Comunicato stampa n.0

“Da Nicea ad oggi: ecumenismo tra memoria e futuro”: questo il titolo della 61a Sessione di formazione promossa dal Segretariato Attività Ecumeniche (SAE – APS), che si terrà a Camaldoli dal 27 luglio al 2 agosto presso la Foresteria del monastero. Il 1700° anniversario del I Concilio ecumenico di Nicea – l’unico condiviso dall’intera ecumene cristiana - è una grande opportunità per ripensare il cammino verso la comunione delle chiese. È anche l’occasione per fare il punto su alcuni nodi che le interpellano, oggi come allora, a partire dal valore della confessione di fede, al rapporto con le culture, alla relazione tra chiese e politica, fino alla dinamica della sinodalità. E sono solo alcuni dei temi che saranno affrontati nel corso di una Sessione che si muoverà tra la memoria di una storia ecumenica e un presente complesso.

COMUNICATO N. 1

È iniziata oggi (lunedì 28 luglio) alla Foresteria di Camaldoli con la preghiera di apertura e il discorso della presidente Erica Sfredda la 61 sessione di formazione ecumenica “Da Nicea ad oggi: ecumenismo tra memoria e futuro” del Segretariato Attività Ecumeniche (SAE – APS). Nella chiesa del Monastero il gruppo interconfessionale di animazione liturgica ha proposto il tema della Via per iniziare un cammino radunati e radunate nel nome del Dio trinitario proclamato a Nicea 1700 anni fa. Nel nome del Padre, Dio delle liberazioni, del Figlio che ha dedicato la vita ai diseredati e alle escluse, dello Spirito che evoca una libertà sempre da rivendicare.

Circa 180 persone di diverse confessioni – avventista, battista, cattolica, metodista, ortodossa, pentecostale, valdese – provenienti da diverse regioni d’Italia, tra cui diversi giovani, hanno cantato e pregato chiedendo di «continuare a essere viandanti, donne e uomini aperti a quella trasformazione incessante che Tu metti sui nostri sentieri come la più gioiosa e inattesa delle tue benedizioni». Ognuno ha ricevuto una catenella da mettere al collo con il simbolo della strada percorsa da piccoli passi.

Ha esordito la presidente: «Tutta la nostra esistenza dovrebbe essere volta ad accordare gli strumenti che abbiamo ricevuto e ad allenarci con costanza per essere poi capaci di lodare il Signore tutti insieme: nelle nostre comunità, all’interno delle nostre chiese, in mezzo a coloro che come noi venerano l’unico Signore, anche se con credi diversi, e nell’intera creazione. Una grande orchestra dove trovano posto tutte le grandi religioni monoteiste, ma anche tutti gli uomini e le donne che cercano il Signore».

Introducendo il programma della sessione, Erica Sfredda ha detto: «Vorremmo ripercorrere e richiamare le grandi domande che i Padri conciliari si sono posti: a partire da quella fondamentale per i cristiani, che è “Chi è Gesù per noi?”. O come disse Gesù stesso: “E voi, chi dite che io sia?”. Una domanda che ci interpella come chiese, ma anche come singoli che vivono una quotidianità che spesso si allontana dalla fede e che cercano, anche con fatica, di capire quale spazio hanno dato, nelle loro esistenze, a Gesù, l’uomo di Nazareth».

La presidente ha anche sottolineato Nicea come l’evento di definitiva separazione dall’ebraismo, «tappa conclusiva di un percorso storico, spirituale e religioso che era durato alcuni secoli e che aveva portato la religione cristiana ad allontanarsi dalle proprie radici». Nonostante il Gesù proclamato nel Simbolo fosse ebreo ed ebraiche le Scritture a cui la chiesa faceva e fa riferimento.

Una sessione sul Concilio di Nicea, ha continuato, non significherà solo parlare dei temi di allora ma anche «parlare della nostra più stringente attualità affrontando alcuni nodi dolorosi o scandalosi della storia delle chiese da affrontare con coraggio e con spirito sereno, con la consapevolezza di essere nelle mani del Signore e sottolineandolo con la preghiera». Le chiese oggi sono interrogate sul tema del rapporto con la politica e sull’annuncio della presenza del Signore in un mondo ampiamente scristianizzato e secolarizzato. La sessione è l’occasione per l’ascolto e il confronto tra voci diverse, cristiane ed ebraiche, sul senso della fede oggi. Farlo nel contesto monastico di Camaldoli, accolti e accolte dalla Comunità attraverso le parole calorose di dom Matteo Ferrari, priore del Monastero e dell’intera congregazione camaldolese, ha significato partire con il piede giusto e il cuore rinfrancato.

COMUNICATO N. 2

Alla sessione di formazione ecumenica del Sae a Camaldoli il primo panel, “L’evento di Nicea e il suo Simbolo”, ha posto le fondamenta del discorso per aprire un cammino verso gli sviluppi successivi. Moderati dal teologo Simone Morandini del Comitato esecutivo del Sae, la storica del cristianesimo Emanuela Prinzivalli e il teologo valdese Fulvio Ferrario hanno esaminato l’aspetto storico e teologico del Concilio del 325 che ha una sua unicità ecumenica ed è stato riconosciuto da uno spettro molto ampio di chiese cristiane.

Nicea è un evento complesso, di cui mancano gli atti, ed è testimoniato dal suo Simbolo, che ha avuto una evoluzione come niceno-costantinopolitano, e da venti Canoni, ha esordito Prinzivalli nella sua lezione magistrale. È il concilio che ha dibattuto sulla data della Pasqua discostandosi da quella ebraica, e che usa in modo nuovo uno strumento tradizionale: la riunione di capi ecclesiastici di diverse chiese di una regione o di una provincia convocati dal vescovo più influente. Quello di Nicea, definito concilio ecumenico da Eusebio di Cesarea, fu convocato dall’imperatore Costantino che riuscì a radunare circa 270 vescovi seguiti da accompagnatori. La storica ha sottolineato, tra le finalità dell’evento, la risoluzione di un problema dottrinale ma anche di politica geo-ecclesiastica. Non c’era solo il problema del presbitero Ario, considerato eretico, in contrasto con il vescovo di Alessandria, ma la questione dell’unità della fede.

Dopo aver riunificato nel 324 l’impero, Costantino si trovò davanti non solo il caso di Ario ma un conflitto che toccava le principali sedi episcopali di Oriente. Il ruolo dell’imperatore di pontifex maximus, garante del culto divino, lo rendeva responsabile verso il mondo divino del retto culto che era ritenuto essenziale per ottenerne il favore.

Nel mondo antico le controversie religiose avevano un impatto forte e un conflitto religioso a volte coagulava altri problemi. Il problema massimo del cristianesimo era un Dio Figlio accanto a Dio. Attraverso parole mutuate dalla filosofia - usia, homoousios, hipòstasis - i Padri hanno cercato di definire il grande mistero del rapporto del Figlio con il Padre.

Per Fulvio Ferrario la ricerca di un linguaggio per dire questo mistero è una storia che non inizia nel IV secolo. A Nicea i Padri cercavano parole non solo nella filosofia, ma anche nel Nuovo Testamento dove si cerca di verbalizzare l’esperienza dell’incontro con Gesù. L’identificazione tra Gesù e Dio compare due volte in contesto dossologico: nella professione di fede di Tommaso: “Mio Signore e mio Dio” (Giovanni 20,28) e in una lettera apostolica (Tito 2,13): “Aspettando l’apparizione nella gloria del nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo”.

Non esiste una parola che sia univoca per verbalizzare l’esperienza dell’incontro con Gesù. Il tema è sviluppato in vari modi. Il Nuovo Testamento conosce due modalità di approccio: dal basso come incontro con un uomo speciale; dall’alto, nei dogmi, come incarnazione del Logos presso Dio.

Ferrario ha esemplificato il modello della risalita: la filiazione nella risurrezione (Rm 1,4), nel battesimo (Mc 1,9-11), nell’infanzia (Matteo e Luca), nel principio (Giovanni 1) a cui si ispira il dibattito successivo.

Nicea chiama in causa il rapporto tra fede e filosofia. Alcuni interpretano quell’evento come una resa alla filosofia che ha risucchiato la semplicità evangelica, altri lo giudicano come una critica alla filosofia. Le due opinioni possono essere entrambe giuste, secondo il teologo, che aggiunge: «Le affermazioni di Nicea riguardano la comprensione della salvezza: per incontrare la salvezza devi incontrare Dio in Cristo. Dio stesso ti viene incontro nella sua realtà. Questo implica una rilettura dell’idea di Dio, uno ma differenziato».

Il linguaggio va bene tanto più è elastico e si presta a custodire in modo sempre parziale il messaggio della fede. Si può affidarsi alla riproduzione: ripetere homoousios credendo che ci siano parole sacre che si identificano con la realtà, oppure ri-produrre una parola secondo le intenzioni dell’annuncio. La tradizione cristiana non andrebbe vista come arsenale di contenuti ma come stile di pensiero.

