verità, riparazione, responsabilità reciproca, supervisione, formazione continua e una cultura della cura che attraversi l'intera vita comunitaria. Quali ministri e ministre stiamo formando, per quale Chiesa e per quale mondo?».
Se il ministero consiste nell'accompagnare persone e comunità dentro la complessità della vita, ha concluso, «la formazione non può limitarsi all'acquisizione di competenze disciplinari. Deve formare persone capaci di ascolto, discernimento, maturità emotiva e spirituale, consapevolezza dei propri limiti e delle dinamiche relazionali che attraversano ogni pratica di cura. Non possiamo continuare a preparare persone alla cura senza offrire strumenti sistematici per la cura di sé. Supervisione, pratiche riflessive, alfabetizzazione emotiva, consapevolezza del trauma e delle dinamiche di potere non costituiscono elementi accessori del curriculum, ma condizioni essenziali per un ministero sano e sostenibile. In definitiva, il futuro della Chiesa dipenderà sempre meno dall'efficienza delle sue strutture e sempre più dalla qualità della sua presenza nel mondo. Che presenza vogliamo essere? Che presenza siamo capaci di portare? Dipende da noi».
In un’epoca in cui cittadine e cittadini europei si trovano a vivere nell’epoca del “post”, «anche la Chiesa cattolica vive una stagione segnata da qualche “post”: è post-conciliare, ovviamente, ma anche post-eurocentrica, se non proprio post-europea», ha esordito Riccardo Battocchio. «Qualcuno potrebbe sostenere, con qualche preoccupazione o con un sospiro di sollievo, che la Chiesa cattolica stia vivendo una fase post-francescana, con il passaggio da papa Francesco a papa Leone XIV, in particolare per quel che riguarda i temi della sinodalità, della riforma delle strutture, della riconfigurazione dei ministeri ecclesiali».
Per accennare a una situazione che definisce “paradossale”, il vescovo ricorre a un passaggio di Massimo Faggioli tratto dal suo ultimo libro Leone XIV e la Chiesa globale, in cui lo storico delle religioni mette in evidenza il fatto che, nonostante l’ecclesiologia conciliare e il cammino sinodale, la Chiesa cattolica sia sempre più “papale”. Scrive Faggioli: «Proprio negli anni in cui la Chiesa si impegna in una riforma sinodale, l’ondata populista sulle istituzioni in Occidente, come anche l’evoluzione dei sistemi politici in Russia, Cina, India, America latina e Africa in senso autoritario, esercitano sul cattolicesimo una pressione che tende ad esaltare il potere primaziale del papa a scapito dell’episcopato come anche del laicato: questo mette a rischio non solo la sinodalità ma anche la collegialità come punto di equilibrio trovato del Vaticano II».
In una situazione di tensione, foriera di motivi di preoccupazione, Battocchio pensa che «non è solo appellandoci all’ottimismo della volontà che possiamo continuare a guardare con fiducia all’impegno di tante comunità cattoliche e di tante persone che hanno partecipato attivamente ai cammini sinodali messi in moto al tempo di papa Francesco e rilanciati anche da papa Leone XIV. Ci sono comunità e persone che hanno vissuto i cammini sinodali come risposta realistica e generativa alla chiamata che Dio rivolge oggi al suo popolo». Occorre riconoscere e ribadire, ha continuato, che con i cammini sinodali «la Chiesa cattolica ha testimoniato una non scontata capacità di mettersi creativamente in ascolto di quello che “lo Spirito dice alle Chiese”. La creatività pastorale non si manifesta solo con iniziative estemporanee, che pure non mancano, ma con la messa in atto di percorsi di apprendistato che rendono possibili l’assunzione di uno stile, l’elaborazione di pratiche e la ricerca di istituzioni coerenti con questo stile».
Secondo il teologo, il Documento finale della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi Per una Chiesa sinodale. Comunione, partecipazione, missione e il Documento di sintesi del cammino sinodale delle Chiese in Italia, Lievito di pace e di speranza, «sono espressione, a livelli diversi, dell’apprendistato in corso e, allo stesso tempo, tracciano le linee per proseguire nella ricerca di pratiche ecclesiali in grado di corrispondere al dono accolto nella fede».