Ferrario suggerisce di utilizzare i dogmi come una delimitazione di spazio. I no di Nicea aiutano a crescere. Il no fondamentale è che il volto dell’unico Dio non è separabile in nessun modo e in nessun tempo dalla storia dell’uomo Gesù di Nazareth. La dottrina trinitaria se ha un senso è che Dio è padre e questo è un concetto relazionale.

Vivace è stato il dibattito seguito alle due relazioni, molto applaudite.

COMUNICATO N. 3

Nella sessione del Sae (Segretariato attività ecumeniche) alla Foresteria di Camaldoli, in corso fino al 2 agosto, un vivace panel ha affrontato il tema “Confessare Gesù Cristo per l’ecumene, tra Nicea e oggi”. Al tavolo l’arcivescovo di Modena-Nonantola Erio Castellucci, vicepresidente della Conferenza episcopale italiana, Athenagoras Fasiolo, vescovo ausiliare della Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia, e il docente Lothar Vogel, decano della Facoltà valdese di teologia di Roma. Introdotti dalla presidente del Sae, Erica Sfredda, i tre relatori partendo dalle definizioni di Nicea hanno mostrato come l’eredità di quel Concilio è stata recepita dalle Chiese e quali implicazioni ha per la fede oggi.
Castellucci ha messo in luce come l’adozione nel linguaggio della fede della formula homoousios, una categoria non biblica, «apre e conferma la possibilità di integrare nel corso della storia le diverse tradizioni, culture, espressioni, perché esprimano il contenuto della fede stessa in maniera adeguata alla comprensione dei contemporanei». Questa formula, di tradizione greca, «fissa un punto che supera questa cultura stessa, esprime la capacità della fede cristologica di intrecciarsi con le culture senza lasciarvisi ingabbiare».
Nicea inaugura una definizione di Dio che apre al “monoteismo trinitario”, ha spiegato l’arcivescovo: «Dio cioè non è un essere solitario, autarchico, ma è in sé stesso relazione. E lo è essenzialmente, per natura, e non accidentalmente. Dio è generante e generato, è famiglia, è dialogico, rapporto di dare-ricevere; un Dio che dà si concepiva facilmente, ma un Dio “derivato”, “che riceve”, sembrava impossibile da concepire».
Da qui Castellucci trae una conseguenza antropologica fondamentale: «Se Cristo non è un semplice uomo da imitare, e nemmeno solo un Demiurgo semidivino, ma è da sempre Figlio, noi – creati “in Cristo Gesù”, fatti a immagine e somiglianza di Dio, e chi vede Cristo vede il Padre – siamo fatti per la relazione». Questo ha un riflesso anche sull’identità cristiana che «non è monolitica, ma relazionale» e sull’identità ecclesiale. «Unità e diversità insieme: questa è la natura della Chiesa. Di qui anche l’impegno sociale e politico, che le Chiese continuano a portare avanti insieme». È la vocazione pubblica del cristianesimo, oggi essenziale nell’impegno per la pace nel mondo.
Le Chiese protestanti lungo i secoli hanno redatto delle Confessioni di fede secondo i linguaggi del tempo nelle quali il termine homoousios compare in tutte, salvo pochissime eccezioni, ha spiegato Lothar Vogel. «Nicea ha stabilito una grammatica della fede che ci unisce».
Nella teologia riformata, da Lutero e Melantone in poi, i Concili possono errare essendo un’espressione umana e quello di Nicea è ritenuto autorevole non di per sé, ma perché la sua dottrina proviene dalla Scrittura. Ma per i riformatori seguire la Scrittura «non vuole dire ripetere il dettato della Bibbia, ma riconoscere la possibilità di una certa creatività linguistica». Del Concilio del 325 Vogel ha messo in luce anche una problematicità: «la verità viene definita nella sua differenza da un errore su cui si pronuncia un anatema», con diverse conseguenze tra cui la stigmatizzazione di chi non la pensava allo stesso modo e le esclusioni. In conclusione rileva che «è importante ricordare Nicea perché ne siamo debitori, tutti quanti provano ancora a dire e vivere la buona novella legata a Gesù Cristo. Per me, in questa memoria rientra anche, però, l’empatia con gli sconfitti».
Per il mondo ortodosso Nicea ha un significato molto importante. Athenagoras Fasiolo ha rievocato l’invito di Gesù a battezzare ogni creatura che si estende dagli apostoli ai presbiteri, guide delle comunità fondate dagli apostoli, e ai vescovi come diretti interpreti della fede apostolica che si riuniscono nei Concili. Questa modalità mostrava la dimensione intercomunitaria aumentando l’autorità della loro testimonianza nel mondo in cui vivevano. Prima dell’indizione da parte di Costantino del Concilio del 325, la fede universale era espressa attraverso i Simboli battesimali. La chiesa nascente aveva già coscienza della fede trinitaria, anche senza avere concetti ad hoc. Nicea rappresenta un cambio epocale. Si stabilisce un principio per cui i simboli battesimali non sono sufficienti, ma c’è bisogno di un simbolo universalmente riconosciuto basato sul criterio dell’ortodossia della fede di fronte a correnti neoplatoniche e nuove professioni di fede. Il Simbolo di Nicea codifica il discorso su Dio con atti che hanno un valore universale. Il Simbolo diviene fondante per la Chiesa cristiana. C’è una comprensione radicalmente nuova di Dio, un Dio personale e relazionale, che diventa accessibile come Padre, Figlio e Spirito Santo. La dimensione pneumatologica si svilupperà nel 381 con il Concilio di Costantinopoli. Nicea emana anche dei canoni ecclesiologici ed esprime una sinodalità che è una preziosa eredità in evoluzione.
Ha concluso il panel un dibattito plurale per contenuti e accenti che ha spaziato tra il rapporto tra chiesa e potere politico, il distacco dalle radici ebraiche, i linguaggi della fede, la recezione della Tradizione.
La giornata è terminata con la prima celebrazione ecumenica nella chiesa del Monastero alla quale ha partecipato anche la Comunità monastica. Riflettendo sul libro della Genesi (Gen 26,17-19) in cui Isacco riattiva i pozzi che suo padre Abramo aveva scavato ed erano stati sigillati, e poi trova un pozzo d’acqua viva, il pastore valdese Alessandro Esposito ha sottolineato la continuità con i padri e le madri come segno di fedeltà e l’azione di scavare il pozzo delle tradizioni per liberarli dai detriti. «Si scava sempre di nuovo nella fede. È un compito che attende ogni nuova generazione. La fede è chiamata a manifestare audacia e intraprendenza».

COMUNICATO N. 4

La seconda giornata della sessione di formazione ecumenica del Sae a Camaldoli si è aperta con una preghiera ispirata al cammino verso l’Oreb di Mosé che si imbatte nel roveto ardente attraverso il quale Hashem gli si rivela come «il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe».

Acceso un fuoco, il gruppo liturgico ha commentato: «La luce rivela una Presenza, impossibile da stringere, impossibile da possedere. Ma unica e preziosa, perché è Vita, piena e premurosa. La luce diventa Presenza che scalda, che rafforza, che consola. Che illumina il giorno e che rischiara il cammino. È alla luce di questo fuoco che ogni terra diventa sacra».

La preghiera è sfociata poi nell’intervento proposto da rav Joseph Levi, rabbino capo emerito della Comunità ebraica di Firenze. È tradizione nel Sae che la prima meditazione biblica sia svolta da una voce di tradizione ebraica per richiamare le radici del cristianesimo e il fatto che per il Sae il dialogo inizia a partire dal dialogo con l’ebraismo.

Introdotto da Erica Sfredda - che ha espresso il dispiacere per l’aggressione subita domenica da una famiglia ebraica francese in un autogrill in Lombardia e per ogni altra forma di antisemitismo e di islamofobia, rav Levi ha esordito: «Ringrazio per l’invito a intervenire. In questo periodo di grande buio e caos il dialogo ebraico-cristiano deve servirci come un caposaldo di dialogo, di ascolto, di collegamento e intesa tra diverse culture, religioni e persone. Se ce l’abbiamo fatta tra ebrei e cristiani, con la nostra storia così sofferta, possiamo farcela anche in altri contesti. Rimaniamo saldi nella continuità del dialogo ebraico-cristiano, un modello di promozione e di possibilità di creare insieme un futuro più ragionevole»

Rav Levi ha illustrato, rifacendosi ai commenti di Maimonide, Rashi e di altri maestri, la professione di fede d’Israele: lo “Shemà Israel” contenuto in Deuteronomio 6,4-9, versetti che racchiudono l’esperienza religiosa della storia monoteista del popolo. La professione di fede esprime nella prima parte l’unicità di Dio e nella seconda le forme per esprimere l’amore verso di lui. «La via per l’amore al divino è la via della conoscenza, dello studio, dell’approfondimento della struttura del mondo dietro il quale c’è il mistero di una divinità che dirige l’universo» ha detto Levi. Il brano di Deuteronomio 4,12, che rappresenta il contesto che prelude allo Shemà e ne aiuta la comprensione, ricorda l’esperienza dell’Oreb: «E l'Eterno vi parlò dal fuoco; voi udiste il suono delle parole, ma non vedeste alcuna figura; non udiste che una voce». Fondamentale, per questo, la postura dell’ascolto a cui il popolo è invitato.