Nell’accennare ad alcune proposte pastorali “creative” – del Centro Studi Missione Emmaus, di Enzo Biemmi, dei percorsi dell’iniziazione cristiana e delle diocesi – Battocchio ha sottolineato: «C’è bisogno del coinvolgimento dei vescovi come evangelizzatori e non solo come amministratori, ma non è possibile pensare ai vescovi come soggetti isolati In questo senso, è fondamentale il lavoro dedicato alla promozione della pluriministerialità nelle parrocchie e nelle diocesi».
Alla base del lavoro ecclesiale ci dev’essere un requisito fondamentale: «Per essere quello che devono essere, tutte le nostre azioni pastorali vanno pensate, progettate e vissute come risposta a un dono che viene da Dio. Se non è così, le nostre fatiche rimangono sterili, inevitabilmente».
Guardando alla propria diocesi, ma anche alle altre, il vescovo ha posto la domanda: «Chi è il soggetto del quale prendersi cura in quanto è chiamato a porsi generativamente di fronte al mandato missionario?». Ha trovato una risposta ascoltando gli organismi di partecipazione: «Questo soggetto è la comunità cristiana, ossia l’insieme dei battezzati e delle battezzate che si riconoscono chiamati a perseverare in uno stesso luogo “nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere”. In concreto, vorremmo prenderci cura di quella comunità che chiamiamo “parrocchia”, definita sempre più non tanto dalla presenza fisica di un presbitero quanto dalla presenza in un territorio di una comunità di cristiani e di cristiane che possono radunarsi per celebrare l’Eucaristia, presieduta da un presbitero, nel giorno del Signore. Alle comunità cristiane che nel loro insieme costituiscono la Chiesa locale è chiesto di prendersi cura delle relazioni, come casa accogliente, e di percorrere con fiducia le strade che a questa casa portano e da questa casa partono».
La Chiesa che verrà
COMUNICATO STAMPA 14
L’ultima tavola rotonda della sessione di formazione ecumenica del Sae che si è conclusa a Camaldoli il 1° agosto è stata dedicata alla” Chiesa che verrà”. Relatori l’arcivescovo di Torino, cardinale Roberto Repole, e il pastore battista Simone De Giuseppe, delegato dell’Unione delle Chiese evangeliche battiste alla Conferenza delle Chiese europee.
Nel suo intervento, Roberto Repole ha premesso che il Concilio Vaticano II è stato un primo momento simbolico di confronto del cattolicesimo con il mondo secolarizzato, in un’epoca in cui il confronto avveniva in una società dai valori condivisi ed era facile prospettare un dialogo, anche grazie al riconoscimento da parte della Chiesa cattolica della «legittima autonomia delle realtà terrene» (Gaudium et Spes 36). Nel frattempo, sono sorti mutamenti radicali e la cifra della post modernità è diventata quella della complessità.
In primo luogo, ha spiegato il teologo, la chiesa è alle prese con il processo di deculturazione a cui non segue un processo di nuova acculturazione. La deculturazione è simultaneamente una de-socializzazione. L’individualismo espressivista imperante sta destrutturando la società. Inoltre, assistiamo alla restrizione della libertà e della razionalità in un contesto di economicismo iper-liberista e sviluppo tecno-scientifico il cui riflesso sociale più importante è sull’impatto del digitale sulle relazioni e la libertà umana. «La connessione globale ci priva di un’autentica comunicazione, c’è una connessione senza comunità. L’interlocutore si riduce a specchio in cui ci si rispecchia. Noi oggi siamo molto propensi a riporre la nostra fiducia nei meccanismi delle macchine che usiamo, riducendo quel fenomeno di fiducia nelle persone e nelle istituzioni. La libertà diventa risposta a ciò che è offerto come in un supermercato. Con la libertà è compromessa anche la razionalità, che diventa tecnico-dominativa». Repole, però, individua anche la permanenza nell’essere umano del bisogno di senso che, seppur non si traduca in un’immediata richiesta di trascendenza, rende consapevoli dell’ansia, dell’angoscia e della paura pervasiva causate dalla finitudine, soprattutto tra i più giovani.