«Tu amerai Hashem con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze» dai commentatori antichi viene fatto derivare da un amore così grande che l’anima dell’essere umano è sempre legata ad Hashem, lo pensa sempre. Nel Cantico dei Cantici addirittura diventa la malattia dell’amore (Ct 2,5). Per Rabbi Yehuda Loew, detto il Maharal di Praga, Dio è l’essenza di tutto.

Lo Shemà, ha concluso Levi, diventa l’espressione più profonda del credo di Israele.

COMUNICATO N. 5

Prosegue alla Foresteria di Camaldoli il cammino di approfondimento dell’eredità del Concilio di Nicea nel 1700° anniversario. La tavola rotonda di martedì è stata tematizzata nell’ambito del rapporto tra il mistero di Dio e la cultura umana con il titolo generale “Dire Gesù” che richiama la declinazione in chiave ecumenica. Nella prima parte, “Dire Gesù: tra Scrittura e culture, tra Nicea e oggi”, introdotta dal giornalista Riccardo Maccioni, la teologa Cristina Simonelli, docente di storia della chiesa antica e teologia patristica alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, già presidente del Coordinamento teologhe italiane, è partita dalla domanda della prima ora di alcuni discepoli - «Rabbì – che, tradotto - significa Maestro, dove dimori?”».

«La glossa – che significa Maestro – è importante perché ci stiamo muovendo all’interno di un passaggio di parole, di pratiche e non solo di culture come lingue ma anche come un passaggio di forme religiose e di fedi: la fede di Gesù, attraverso Gesù e in Gesù. In qualunque modo si voglia interpretare Nicea, come rivisitazione dell’idea di Dio o sul versante cristologico, io sto più sul versante di una rivisitazione dell’idea di Dio, e tuttavia non si può negare che nell’uno e nell’altro aspetto è a causa di Gesù».

In questa prospettiva la teologa rintraccia «la prima forma di reciproca resistenza, in senso positivo: aprire mondi, aprire spazi, interrogarsi. Una resistenza tra l’orizzonte di questo monoteismo, e la considerazione che nei testi del Nuovo Testamento quell’uomo – il suo insegnamento, la morte violenta e l’affermazione di un incontro con il Vivente – viene chiamato Kyrios, titolo con il quale la tradizione greca traduce Hashem. È una reciproca resistenza in qualche modo che apre questo dibattito niceno e la storia degli effetti nello sviluppo del IV secolo».

Simonelli interpreta culture anche nel senso della vicinanza tra comunità, pratiche, esperienze e vite. «L’esperienza è duplice: è quella di una relazione immediata con il Vivente, però è anche mediata. Tra il mediato e l’immediato teniamo anche la forza delle vite che è mediata prima di tutto dalle Scritture, che non sono un precipitato a presa diretta ma hanno una forma culturale di religioni».

Citando il libro di Hanz Gutierrez “Oltre la Bibbia, oltre l’Occidente” la teologa sottolinea due caratteristiche determinanti per l’articolazione e la fioritura del senso: la lentezza e la pluralità. «Anche il testo delle Scritture resiste dando lentezza e un invito alla pluralità. Come è per le Scritture, lo è per le forme liturgiche: homousioos è inserito in un Simbolo che è battesimale. Il Credo è anche una resa sintetica della narrazione dei fatti biblici ma tutte le forme più strutturate della liturgia sono un rilancio delle Scritture».

La teologa vede nella grande crisi del IV secolo, che ha accompagnato il passaggio tra Nicea e il primo Concilio di Costantinopoli, l’ambito nel quale è stato ampliato il concetto di sostanza con quello di sostanza plurale, ma anche l’ambito di una riflessione sulla necessità e sui limiti del linguaggio teologico e dogmatico. «Penso alla riflessione di Tommaso che dice: “l’atto della fede non termina all’enunciato ma alla cosa, alla realtà”». Dalla crisi del IV secolo scorge anche aspetti interessanti come la ricerca di costruire un perimetro all’interno del quale provare a fare una corretta professione di fede ma senza affermare che gli asserti umani siano Dio a presa diretta, perché questo sarebbe un’idolatria.

Rispetto al ruolo delle vite, che Simonelli rimette in scena, vite spesso escluse, esse spodestano la rappresentazione di Dio in un ordine imperiale creata da un sistema gerarchico. «Nicea, pur nella paradossalità del suo linguaggio filosofico antico, è proprio contro una visione imperiale, perché nell’affermare un’unità in cui c’è un principio non di gerarchia e c’è un “uno” plurale, mette a critica la visione patriarcale dell’impero».

Nel racconto dell’incontro di Gesù con la donna siro-fenicia, «dove il mondo della vita si impossessa di un sistema in cui Gesù si trova e lo muove» e nella risposta dei martiri di Abitene – Sine dominico non possumus – a chi chiede loro perché si sono riuniti a pregare nonostante il divieto, la teologa rintraccia la resistenza delle vite. «Dominico non è solo la giornata di festa cristiana – nella traduzione più nota – ma è anche un plesso generale che vuol dire la celebrazione eucaristica, la memoria di Gesù e un altro principio kyriarcale che entra in conflitto e giudica. È quel plesso di resistenza dove la Scrittura e la liturgia celebrata con il suo carico di vite resiste a un principio kyriarcale imperiale, alle forme di violenza incrociate a cui, parlo in casa cattolica, non siamo stati mai estranei con una violenza degna degli imperatori, e di cui Giovanni Paolo II ha chiesto perdono».

Il filo della buona resistenza disegnato nella relazione attraverso molti luoghi, per la teologa «è una memoria mediata di pratiche da cui è possibile rileggere Nicea nella sua onda lunga. Il linguaggio semplice e arrogante insieme della filosofia greca muove l’uno a tenere dentro l’ipostasi. Mi piace rubare il canone 7 del secondo Concilio di Costantinopoli che parlando delle due nature in Cristo dice: considereremo il numero due non come numeri da sommare ma come la custodia della differenza. Credo che anche la forma greca, se non vuole espropriare ma sta in tensione, abbia delle cose da dire anche rispetto alla santità di Dio».

Concludendo, Simonelli è convinta che, se non se ne fa una retorica del consenso, «Nicea può convertirsi come ogni esperienza ecclesiale dicendo con autorevole umiltà le proprie conclusioni e lasciandosi attraversare dalle culture e dalle vite, diventando così spaziosa e benedicente».

COMUNICATO N. 6

Nella tavola rotonda “Dire Gesù entro la pluralità culturale”, moderata dal giornalista Riccardo Maccioni, sono intervenuti relatori di diverse provenienze geografiche e confessionali che, insieme alla loro specificità, hanno caratterizzato i contributi offerti per sviluppare il tema della sessione.

L’intervento di Hanz Gutierrez, originario del Perù, laureato in filosofia, teologia e medicina, e docente di Teologia sistematica alla Facoltà avventista di teologia di Firenze, si è incentrato su una critica articolata alla cristologia.

Secondo il docente, la crisi del cristianesimo non risiede, come si pensa comunemente, in un allontanamento da Cristo, ma nella stanchezza e nella rigidità della cristologia che, in primo luogo, perde in eterogeneità e complessità a Nicea e in seguito. In secondo luogo, nella cristologia dell’homoousios si perdono dinamicità e apertura.

Nella testimonianza biblica il relatore trova una complessità e un’incompletezza feconde. Il Vangelo di Matteo esordisce con il dato fondante: Cristo, uomo e Dio, a cui aggiunge due nomi: Gesù ed Emmanuele. Nel primo, seguendone l’etimologia “salva il suo popolo dai suoi peccati”, Gutierrez ravvisa il rischio di un “Gesù purista” che paradossalmente potrebbe diventare pericoloso per l’essere umano perché, e qui cita Homi Bhabha, «anche il più grande bene può diventare portatore ed essere mediatore di sofferenza. Essere e dover essere di fronte a un Gesù che non indulge a nessun peccato, facilmente diventa un’esperienza insopportabile e traumatica». Gutierrez ne deduce che il nome di Gesù, pur rappresentando una componente essenziale della cristologia, non la rappresenta tutta. In questo nome non è visibile la sua capacità di essere un vero compagno di viaggio.

La cristologia, continua Gutierrez, è legata alla vita: il Cristo è il Dio della vita, non il Dio ossessionato dal peccare dei propri figli. Emmanuele significa accompagnamento incondizionato, a prescindere dagli errori che commettiamo. Questo nome determina un cambio di registro sostanziale nella comprensione dell’interazione di Cristo con l’essere umano. In primo luogo «Emmanuele non guarda i nostri peccati passati, presenti o latenti. Non che non contino: i peccati hanno un valore determinante ed esprimono una piega anomala del nostro essere e il terribile scenario d’una distruzione possibile. Emmanuele, tuttavia, non ci chiede di essere senza peccati per poter camminare con noi, perché la vita è più grande dei peccati che la intrappolano».