Di fronte a tutto questo emerge la domanda “Come può essere la chiesa che verrà?”. Il cardinale ha individuato tre coordinate: «la necessità di una chiesa che sia capace di una nuova apologia dell’umano, che sappia profeticamente portare la novità della libertà cristiana e della razionalità che alla luce della fede in Cristo può portare, e il fattore ecclesiale come un fattore che probabilmente sarà determinante per la presenza profetica delle chiese all’interno della cultura secolarizzata».
Una nuova apologia dell’umano, ha spiegato, sarà necessaria a partire da Cristo, l’uomo vero. La chiesa dovrà saper nominare ciò che la cultura iper liberista e tecno-scientifica vogliono nascondere: i malesseri di un contesto culturale che lascia delle angosce profonde. «Poter nominare questo è un servizio grandissimo a questo mondo. Insieme a ciò mostrare, sempre a partire da Cristo, in particolare dalla sua risurrezione, la forza rigenerante e umanizzante del cristianesimo. Forse alle chiese spetterà di ritrovare il coraggio dell’annuncio dell’inedito che viene dalla Pasqua di Cristo come qualcosa capace di inquietare una finitudine rinchiusa in sé stessa».
Una seconda coordinata, per la chiesa, sarà «portare il valore della libertà umana e della razionalità, ridare spessore a una libertà che rischia di essere atrofizzata. La libertà oggi è parola d’ordine ma rischia di essere da supermercato: prendi quello che ti è concesso di prendere, mancando il bersaglio della profondità della libertà che ha senso solo se può spendersi per qualcosa. Da questo punto di vista le chiese potrebbero dal passato riscoprire dei tesori che oggi possono essere messi a disposizione del mondo». Nel 681 tenemmo un Concilio definito ecumenico che sconfisse il monotelismo mostrando che c’è una volontà piena di Cristo, senza la quale non c’è salvezza e quindi una libertà piena nell’umano di Gesù che appare nella Pasqua come accoglienza, dedizione totale e capacità di reciprocità buona. Per noi si tratta di tornare alla vicenda di libertà di Gesù, che culmina nella passione e morte, per cogliere che la profondità di quella libertà sta nell’essere stesso di Dio».
Citando Ratzinger per il quale «la fede allarga la razionalità perché non è nell’ordine del fare e del fattibile e inserisce nella riflessione le questioni fondamentali», Repole vede una razionalità che «non si ferma all’oggettività della ricerca scientifica ma si pone le tematiche che includono la libertà dell’essere umano, che è nell’ordine del desiderio e non del bisogno e coglie che ogni conoscenza è preceduta da un atto di amore».
Ultimo, ma non ultimo, le chiese potranno offrire quello che è il “fattore ecclesiale” come fattore decisivo per il futuro delle chiese e della società: «si tratterà di mostrare in atto che c’è un motivo teologico per cui la salvezza ci raggiunge in modo incipiente in una comunità in cui facciamo simultaneamente esperienza della filiazione divina e della fraternità tra noi. Bisognerebbe riuscire a riprendere confidenza, con la teologia, che questa non è la stagione solo di una riflessione sul “come” della chiesa, ma sul “perché” della chiesa. Ciò che stiamo facendo, anche insieme, nel cammino di sinodalità, può essere una palestra interessante perché, nella misura in cui la sinodalità rappresenta il trovare la necessità di camminare insieme con Cristo risorto verso il Regno, è una profezia grandissima in un mondo de-culturalizzato e de-socializzato».
Utilizzando l’immagine del cannocchiale, ripresa dall’esperienza di bambino nelle notti stellate, Simone De Giuseppe ha individuato tre “lenti” per guardare alla Chiesa che verrà: la “lente” teologica, quella sociologica e quella etica.
Difficile immaginare il futuro della Chiesa, ha esordito, «anche perché, come dice il sottotitolo della sessione, “Tu sei veramente un Dio misterioso”, un versetto di Isaia (Is 45,15) ripreso dal riformatore Martin Lutero per indicare il Deus absconditus e l’imperscrutabilità dei suoi disegni. Dio appare misterioso proprio in un momento di crisi del popolo d’Israele deportato a Babilonia. Dio risulta misterioso proprio a credenti che vivono una condizione di diaspora, caratterizzata da isolamento, disorientamento e solitudine».
Con la seconda “lente”, quella sociologa, il pastore riprede le tesi di tre sociologi europei. Luigi Berzano, relatore alla sessione, definisce quello europeo un “cristianesimo in diaspora”. Il fenomeno della diaspora era stato predetto da Joseph Ratzinger, ricorda De Giuseppe, ed era affermato da Karl Rahner «Il cristianesimo come diaspora è la modalità con la quale le chiese cristiane devono concepirsi nell’Europa di oggi e di domani; vale per la maggioranza cattolica nel sud-Europa, così come per la maggioranza protestante nel nord-Europa e la maggioranza ortodossa nell’Europa dell’est. Per certi versi, la secolarizzazione ha messo in luce la condizione originaria dei cristiani e delle cristiane, ben espressa dalle parabole bibliche, di essere granelli di senape, lievito e - aggiungo - sale della terra. Non una maggioranza dominante e potente, ma una minoranza potenzialmente creativa e dinamica della società. Per me, come evangelico, è normale essere minoranza nella società italiana. La Kek, che è stata ricevuta al Parlamento europeo, è una voce come tante altre».
Citando il sociologo e psicologo ceco Tomáš Halík, autore del libro Pomeriggio del cristianesimo. Il coraggio di cambiare, il relatore ha affermato che l’Europa sta vivendo «un’epoca nuova in un contesto secolarizzato o post-secolare che non si presenta come una sconfitta, ma come un kairós per le chiese. Halík riconosce nel suo saggio la crisi dei riti ecclesiali tradizionali, ma vede in essa un’opportunità per superare il paradigma di una “religione culturale” e per riscoprire il valore autentico della fede cristiana vissuta e praticata quotidianamente».
La terza tesi sostenuta è ripresa dal sociologo tedesco e luterano Hartmut Rosa – ascoltato da De Giuseppe nell’ultima Assemblea generale della Kek in Estonia -, autore di Perché la democrazia ha bisogno della religione e Indisponibilità. All’origine della risonanza. «La frenesia moderna, il consumismo, la mercificazione, i social network e le nuove tecnologie del mondo occidentale stanno contribuendo a generare l’alienazione delle persone in una società accelerata, indebolendo la capacità di ascolto e la tenuta democratica dei Paesi. Le religioni diventano così l’antidoto che offre un asse di “risonanza” verticale tra l’essere umano e Dio e uno spazio di “indisponibilità” orizzontale tra i credenti, qualora non scadano nei fondamentalismi o nelle chiusure identitarie». Quando sono vissute con apertura, le fedi religiose «permettono di ritrovare, attraverso il silenzio, la preghiera e il canto, un ascolto profondo che ridà vibrazione alla vita sociale, riabilita lo spazio pubblico contro le polarizzazioni ideologiche e permette di ricreare legami comunitari autentici. Le religioni sono una risorsa vitale per l’Europa del futuro perché agiscono contro una logica del controllo, coltivando l’incontro con l’Incontrollabile per definizione».
Guardando alla Chiesa che verrà da una prospettiva etica, De Giuseppe vede due possibili atteggiamenti, trasversali a tutte le Chiese: un atteggiamento fondamentalista, che vive la fede cristiana in modo identitario, definendosi a partire dal contrasto con il diverso considerato come un pericolo, e uno riformista che riscopre l’essenziale della propria fede a partire dal Vangelo. In tutte le Chiese cristiane, nota il pastore, ci sono tentativi di cogliere questo nuovo tempo non come una minaccia ma come un’opportunità di cambiamento.
La Charta Oecumenica, recentemente aggiornata, è vista dal relatore come un documento fondamentale per ripensare l’azione ecumenica delle Chiese cristiane in un’Europa che presenta nuove sfide per il futuro. Secondo De Giuseppe, la firma dei patti tra le Chiese cristiane a Bari e tra le religioni a Roma, oltre al recente convegno per riflettere sul reciproco riconoscimento del battesimo tra battisti, metodisti e valdesi, hanno rappresentato delle concretizzazioni delle linee guida della Charta Oecumenica e hanno tracciato un nuovo cammino per il cristianesimo italiano di domani».