In secondo luogo, «Emmanuele è orizzontale mentre Gesù è verticale. C’è un certo paternalismo nascosto nel nome di Gesù. C’è in stato di latenza e può essere controllato e bilanciato solo dalla presenza di Emmanuele. Se Gesù rimanesse solo Gesù, staccato da Emmanuele, facilmente diventerebbe un Gesù intransigente».

La critica a una cristologia solo di “Gesù”, si estende anche all’essenza stessa della religione. Secondo il teologo non basta rimanere nell’ortodossia e nemmeno nell’ortoprassi. È necessario un terzo registro teologico e umano, l’ortopatia, intesa come vulnerabilità nella e per la relazione. «Emanuele è il Cristo emotivamente sano, perché si sente parte e fa sentire gli altri parte d’un legame pre-razionale, pre-linguistico, pre-dogmatico e pre-morale che li unisce». Quel legame che Julia Kristeva definisce «sentimento oceanico» e Gutierrez paragrafa come «esperienza radicata nel legame primario fra una madre e il suo bimbo, il quale serve come momento fondativo di connessione e di fiducia per le esperienze successive».

Alla base dell’ortopatia «c’è la vulnerabilità e l’incompletezza di chi si lascia amare dagli altri», la consapevolezza di essere preceduti «dagli altri, dal mondo, da Emmanuele, da un bene più grande di noi e al quale apparteniamo per grazia. L’ortopatia, in quanto “sentimento oceanico” di appartenenza pre-religiosa, è l’unico antidoto possibile di fronte al dilagare di quello che Charles Taylor descrive come l'onnipotente e onnipresente “ragione strumentale” che illusoriamente ci fa sentire sovrani del mondo e padroni di noi stessi».

In conclusione, per il suo autore, il titolo della relazione potrebbe diventare “Dire Emmanuele entro la pluralità culturale”, per tre motivi. Primo, «perché Gesù è un nome centripeto al cristianesimo e lo è diventato ancora di più nell’uso che i cristiani ne hanno fatto. Gesù è un nome intenso, generoso ma esprime una “universalità d’accoglienza”. Tutti i popoli devono venire da Gesù a trovare in lui redenzione. Emmanuele è invece un nome centrifugo al cristianesimo ed esprime una “universalità nomadica. Emanuele va dagli altri popoli, li corteggia e li accompagna, e fa del loro cammino la sua propria dimora, e in questo è felice».

Secondo, perché «Emmanuele è un nome pre-religioso e post-religioso in quanto esprime un atteggiamento umano d’empatia e di legame con tutti i popoli a prescindere dal loro credo. È Emmanuele, non Gesù, il vero elemento transculturale, multiculturale ed interculturale del cristianesimo. Emanuele rompe col cristianesimo del potere istituzionale e ideologico che si nasconde ancora dietro il Gesù recuperato dalle chiese».

Terzo, «perché le altre culture del sud del mondo, per utilizzare una espressione di Philip Jenkins, non solo si muovono già sul registro introdotto da Emanuele, ma possiedono anche degli elementi e dei registri che possono aiutarci a dire meglio e più profondamente chi è Emmanuele per noi». Se Emmanuele è quest’affermazione della vulnerabilità nella relazione come credere pre-religioso, allora «è possibile anche arricchire Emmanuele con le elaborazioni dei cristianesimi del sud, e più generalmente con la biofilia delle culture del sud che deriva dalla loro scommessa culturale sul legame e sulla relazione». Gutierrez conclude con l’immagine di Cristo felice, «perché la felicità non è una virtù, meno ancora una medaglia, ma è sempre il segno della presenza degli altri nella nostra vita. Sono gli altri, gli accompagnati, che rendono felice Emmanuele quanto lui ha reso felici loro, accompagnandoli così come sono».

COMUNICATO N. 7

Per padre Vladimir Laiba, protopresbitero della Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia, coordinatore del gruppo teologico del Sae, intervenuto alla sessione di formazione ecumenica a Camaldoli, «dire Gesù oggi non significa elaborare una strategia, ma rispondere a una domanda fondamentale sul nostro stesso essere: siamo disposti ad abbandonare la sicurezza del nostro io individuale per entrare, al seguito di Cristo, nella “Roma” della pluralità culturale, non per conquistarla, ma per essere, se necessario, “crocifissi di nuovo” per amore dell’altro? La questione non è “cosa fare?”, ma “come esistere?”.

Il relatore individua come problema della nostra epoca una crisi ontologica: l’essere umano ha perso il contatto con il vero Essere, con la Vita come comunione. Per assumerlo di nuovo occorre guardare a Cristo con lo sguardo degli apostoli, degli innamorati che vedevano in lui la Verità. Il loro martirio «non fu il prezzo per un'idea, ma l'espressione ultima di una vita totalmente de-centrata da sé e ri-centrata su Cristo e sulla comunità da lui generata». Perciò, in questa visione, essere cristiani e cristiane non significa aderire a una dottrina, ma essere innestati e innestate, attraverso lo sguardo amante della Chiesa, in questo nuovo modo di esistere che è il Corpo di Cristo. Al contrario, l’individualismo risulta come l’unica eresia dal punto di vista ontologico. “L'individuo è una realtà tragica, perché la sua natura è mortale e il suo destino è la solitudine. Nel suo percorso storico, il cristianesimo ha costantemente affrontato una tentazione, specialmente nelle sue forme “spiritualistiche” e “pietistiche”: quella di concepire la salvezza proprio in questi termini, come la salvezza dell'individuo». E di vedere Cristo come un individuo divino che offre una salvezza privata, mentre lui è «la Persona del Figlio, il cui essere consiste interamente nella sua relazione con il Padre e lo Spirito. La Persona, a differenza dell'individuo, non è una parte di un tutto, ma un'identità unica e irripetibile costituita dalla comunione. La Persona è libertà dalla necessità della propria natura. Se Cristo è Persona, allora non può essere conosciuto né incontrato al di fuori della comunione».

La teologia ortodossa vede come luogo eminente della comunione l’Eucaristia, che realizza l’unione tra persone; l’incontro con l’altro, l’altra diventa “luogo teologico” dell’incontro con Cristo.

«Ogni “altro” – il fratello, lo straniero, il nemico – è un'icona di Cristo, perché Cristo è Colui che si è identificato totalmente con l'altro. Amare l'altro, fare spazio nella nostra esistenza per l'altro, è l'unico modo per fare spazio a Cristo. Una fede che non si traduce in un'apertura incondizionata all'altro non è fede cristiana, ma un'illusione individualistica».

Secondo Vladimir Laiba, per “dire Gesù” nella pluralità culturale occorre manifestare un modo di essere diverso, la cui “grammatica” sta nella Rivelazione. La Trinità come comunione di Persone e l’identità di Cristo come Dio e come uomo che sono state affermate nel Concilio di Nicea, e confermate nei successivi, sono riconosciute come salvezza dell’essere umano dalla morte in vista della vita eterna. «Questa vittoria sulla morte ha poi generato cultura. L'arte, la musica, l'architettura cristiane non sono semplici decorazioni, ma l'espressione della gioia per una materia – la pietra, i colori, il suono, il corpo – che è stata liberata dalla sua condanna alla corruzione e resa capace di manifestare la gloria di Dio».

Resta uno scandalo ontologico da sanare: «Come possiamo “dire Gesù” al mondo se il suo stesso Corpo è visibilmente lacerato? Se l'identità della Chiesa si realizza nell'unica Eucaristia, allora l'impossibilità di condividere lo stesso Calice è una ferita mortale alla nostra stessa identità e una radicale contraddizione della nostra testimonianza».

Per Laiba il fine dell'ecumenismo è «il ripristino delle condizioni necessarie per una comunione eucaristica piena e condivisa. Questo richiede un ritorno unanime alla fede apostolica, perché non può esserci comunione nel Calice senza comunione nella Verità. Detto in altre parole, avere quello stesso sguardo degli apostoli su Cristo». Occorre «lavorare e pregare per superare le divisioni, non per creare una “super-chiesa” istituzionale, ma per poterci finalmente riunire attorno all'unica mensa e manifestare al mondo che Cristo è uno, e che la vita che Lui offre è una vita di comunione».

Il relatore vede come tragedia del cristianesimo odierno l’assenza di testimoni, che «ci porta a comprendere che la salvezza esige la nostra risposta: Cristo non può salvarci senza di noi. È necessaria la nostra conversione, la nostra apertura fiduciosa, il nostro movimento esistenziale verso di Lui, un assenso che riassume tutta la nostra libertà e tutto il nostro desiderio: un nostro «sì, voglio Cristo».

COMUNICATO N. 8

«Io credo che in questi primi giorni qui a Camaldoli una delle parole chiave che abbiamo sentito e vissuto sia stata quella della gioia. Gioia di accogliere il Signore, di vivere in sintonia con i fratelli e le sorelle, di compiere le nostre azioni con gioia. Gioia è anche una parola chiave per questo bellissimo inno che abbiamo cantato (Fos ilaron - Luce gioiosa), un inno molto antico della Chiesa cristiana d’Oriente alla seconda persona della santissima Trinità che viene innalzata. Dice un altro modo di manifestare la nostra fede nel Dio uno e trino». A parlare è padre Sergej Tikhonov al termine del Vespro ortodosso celebrato nella chiesa del Monastero. La sessione di formazione ecumenica del Sae non è solo studio ma è anche preghiera che segna il ritmo delle giornate: celebrazioni ecumeniche, Eucaristia, Santa Cena, Vespro. Il tema della fede nel Dio trinitario affermata a Nicea, affrontato nello studio in plenarie e laboratori, si riverbera pienamente in questo Vespro che dice la fede cristiana tramandata nei secoli attraverso la grammatica della liturgia.

Nel presbiterio si è riunita tutta la Comunità camaldolese con il priore dom Matteo Ferrari e l’abate del Monastero di Chevetogne (Belgio) dom Lambert Vos, che sta partecipando ai lavori. La presidente del Sae Erica Sfredda ringrazia i padri ortodossi – il vescovo Athenagoras Fasiolo, i presbiteri Stefan Andronache, Vladimir Laiba, Sergej Tikhonov – «che ci hanno fatto assaporare un po’ della loro spiritualità».

«Ringrazio la Comunità con il priore Ferrari e l’abate Vos per aver condiviso questo importante momento di preghiera serale, il Vespro dei Santi 318 Padri di Nicea che viene celebrato anche nella festa di Pentecoste» dice Athenagoras Fasiolo, vescovo ausiliare della Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia e amico del Sae da tempo. «Oltre che per questo momento di preghiera ringraziamo il Signore per tutto quello che ci dà. Poche volte ci rendiamo conto che ci offre non solo la nostra amicizia, il nostro incontro, il meditare insieme e anche avere pensieri diversi, ma anche i doni nella nostra vita quotidiana, il creato che ci circonda. Fin dai primi secoli la Chiesa ha pensato che il pane e il vino della Cena del Signore sono il dono più grande in assoluto, ma la Chiesa usa anche tutto ciò che Dio ci dà per ringraziarlo. Secondo la tradizione antica, la ricchezza di una famiglia era data dal grano, dal vino e dall’olio, elementi che hanno un loro significato. L’olio è un elemento importante. I Padri sottolineano il duplice significato che ha il termine greco: l’olio come alimento e come misericordia di Dio. Noi abbiamo bisogno della misericordia di Dio e dei frutti della terra». Il vescovo ha invitato tutti ad andare a prendere il pane augurale che viene distribuito al termine delle liturgie: «Per le vostre famiglie, per il Monastero, per il Sae e per chi si adopera per l’unità delle Chiese di Cristo». Il dono ultimo, alla fine del Vespro, è stata la colletta a favore di Neve Shalom Wahat al-Salam, l’oasi di pace tra Tel Aviv e Gerusalemme dove convivono israeliani e palestinesi.

COMUNICATO N. 9

Una serata della sessione Sae alla Foresteria di Camaldoli è stata dedicata alla presentazione della nuova Traduzione letteraria ecumenica (TLE) del Nuovo Testamento, relatori Luca Maria Negro e Luca Mazzinghi, rispettivamente segretario e presidente della Società biblica in Italia (SBI), moderatrice Francesca Del Corso del Comitato esecutivo del Sae.

L’associazione interconfessionale, che si impegna nella traduzione e della diffusione della Bibbia, è stata fondata nel 1983 raccogliendo l’eredità della Società biblica britannica e forestiera, in origine legata al mondo delle Chiese protestanti, che in Italia distribuiva la traduzione di Giovanni Diodati, pastore e professore a Ginevra, figlio di esuli di Lucca. «Fino all’ Unità d’Italia – ha rievocato il pastore Negro – la Bibbia in Italia era un libro proibito, ed era distribuita di contrabbando. Con il concilio Vaticano II la Parola di Dio è stata rimessa al centro e si auspica che i fedeli abbiano un largo accesso alla Bibbia. Nel 1968 vengono scritte delle “Linee guida per la cooperazione interconfessionale nella traduzione della Bibbia».

Nel 2023 il vescovo di Roma Francesco ha ricevuto una delegazione dell’Alleanza biblica universale dicendo che il ministero della Bibbia con la pubblicazione in varie lingue è «opera lodevole» e ha chiesto allo Spirito Santo di «guidare e sostenere» il servizio delle Società bibliche che, oggi, sono quasi ovunque ecumeniche.

La SBI è attualmente impegnata in due ambiziosi progetti di traduzione: oltre alla TLE c’è la Bibbia della Riforma, una nuova traduzione protestante dalle lingue originali. Il Nuovo Testamento è stato pubblicato nel 2017 per il quinto centenario della Riforma, mentre l’Antico Testamento è quasi alla conclusione.

Il pastore ha segnalato anche due mostre della Bibbia, “La Parola scritta” e “La Parola scolpita”, che sono in circolazione; la seconda può essere richiesta alla SBI.

Prima della TLE c’era già una traduzione ecumenica, la TILC (Traduzione interconfessionale in lingua corrente) redatta da cattolici ed evangelici «secondo il metodo delle “equivalenze dinamiche” finalizzato a rendere la traduzione più comprensibile a tutti. La TILC è stata uno strumento importante per fare avvicinare alla Bibbia persone senza dimestichezza con i linguaggi biblici e teologici tradizionali».

Invece la TLE, a cui hanno partecipato traduttori e revisori di diciotto denominazioni delle tre grandi famiglie confessionali – cattolici, evangelici di diverse denominazioni e ortodossi – è la prima traduzione italiana ecumenica condotta con criteri letterari di aderenza al testo originale. È il frutto, ha concluso Luca Maria Negro, di un lungo progetto iniziato nel 1997 dal pastore Paolo Ricca e dal pastore Valdo Bertalot, allora rispettivamente presidente e segretario generale della SBI, con una lettera indirizzata alle Chiese in cui si indicava il progetto come segno importante per la società di un impegno comune e di una collaborazione fraterna delle Chiese nel servizio biblico.

Il biblista Luca Mazzinghi ha ampliato la rosa di esempi di traduzioni della Bibbia, antiche e moderne, tra queste ultime alcune a stampa in Italia che precedono la Riforma. Ma con il Concilio di Trento le Bibbie furono tolte dalla circolazione e potevano essere lette solo da uomini dotti e solo con il permesso ecclesiastico.

Un episodio trasgressivo fu quello avvenuto a metà Seicento nel monastero delle Clarisse di Monteluce (Perugia) che, per iniziativa della badessa, avevano a disposizione la bibbia a stampa in cella. La visita canonica del vescovo e la scoperta delle Bibbie causò la loro distruzione. Ma la badessa finché visse continuò a tradurre il Libro per le monache durante la ricreazione. La prima Bibbia cattolica approvata dalla chiesa fu quella di monsignor Antonio Martini tradotta a fine Settecento dalla Vulgata latina.

Il presidente della SBI ha parlato dei diversi modi di tradurre e ha portato esempi di traduzione della TLE mostrando le scelte adottate rispetto al lessico, alle forme verbali e all’attenzione prestata nel segnalare lacune nei manoscritti di riferimento.

L’impresa di questa traduzione «è stato un lavoro molto intenso e bello che ha creato amicizie tra traduttori e revisori. Il lavoro è stato inviato a ogni singola Chiesa per appurare se la traduzione desse qualche problema e invece è andato tutto bene. La TLE è frutto del lavoro di tanti anni per far sì che la SBI sia sempre più ecumenica. La Bibbia è un terreno di incontro» ha concluso Mazzinghi.

COMUNICATO N. 10

«Oggi la priorità assoluta è fermare questo massacro insopportabile. La nostra solidarietà con le vittime è la solidarietà con noi stessi. Non è solo il suicidio di Israele, ma è il suicidio del mondo».

Una chiamata all’impegno è emersa dalla tavola rotonda “Uno sguardo su Israele e Palestina” – all’interno della sessione Sae in corso a Camaldoli – a cui hanno partecipato la storica Anna Foa, in collegamento video da Roma, e l’imam di Firenze Izzedin Elzir, introdotti da Brunetto Salvarani, presidente dell’associazione Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam.

L’appello a porre fine a quello che è stato definito “uno stillicidio di insensatezza e di dolore” e di cui sono stati ricordati il massacro del 7 ottobre, le uccisioni di bambini e bambine a Gaza, gli omicidi in Cisgiordania, viene dai protagonisti della tavola rotonda e dalle voci di chi si è messo in ascolto ed è intervenuto nel dibattito.