Così come i profeti, oggi le chiese «sono chiamate a essere sentinelle profetiche al loro interno e al loro esterno. Nello specifico, chiese che osano annunciare l’Evangelo con nuovi linguaggi nei contesti dove ce n’è più bisogno; chiese che possono insegnare il valore della comunione e della ricchezza delle differenze, che non si spaventano di fronte all’incontro tra persone di culture diverse, che accolgono le sensibilità di tutte le generazioni; chiese inclusive verso ogni minoranza, chiese ecumeniche, aperte al dialogo interreligioso e con la società, senza cadere nella trappola dell’antisemitismo e dell’islamofobia; chiese capaci di testimoniare con coraggio la pace e la nonviolenza nel clima bellicista europeo e di guarire le ferite del passato nel segno della riconciliazione; chiese che ricercano la salvaguardia del creato con azioni concrete; chiese in grado di stare con coloro che sono messi ai margini e che sbarcano sulle nostre coste; che provano a interrogarsi sull’uso responsabile delle nuove tecnologie; chiese in grado di raccontare e trasmettere con gioia l’amore e la speranza di vita promessi da Dio».
De Giuseppe ha concluso condividendo la speranza che «questo tempo di “pomeriggio del cristianesimo”, in cui si vivono l’alienazione di una società secolarizzata e l’esperienza collettiva di un cristianesimo in diaspora, segni un nuovo inizio. «È proprio quando cala il sole nel tardo pomeriggio che nell’oscurità inizia un nuovo giorno in cui vivere l’attesa speranzosa di una nuova alba che sicuramente sorgerà».
Il Regno di Dio: già e non ancora
COMUNICATO STAMPA 15
Le ultime due meditazioni della 62a sessione di formazione ecumenica del Sae, svoltasi al Monastero di Camaldoli dal 26 luglio al 1° agosto, sono state proposte dalla predicatrice valdese Erica Sfredda, presidente emerita del Sae, e dal teologo Ivan Nikolaev, della Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia.
Erica Sfredda ha riflettuto sulle parabole inerenti al Regno di Dio (Mt 13,31-34). «Gesù non descrive il Regno di Dio come un luogo fantastico, ma come una realtà talmente vicina a noi da potercela raccontare utilizzando esperienze materiali e quotidiane. Il nostro contesto culturale e filosofico ci rende ancora più difficile parlarne. L’umanità, per lo meno quella occidentale, non può più non interrogarsi sul senso anche teologico che rappresentano realtà come i morti nel Mediterraneo, le guerre, i genocidi, l’utilizzo della schiavitù e della tortura, il disastro ambientale. Per non parlare della piccola e quotidiana sofferenza che ci circonda: le donne maltrattate, le malattie, la vecchiaia abbandonata, l’infanzia abusata. Come parlare di gioia, di speranza, di impegno per il Regno di Dio in un contesto come il nostro? Come far emergere il “già” e non concentrarsi solo sul “non ancora”?»
Nelle due parabole, nelle quali sono protagonisti un seme e una manciata di lievito, l’aspetto che colpisce, sottolinea Sfredda, è il contrasto tra le dimensioni dell’inizio e quelle della fine. In entrambe le situazioni avviene qualcosa di misterioso. «Ed ecco la prima straordinaria notizia: la nostra fede, spesso modesta e povera di slanci, può produrre effetti incredibili e inimmaginabili. Ma non illudiamoci: queste azioni apparentemente insignificanti richiedono di non aver paura di perdere il senso della propria importanza. Questa è anche la seconda buona notizia: non dobbiamo essere grandi, avere migliaia di seguaci per poter lavorare per il Regno di Dio. Al contrario, dobbiamo accogliere una logica totalmente diversa, prendere le distanze dalle dinamiche di potere, privilegio, egoismo, indifferenza. Dobbiamo accettare di rinunciare a noi stessi per diventare qualcosa di nuovo, un grande albero nel quale trova posto tutta l’umanità. Non, uno spazio dal quale giudicare gli altri e da difendere con gli eserciti, ma un luogo ampio e accogliente dove trovare protezione, gioia, pace e benedizione. Come l’albero non discrimina gli uccelli, né li separa, così nel Regno di Dio troveremo un’ospitalità piena, universale e generale».
Secondo la predicatrice, occorre vigilare per non perdere di vista il carattere escatologico di queste parabole: «Gesù non parla di una teocrazia, ma del Regno di Dio, che nasce nascosto ed invisibile ai più, fino a quando la sua potenza non si manifesterà appieno e darà agli uomini e alle donne un sicuro riparo. La storia delle chiese cristiane è invece stata trasversalmente segnata dal tentativo di avere visibilità e perfino potere, dalla volontà di imporre la propria fede e le proprie strutture». Solo accettando che il Regno è nelle mani di Dio, cristiane e cristiani potranno, con gioia e speranza, rimboccarsi le maniche per annunciarlo».
Conclude Sfredda: «Continuiamo, instancabili, a seminare e a lavorare la pasta con tutte le nostre forze e capacità, con tutto lo slancio che le nostre fedi ci donano, con tutta la gioia che il Signore distribuisce con generosità, fiduciose e fiduciosi che il risultato non è nelle nostre mani, e non dipende da noi, ma dal nostro Signore, più potente di ognuno di noi, più forte delle nostre confessioni, più grande delle nostre religioni, più amorevole di qualsiasi creatura sulla terra».
I
van Nikolaev ha riflettuto sul libro dell’Apocalisse (Ap 21,21-25), che «invita ad assumere uno sguardo particolare e mai scontato. La visione del capitolo 21 appartiene al futuro escatologico che, nella prospettiva dell’autore dell’Apocalisse, non è semplicemente ciò che deve venire. Il Regno non è ancora pienamente manifestato, ma è già entrato nel mondo. La Gerusalemme celeste esercita già ora una forza di attrazione sulla storia, per questo non è soltanto la meta del cammino cristiano: è anche il criterio con cui leggere il presente».
La vera contrapposizione non è tra la Gerusalemme celeste e quella terrestre, ma fra Gerusalemme e Babilonia. Quest’ultima «rappresenta l'impero che pretende di assolutizzare il proprio potere, la città autoreferenziale che si costruisce dimenticando Dio e facendo di sé stessa il centro della storia. La Rivelazione di Giovanni ha contribuito a maturare la distinzione fra ciò che appartiene a Dio e ciò che appartiene a Cesare che costituisce la base del nostro impegno contro ogni idolatria politica».
Il cuore della visione di Giovanni, nella meditazione del teologo, è racchiuso nell’affermazione. «Non vidi alcun tempio in essa, perché il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio» (Is, 21,22). «L’Antico Testamento già preannunciava questa visione. Non esiste più una distinzione fra spazio sacro e spazio profano. La gloria di Dio riempie ogni cosa e trasforma l'intera città in un unico santuario. È un'immagine che interpella profondamente anche le nostre comunità. Quanto spesso continuiamo a pensare il sacro come uno spazio limitato, quasi che Dio abitasse soltanto dentro alcuni luoghi o alcuni momenti della vita. L'Apocalisse ci ricorda invece il punto d'arrivo della storia della salvezza: Dio desidera abitare con gli uomini, non semplicemente essere occasionalmente visitato dagli uomini».
Il versetto successivo (Ap 21,23) si focalizza sulla luce che illumina la città, l’Agnello. «L’insistenza dell’Apocalisse sull’immagine dell’agnello è un modo per ricordarci che le ferite della Pasqua non appartengono soltanto al passato. Ancora una volta, l'incarnazione non viene cancellata nell'eternità. Il Figlio continua per sempre ad essere l'Agnello immolato e vivente. La gloria di Dio conserva per sempre il volto dell'amore che si dona».