«Ci sentiamo impotenti, vorremmo gridare, ma sappiamo che sarebbe inutile. Allora per fare un passo avanti abbiamo voluto ascoltare due protagonisti dell’impegno per il dialogo e la ricerca della pace» ha esordito Salvarani che ha anticipato gli interventi dei due ospiti sottolineando come il conflitto israelo-palestinese sia «una situazione rivelativa che smaschera debolezze e contraddizioni della nostra società» e come ancora prima del 7 ottobre sia avvenuto «il ripristino nei mass media dello schema dello scontro di civiltà che pensavamo di avere messo da parte. Di riflesso, i già faticosi processi di dialogo interreligioso, l’integrazione virtuosa tra cristiani e musulmani, ma non solo, anche in Italia hanno subito una brusca frenata. Credo che avesse ragione il cardinal Martini quando. tornando da un viaggio in Israele nel 2013, diceva: “Ogni popolo guardi il dolore dell’altro e la pace sarà vicina”. Il problema è che non ci stiamo educando a guardare il dolore dell’altro».

Anna Foa, vincitrice del Premio Strega per la saggistica con il volume “Il suicidio di Israele”, ha ripercorso con lucidità e franchezza la catastrofe di Gaza seguita all’odioso massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre e l’oscillazione della percezione sulla tragedia in atto che ha portato alla distruzione, da parte dell’esercito israeliano, del 70 per cento della Striscia, a migliaia di vittime e, da marzo, alla fame dei gazawi. La storica ha rilevato che la percezione che il mondo ha avuto di questa terribile vicenda, che comprende anche l’abbandono degli ostaggi nel corso di trattative sabotate da Netanyahu e Hamas, è a fasi alterne. «Dopo il primo orrore è subentrata la percezione che quello che stava succedendo a Gaza non era solo un attacco per liberare gli ostaggi e distruggere Hamas ma era una vendetta, una punizione».

La storica ha rilevato che, nel succedersi del ricompattamento di una grande parte della popolazione israeliana attorno alla guerra, che si è spinta anche in Libano, sono subentrati due aspetti negli ultimi tempi: l’empatia verso i palestinesi e lo stato d’animo di rifiuto verso quello che sta succedendo – la mancanza di cibo e medicine, la morte dei bambini –, che ha spinto anche dei politici a riconoscere la Palestina, ad esempio Macron.

Secondo Foa l’aspetto religioso sta giocando un ruolo nella tragica vicenda. «Nonostante Israele sia nato con una forte prevalenza laica, resta però il fatto che la religione ha influenzato profondamente quello che è successo oggi, ma ha anche determinato la fine dell’esperienza di Oslo degli anni ‘90 e la disillusione sulle possibilità di pacificazione». Due momenti di rottura, opera di religiosi estremisti ebrei, sono stati, nel ’94, l’uccisione di 30 palestinesi nella moschea di Hebron con la creazione di una mitologia razzista e messianica, e nel ’95 l’assassinio di Rabin da parte di un fanatico ebreo.

Secondo la storica, «il ruolo dei rabbini, tranne qualche eccezione, non è un ruolo di opposizione a questi estremismi. In tutto il mondo l’opposizione a questa situazione viene soprattutto dai liberal – riformati e conservatives –. Il mondo dei coloni si è espanso negli ultimi anni, hanno influenza crescente nell’esercito attraverso l’ideologia messianica, soldati in divisa con o senza kippa sono diventati religiosi, si agitano invocando espressioni cabbalistiche e messianiche. Possono sembrare aspetti ininfluenti, in realtà l’ideologia che si diffonde è estremista, estremamente razzista verso gli arabi. Questo ci porta a dire che l’ebraismo è diventata una religione che viene assunta come arma da parte della parte più retriva della popolazione e dei suoi capi. Ma io non credo che l’ebraismo sia tutto così».

La domanda che emerge è: «Le religioni possono avere un ruolo nel processo di pace in Israele e nella diaspora? Io credo che possono averlo soprattutto nella diaspora perché in Israele non esistono congregazioni riformate. La diaspora deve lanciare un appello per la pacificazione tra ebrei e musulmani. Vorrei ricordare qui la bella dichiarazione del cardinal Zuppi e del presidente della Comunità ebraica di Bologna Daniele De Paz. Un legame religioso e una possibilità può venire dalla diaspora, però ci vorrebbe un coinvolgimento del rabbinato di Israele».

Izzedin Elzir, originario di Hebron, dal 2011 imam di Firenze e fondatore della Scuola fiorentina di alta formazione per il dialogo interreligioso e interculturale, ha ripercorso la storia della Palestina dal 1948, smentendo che fosse una terra senza popolo, come si disse quando fu proclamato lo Stato di Israele. Nella sua narrazione ha rievocato diversi conflitti e le due Intifada, fino a giungere a oggi. «Il 7 ottobre io, come palestinese, ma anche come imam e come uno dei responsabili dell’Unione delle Comunità islamiche in Italia ho detto “Condanniamo l’uccisione di qualunque civile israeliano, ebreo”.

Elzir ritiene che il problema non sia la difficoltà di dialogo: «il problema è l’occupazione, è una questione di diritto, di vita e di morte. Se il mio amico sta facendo una cosa sbagliata devo parlare con lui dicendo la verità. Ho incontrato una commissione rabbinica con cinque rabbini di area allargata. Sanno che in questa guerra noi moriamo ma anche loro perdono. Per noi non è una questione di religione. Siamo contro gli occupanti, non contro i religiosi. Diventa guerra di religione se vogliono distruggere le moschee. La mia proposta come palestinese e italiano, religioso e laico, è che dobbiamo aiutare la Comunità ebraica italiana a condannare gli atti criminali, come la comunità cristiana ci ha aiutati a condannare i terroristi musulmani. I cristiani possono chiedere alla Comunità ebraica di non essere ostaggio del governo di Netanyahu. Come persone riunite qui possiamo fare pressione sul governo italiano affinché smetta di mandargli le armi».

Nel dibattito che ha concluso la serata si è creato un dialogo che ha intrecciato voci e visioni. «Sono un rabbino ortodosso di una comunità italiana attivo da vent’anni per creare una scuola di dialogo interreligioso dove con l’amico Izzedin lavoriamo insieme – ha detto Joseph Levi –. In quanto fondatore e vicepresidente della Scuola mi chiedo e continuo a chiedere quali azioni dobbiamo e possiamo fare per avvicinare le persone, per creare possibilità di dialogo a livello locale, nazionale, e fra nazioni che sono in conflitto. Fare dialogo, come disse il cardinal Martini citato stasera, vuol dire essere capaci di ascoltare il dolore dell’uno e dell’altro. Questa sera abbiamo sentito la narrazione del dolore della parte palestinese, ma non abbiamo sentito il dolore della parte ebraica. Anna ha raccontato il suo dolore rispetto alla direzione attuale dello Stato di Israele, che posso anche condividere, ma è una piccola parte della storia del popolo ebraico. Continuiamo a concentrarci su quali azioni propositive di pacificazione possiamo fare, con quali metodi, con quali mezzi, non creando due gruppi in opposizione, come fanno i giornali e i partiti. Noi dobbiamo tenere un’altra posizione».

Per il teologo Adnane Mokrani oggi la priorità assoluta è «fermare questo massacro. La nostra solidarietà con le vittime è la solidarietà con noi stessi. Il problema non è solo il suicidio di Israele, ma è il suicidio del mondo. C’è un problema di sopravvivenza dell’umanità che viene dimenticato. Bisogna reinventare il dialogo interreligioso, soprattutto il dialogo ebraico-islamico. Oggi dobbiamo parlare della bellezza dell’ebraismo, dei suoi valori come valori dell’umanità. Quando vedo la mia speranza nel mio fratello, e io sono la sua speranza, possiamo fare qualcosa insieme come esseri umani».

«Sono d’accordo sull’urgenza assoluta di fermare questo massacro, il resto viene dopo. Solo attraverso un’attenzione e una ricreazione dell’amore e del rispetto verso l’altro» ha detto Anna Foa dichiarando la propria stima per rav Levi e il suo impegno.

Nel concludere, Brunetto Salvarani ha ricordato le parole di un grande amico del Sae, Bruno Segre, ebreo laico, uomo di pace, che scriveva negli ultimi anni della sua vita: «Tutti quei sassi sui quali si commuove mezzo mondo – ebrei, cristiani e musulmani – li renderei volentieri innocui facendone un ideale grande museo. La vita di un bambino, che sia ebreo, arabo, buddhista o figlio di uno sciamano, vale più di tutta quella cianfrusaglia sulla quale ci stiamo sbranando da generazioni. È ora di finirla. Soprattutto in ragione del fatto che il mondo, per chi non se ne fosse accorto, è una barca che sta affondando, e su quella barca stiamo navigando tutti insieme».