Allargando lo sguardo, continua Nikolaev, si può vedere chi abita la Città e come tutta l'umanità viene attratta verso di essa (Ap 21,24). «Per tutto il libro dell'Apocalisse i re della terra sono stati associati ai poteri che si oppongono a Dio. Ora, invece, li ritroviamo trasformati. Non sono più protagonisti della propria gloria; vengono a deporla davanti alla gloria di Dio. Questo significa che nulla di autenticamente umano va perduto nel Regno di Dio. Le culture, i popoli, le lingue, la storia concreta dell'umanità non vengono cancellati. Sono purificati, liberati da tutto ciò che li rende idolatrici e autoreferenziali. Dio non salva l'uomo cancellandone la storia; salva la sua storia trasfigurandola. La grazia non distrugge la natura, la conduce al suo compimento. Persino la diversità delle nazioni non rappresenta più una minaccia. La Gerusalemme celeste non realizza l'unità eliminando le differenze. Possiamo dire che qui Giovanni descrive la piena riconciliazione tra unità e pluralità, un tema così travagliato per la nostra quotidianità ecclesiale, ma anche per l’intero movimento ecumenico».
L’ultimo versetto oggetto della meditazione (Ap 21,25) dice che le porte della Gerusalemme celeste rimangono costantemente aperte perché il male non possiede più alcun potere. La fiducia ha definitivamente sostituito la paura. «Forse è proprio questa l'immagine che può accompagnare anche la nostra riflessione sulla secolarizzazione. La città di Dio non vive nella paura del mondo. La sua identità non dipende dalla contrapposizione con qualcuno, ma dalla presenza dell'Agnello. La Chiesa assomiglia alla Gerusalemme celeste quando diventa abbastanza trasparente da lasciar passare la luce di Cristo. Non quando cerca di sostituirsi a Dio, ma quando permette agli uomini di incontrarlo. Non quando accumula potere, ma quando riflette la gloria dell'Agnello. Il futuro di Dio ci invita a imparare già oggi ad abitare la città degli uomini secondo la logica della Gerusalemme celeste: una città nella quale tutto diventa trasparenza e lode».
La secolarizzazione, letta alla luce di questa pagina, «è innanzitutto un’occasione di purificazione delle nostre immagini di Dio e della comunità cristiana, indispensabile per l’avvicinamento alla purità della Gerusalemme celeste. È una via che, se vissuta con lo spirito giusto, ci può permettere una liberazione dai nostri idoli. Fino al punto in cui la pienezza dell’unione reale con Dio non sostituisca i tanti schemi che ci creiamo – con la pienezza della presenza immediata.
Ha concluso Nikolaev: «Il mondo ha bisogno di un cristianesimo che non vive delle sicurezze offerte dal potere, dal prestigio o dall'influenza sociale, capace di custodire la propria identità senza trasformarla in una fortezza. Un cristianesimo sufficientemente trasparente da lasciare intravedere, attraverso la propria povertà e le proprie ferite, la luce dell'Agnello. Non attendiamo semplicemente un mondo migliore, ma il compimento della comunione tra Dio e l'umanità che inizia qui».
Una sessione ricca di diversità che guarda al futuro
COMUNICATO STAMPA 16
Si è conclusa al Monastero di Camaldoli la 62a sessione di formazione ecumenica del Sae (Segretariato attività ecumeniche) che ha affrontato il tema “Chiese nella secolarizzazione: una prospettiva ecumenica. Tu sei veramente un Dio misterioso (Is 45,15)”.
Come ha commentato il presidente Simone Morandini nelle conclusioni, è stata una settimana all’insegna di una diversità ricca per la presenza sia di esponenti di diverse confessioni cristiane sia di ebrei, musulmane e musulmani di diversi orientamenti. Una sessione in cui i giovani hanno avuto una presenza significativa, sia numericamente sia qualitativamente.
La domanda sul tavolo è stata: “Come stare ecumenicamente in questo tempo di secolarizzazione?”. Innanzitutto Morandini ha rilevato la sfida della comprensione: «Come ci hanno detto Debora Spini, Luigi Berzano, Gianfranco Brunelli, Roberto Repole e Giuseppe De Simone, diffidiamo di letture semplicistiche della realtà. Cogliamo la relatività della nostra esperienza della secolarizzazione: in America Latina, Europa orientale e Stati Uniti vivono esperienze diverse, testimoniate da Hanz Gutierrez, Sergej Tikhonov e Massimo Faggioli. Evitiamo di demonizzare la secolarizzazione».