COMUNICATO N. 11

Per la prima volta alla sessione del Sae la Santa Cena, celebrazione delle Chiese evangeliche, è stata preparata secondo la tradizione avventista, con la condivisione, insieme al pane, del succo d’uva, perché la Chiesa avventista pratica l’astinenza dall’alcol. In questa tradizione la Cena del Signore è sempre preceduta dalla Lavanda dei piedi, un rito che ricorda il gesto di Gesù e riprende il servizio fraterno. A Camaldoli questo rito è stato sostituito per motivi logistici dalla lavanda delle mani che ogni persona celebrante ha scambiato simbolicamente con la persona vicina, suggellandolo con un abbraccio.

L’ordine del culto è stato guidato dal pastore Saverio Scuccimarri, accompagnato da pastore e pastori delle altre denominazioni riformate presenti alla sessione: battisti, metodisti, pentecostali e valdesi. Nel suo sermone, Scuccimarri ha parlato dei movimenti di esclusione e di inclusione presenti nella Bibbia. «Quello di esclusione è per esempio il monoteismo: esiste un unico Dio, mentre tutti gli altri dèi non sono che vanità e idoli. Nel secondo Testamento un’unica via conduce alla salvezza, si è salvati per un unico nome, quello di Gesù, e tutte le persone del mondo sono invitate a lasciare le altre vie e gli altri nomi».

Ma nella Bibbia troviamo anche il movimento d’inclusione. «In Abramo sono benedette tutte le famiglie della terra, non solo la sua discendenza. Esiste il patto con Abramo, ma prima ancora c’è quello con Noè, che è un patto con tutte le nazioni. Secondo i profeti il tempio non doveva essere il luogo del culto esclusivo di Israele, ma la casa di preghiera per tutti i popoli». Nel Secondo Testamento Dio trova i suoi figli e figlie tra i peccatori, i pagani, gli ultimi e i più piccoli e, in Cristo Gesù, nel tronco di Israele e dell’alleanza vengono innestate anche le altre nazioni. Il giudizio, nel Vangelo di Matteo, non è in base a canoni religiosi, ma in base all’aiuto al prossimo in difficoltà.
I due movimenti, ha proseguito il pastore, riguardano anche il Credo cristiano derivato da un processo di selezione della verità su Dio e delle parole per definirla. «Questo è stato utile per fissare il centro della fede cristiana, adesso, però, saldamente ancorata a questo centro, la chiesa è chiamata ad allargare i propri cerchi non solo di azione e di missione, ma anche di ermeneutica, cioè il modo di comprendere e interpretare le Scritture, fino a inglobare l’intera creazione, a partire proprio da coloro che la storia e le culture hanno escluso».

Tra gli esclusi ci sono le persone con disabilità. Scuccimarri è convinto che, «se il credo niceno-costantinopolitano vuole ancora significare qualcosa nel XXI secolo, deve sicuramente mettersi in dialogo con la teologia della disabilità, in modo reciproco: da un lato deve interrogarsi su come la dottrina trinitaria possa fecondare e dare significato al mondo della disabilità, e dall’altro deve anche chiedersi in che modo la disabilità potrà fecondare e dare un significato nuovo alla dottrina trinitaria».

Lavorando su tre enunciati del Simbolo, il pastore ha mostrato «come la teologia niceno-costantinopolitana possa arricchirsi con un proficuo dialogo con gli esclusi della storia e del mondo. Credo sia questo il modo migliore di preservare il tesoro del credo».

COMUNICATO N. 12

«Chi dite che io sia?». A questa domanda di Gesù posta in una tavola rotonda alla sessione Sae in svolgimento a Camaldoli hanno risposto quattro ospiti impegnati nell’insegnamento e nella ricerca accademica: Alberto Annarilli dell’Università di Roma “Tor Vergata”, Graziella Graziano, insegnante a Torino, Marco Marchetti dell’Università di Roma “La Sapienza” e Donatella Pagliacci dell’Università Cattolica di Milano.

«A questo punto del cammino abbiamo voluto occuparci dell’io sul piano della nostra fede» ha detto, nell’introdurre le loro biografie, Donatella Saroglia del Comitato esecutivo del Sae. «Sono cristiane e cristiani che si trovano interpellati da Gesù. Hanno una splendida professionalità, sono credenti e non hanno incarichi ministeriali all’interno delle rispettive chiese e comunità di appartenenza. Molti di noi si troveranno rispecchiati in alcune delle suggestioni che ci porteranno».

Per Graziella Graziano, laureata in lettere, filosofia delle religioni, scienze bibliche e teologiche, 39 anni di insegnamento, predicatrice locale e membro del comitato editoriale dell’Editrice Claudiana a Torino, la dimensione comunitaria della vita è una conseguenza indispensabile della fede in Cristo. Della domanda di Gesù ha sottolineato il verbo “dire”: «Mi riconosco in una fede che si fa sentire, che testimonia sé stessa nell’esprimersi fuori». Graziano è grata alla sua Chiesa di averla guidata verso lo studio della Scrittura che ritiene fondamentale nella propria vita. Mai senza l’altro, però. L’altro che sono le parole del mondo. «Mi sono sentita sempre su un crinale: la Scrittura e la riflessione da una parte, e dall’altra le sollecitazioni e i disastri della storia». In una mano la Bibbia, nell’altra il giornale.

La Bibbia, per Graziano, è «la verità della mia vita, è casa mia, e alcune delle parole della Bibbia sono risuonate per me più di altre e sono la cifra del mio vedere». Tra quelle che ha esemplificato c’è la parabola dei talenti (Mt 25): «Ho sentito la responsabilità di questi doni, pochi e piccoli che fossero, e l’insegnamento come una risposta, soprattutto quando mi sono trovata ad insegnare a giovani adulti in situazioni di drop out e nel carcere in ci ho insegnato e nel corso di italiano per migranti». E poi l’invio in missione dei discepoli (Mt 10): «Gesù dice “andando, predicate che il Regno dei cieli è vicino”. Non precetti, discipline, ma la gioia del Regno, la cura dei malati, l’accoglienza della diversità. Anche questo l’ho sentito come responsabilità. Ho incontrato tanti giovani nei quali ho visto l’annientamento, la difficoltà e ho sentito come risposta a questa domanda il tentare di dire che sono lì per loro. Non so se ci sono riuscita ma la risposta per me è anche questo». E Matteo 14: Gesù sulle acque. In questi giorni credo che il “Non abbiate paura” sia importante anche come risposta. Gesù lo dice quando i discepoli non lo riconoscono. Questo mi ha fatto capire la necessità dello stare dentro alla fede, alla domanda. Cercare di tenere sempre la barra fissa della fede per riconoscere nel mondo intorno Gesù e la risposta a quella domanda».

COMUNICATO N. 13

Nella tavola rotonda sulla domanda di Gesù «Chi dite che io sia?», posta giovedì alla sessione Sae in svolgimento a Camaldoli, Marco Marchetti, laureato in Scienze forestali, attualmente impegnato nella pianificazione ecologica del territorio e del paesaggio presso il Dipartimento di Architettura dell’Università “La Sapienza” di Roma, ha intrecciato l’esperienza maturata in decenni di insegnamento e di ricerca ecologica e l’esperienza esistenziale, percorsi dal filo rosso della fede. «Il mio tentativo è di rispondere alla domanda che ci interpella come singoli che vivono una quotidianità che spesso si allontana dalla fede, che cercano con fatica quale spazio hanno dato nelle loro esistenze a Gesù. Insieme a tante desolazioni ho trovato anche una consolazione. Cerco di guardare a Gesù dicendo che è “l’unico riferimento del mio andare”, come diceva un canto del Gen verde. Mi piacerebbe trovare l’unità interiore tra le dimensioni della mia vita e l’unità tra cielo e terra. Gesù è colui che tiene insieme il cielo e la terra; mettere insieme le due dimensioni è la cosa più importante».

Marchetti è rimasto colpito dall’affermazione di papa Leone nel messaggio per la Giornata del Creato: «La giustizia ambientale ha il volto di Cristo» e ha commentato: «Distruggere la natura non colpisce tutti allo stesso modo. Questa è un’altra delle dimensioni terrifiche del futuro di cui dobbiamo acquisire consapevolezza. La frase di papa Leone è un “no” evidente alla via estrattivista, all’economia del turbocapitalismo. Non basta la risposta individuale. Giovanni Paolo II disse “Pace con la terra, pace con il creato, pace con i popoli”. Ma noi continuiamo a non rispondere. E Francesco nella Laudato si’ ha messo insieme tanti elementi del Concilio, della teologia della liberazione, della pastorale della terra. Un magistero ambientale e sociale insieme».

Marchetti ha segnalato i punti di non ritorno come il fatto che gli alberi non riescono più a sequestrare carbonio a sufficienza per compensare le nostre capacità di inquinamento, o la sparizione dei ghiacciai, ma vede anche segni positivi come l’amicizia e la fraternità sociale prospettati nella “Fratelli tutti” e azioni concrete locali. Mette in guardia dalla cultura tecnoindustriale che ci illude di essere liberi e ci rende schiavi. Prospetta «una conversione ecologica dal basso basata sul connubio imprescindibile tra protezione ambientale e contrasto alle diseguaglianze che ci aiuti a superare l’antropocentrismo senza cadere nel biocentrismo».