Senza sottovalutare la sfida delle chiese vuote, ricordata da Fulvio Ferrario, il presidente del Sae ha ricordato l’invito di Lucia Vantini: «”Vediamo cosa di buono è iniziato, cosa sta germogliando”. Come mantenere vivificante la testimonianza dell’evangelo in comunità che lo pratichino e lo annuncino. Dobbiamo anche interrogarci su quei frutti perversi della secolarizzazione che del religioso prendono solo il volto violento e lo traducono in odio, in particolare odio antiebraico e anti-islamico, e sulle tensioni che sperimentiamo dentro e tra le nostre chiese».
Morandini ha introdotto un’altra domanda: «”Come contrastare questi volti della secolarizzazione non facendo guerra ma proponendo forme stili di vita intense ma non fondamentaliste?”. Come chiese siamo un po’ sgangherate – come ha detto Alessandra Trotta - e tuttavia siamo forti della grazia di Dio, che ci sorprende al di là delle nostre forze, per rinsaldare la speranza, coltivarla e custodirla in noi per offrirla e condividerla, come ha suggerito Vladimir Laiba, attingendo all’inedito della Pasqua talvolta inquietante che sempre ci stupisce, secondo le parole di Repole. Una speranza che può essere più salda se sa attingere a radici più profonde, non quelle a cui si richiama chi si appella a identità forti da usare come accette, ma quelle che dicono di vocazioni che ci strappano al ripiegamento su noi stessi e ci proiettano oltre, per una “chiesa in uscita”».
Per realizzare questo programma, «ci sono molte vie e molte forme, nel segno dell’incontro e della sinodalità ecumenica, istanza postaci in maniera forte da Riccardo Battocchio e Serena Noceti. Credo che questa sia una realtà da coltivare e su cui continuare a lavorare, per abitare lo spazio pubblico senza timore e senza arroganza. Tutto questo possiamo farlo se siamo capaci di ascoltare quella vita che vive feconda attorno a noi, evocata da Vantini, e dare testimonianza alla vita e alle sue ambivalenze in quella dialogicità creatrice di relazioni di cui ci parlava Francesco Zaccaria».
In sintesi, la sfida è di «ritessere il corpo delle nostre chiese e il corpo della Chiesa invisibile, unica chiesa di Cristo, come spazio terapeutico, come ci ha detto Francesca Debora Nuzzolese. La chiesa non è qualcosa di altro dalla parola di salvezza perché Dio ci salva e ci vuole salvare come popolo e come popoli. Tutta questa varietà di dimensioni potrebbe farci tremare. E tuttavia la logica è quella indicataci da Erica Sfredda nella sua meditazione: il seme che ci mostra la fragile realtà che cresce e germina al di là di quello di cui possiamo accorgerci. E il seme chiede di essere coltivato perché davvero possa germinare forme di vita consonanti con tale annuncio».
In questa prospettiva Morandini ha riletto anche il ruolo dell’associazione: «Il Sae non è una chiesa, ma una realtà che opera per coltivare questi semi che stanno crescendo. Perché l’ecumenismo fa differenza, porta buoni frutti e ne abbiamo segni. Ci sono realtà che meritano di essere coltivate: le novità dei Patti e la Charta Oecumenica e il lavoro di pace che stiamo provando a fare.
Il Sae vuole essere un servizio al cammino delle chiese a partire da Maria Vingiani, nel segno della laicità e dell’interconfessionalità, con il privilegio della formazione come grande sfida ecumenica. Sessant’anni sono passati dalla fondazione, questo è per noi un anniversario. Noi facciamo tenacemente ecumenismo, qui e nei gruppi locali che al nord al sud e al centro sono tenacemente presenti nelle città italiane. A settembre avremo il convegno dei giovani e un incontro online sul nostro documento sulla pace. Stiamo lavorando sull’archivio di Maria Vingiani. Il cammino ecumenico ha bisogno di una solida e buona memoria dei cammini passati».
Dopo il ringraziamento al comitato esecutivo e a quante e quanti hanno collaborato al successo della sessione, il presidente del Sae ha concluso con un augurio: «Buona strada del lavoro ecumenico tra continuità e novità, guidata da un futuro che ci attrae. Ci accompagni il Dio misterioso di Isaia nascosto eppure salvatore, ricco di mistero ma potente nella misericordia».