Di fronte a problemi che paiono insormontabili c’è però la risposta della fede: «L’ansia climatica cresce di giorno in giorno e questo può portare a rassegnazione e a perdita della speranza che non possiamo consentire perché Cristo ha trasformato sempre il male in bene e ricapitolerà tutto. Più si allarga il mistero più dovremmo dirci che questo mistero della vita è un mistero gaudioso, non un enigma irrisolvibile. Laudato si’ 12 è per me un viatico che ci fa cercare la presenza di Dio in mezzo agli uomini, il suo piano per la vita dell’universo. Per questo prego che Dio, da un lato, allontani da me il paradigma tecnocratico, e dall’altro l’ansia ecologica. Chiedo che mi aiuti a custodire in me la speranza, sobria e tenace, e non da solo».

Marchetti vive da trent’anni in una comunità di famiglie in cui «Gesù si rivela come colui che ci invita a portare la pace, a fare comunità anche come scelta politica e sociale. Viviamo in un casale nell’agro romano in cui abbiamo creato un punto di confluenza di tutti questi percorsi, un luogo che ha uno spirito da condividere con altri, come spazio accogliente, e una piccola comunità sociale e agricola».

La nuova domanda è: «Dove possiamo portare oggi la nostra testimonianza e la profezia visto che siamo nella prospettiva dell’estinzione di massa? Non vediamo la vittoria di Dio nella storia, però continuiamo a credere che il Regno è possibile qui, che un altro mondo è possibile e che, se teniamo lo sguardo su Gesù, questo farà discendere dignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione preferenziale per i poveri, pace, giustizia e salvaguardia del creato. Cosa ci manca per essere annunciatori senza paura di questa dimensione?».

COMUNICATO N. 14

Tra le liturgie confessionali celebrate alla sessione di Camaldoli, il 30 luglio c’è stata l’Eucaristia secondo il rito cattolico. A presiederla, nella chiesa del Monastero di Camaldoli, padre Emanuele Bordello, monaco camaldolese, ordinato presbitero nel 2024, laureato in filosofia a Pisa e licenziato in teologia fondamentale dogmatica al Centre Sévres di Parigi, già presidente nazionale della Fuci.

Ogni mattina la Comunità camaldolese ha accolto gli ospiti all’ufficio delle Letture e alle Lodi che in questa settimana hanno avuto come ebdomadario padre Bordello. Nel presbiterio, con la Comunità guidata da dom Matteo Ferrari, priore dei camaldolesi, c’erano anche il priore dell’Abbazia benedettina di Chevetogne (Belgio), dom Lambert Vos, che celebra secondo il rito latino e bizantino, e il vescovo emerito di Arezzo, monsignor Riccardo Fontana.

Commentando il Vangelo sulle parabole del tesoro e della perla (Mt 13,44-46) nei giorni in cui alla sessione si parla delle definizioni dogmatiche di Nicea, il monaco, sottolineando «il pizzico di sapiente ironia» della liturgia, ha detto: «Tornare però sempre di nuovo a riferirci alle parole del Signore Gesù, più poetiche che dogmatiche, ci fa bene, aiutandoci a non assolutizzare le nostre formule e a conservare il senso del mistero, sempre inesauribile, di Dio».

Quelle che le parabole propongono «sono parole che suggeriscono, parole che sfidano, a volte che scuotono, spesso che stupiscono, parole in ogni caso che interpellano la libertà, che non ingabbiano chi le ascolta in una soluzione preconfezionata, ma piuttosto che mettono in movimento la mente e il cuore».

La scoperta del tesoro e della perla segna uno spartiacque, una svolta nella vita di chi li trova, che vende tutto per averli. Continua Bordello: «Del regno dei cieli Gesù, in fondo, ci dice ben poco. Non ci dice chi ne faccia parte, quali siano le sue leggi, quali siano i suoi confini. Ci dice però che esso “è simile a…”, assomiglia a un evento che irrompe, in modo inatteso; assomiglia a qualcosa che intercetta la ricerca umana – di vita, di senso, di pienezza – sconvolgendo la sua logica abituale. Un evento che altera gli equilibri, ridefinisce le prospettive e le priorità, chiama insomma ad una scelta».

Per scegliere, occorre operare dei tagli, rinunciare al mito delle possibilità infinite della società odierna e accogliere ciò che il Vangelo propone, «la verità elementare della vita: chi ama sceglie, si compromette, taglia, lascia dietro di sé l’indefinito ondeggiare tra mille possibilità, imbocca una strada, in cui sente risuonare una promessa di vita».

La vita non sarà spesa invano, ha concluso il monaco, «se l’avremo spesa per qualcosa – o meglio: per qualcuno –, se avremo saputo gioire per il tesoro, per la perla che avremo incontrato, se avremo saputo liberarci delle troppe cose che appesantiscono la nostra quotidianità, per investire su ciò che conta. Se la bellezza della gloria che rifulge sul volto di Cristo ci avrà colpiti, almeno una volta nella vita, non ci avrà lasciati indifferenti. Sedotti da questa bellezza, avremo avuto l’ardire di tutto, liberi e spogli, per seguirlo. Come dice Benedetto, nel Prologo della Regola: “Che cosa vi è di più dolce per noi, fratelli carissimi, di questa voce del Signore che ci invita? Ecco, nella sua bontà egli ci mostra la via della vita”».

Al termine dell’Eucaristia è continuata la colletta per la realtà di pace e dialogo di Neve Shalom Wahat al-Salam.

COMUNICATO N. 15

Un’altra delle voci laiche che alla sessione Sae di Camaldoli hanno cercato di rispondere alla domanda “Chi dite che io sia?” nella tavola rotonda con Alberto Annarilli, Graziella Graziano e Marco Marchetti, è quella di Donatella Pagliacci, docente di filosofia morale all’Università cattolica di Milano. Pagliacci si è soffermata sul “chi”, sottolineando la dimensione personale dell’incontro con Cristo. «La grandezza di Cristo se riconosciuta, proclamata e accolta nella propria vita opera delle trasformazioni profonde, irreversibili» ha esordito, rievocando, poi, alcuni momenti in cui l’incontro è stato più significativo e sconvolgente e ha provocato rotture, delle quali cercare un senso, e rinascite che in seguito ha condiviso in percorsi di ricerca anche con i giovani e le giovani studenti, come occasioni per suscitare in loro domande di senso.

Un primo momento importante, intitolato dalla docente “Mai senza di te”, è stato quello della scelta della facoltà universitaria: la ricerca filosofica ha investito totalmente la sua vita. «Leggendo e approfondendo il pensiero di Agostino di Ippona, grazie al mio maestro, ho potuto penetrare nelle profondità di un messaggio che è vivo e che continua ad interpellarmi personalmente nelle scelte quotidiane. Ho condiviso con Agostino la scoperta dell’essere Cristo presente nella nostra vita, anche quando siamo noi ad essere lontani da lui».

Un secondo momento è rappresentato dalla «rilettura che, attraverso la fede in Dio Padre, ho imparato a fare degli eventi della mia vita. Scoprire il senso della mia vita alla luce di ciò che mi si rivela, un senso che è dentro la storia di ognuno di noi e che quindi ho cominciato a ricercare nei volti che ho incontrato e nei fatti salienti della mia esistenza». Essendo l’ultima di sei figli e figlie, una prima e fondamentale rilettura di Pagliacci è stata legata alla «riscoperta del senso della fraternità e sororità, nel quale risuona in modo rilevante il ruolo del Terzo. Lo Spirito come Terzo invita a ripensare tutto il dinamismo della vita relazionale, lo ha ben espresso sempre Agostino, ma anche ripreso Søren Kierkegaard». Nel Vangelo, continua, «scopriamo la chiave di comprensione delle relazioni affettive, anche di quelle più difficili, come nel caso delle relazioni fraterne. Il tema della fraternità che, come noto, è al cuore del magistero di papa Francesco, rappresenta anche un nodo importante della mia riflessione personale».

Il terzo momento di rottura esplicitato riguarda il tema della corporeità, con il titolo “Consegnata”. Questa è stata l’esperienza nella quale la filosofa ha vissuto personalmente la dimensione della vulnerabilità. «La Commissione teologica internazionale (CTI) rilegge alcuni passaggi del concilio di Nicea come una consegna per ripensare il tema del corpo. In effetti, è proprio questa l’esperienza che ho vissuto nella quale la vita a un certo punto si divide in un prima e in un dopo. Nell’esperienza di massima fragilità del mio corpo ho avuto la possibilità di pensare alla sua importanza. Spesso la tradizione cristiana comune ci allontana dalla percezione di un valore significativo del nostro essere corporeo, che ha valore anche nella massima fragilità. Proprio attraverso l’esperienza del corpo abbiamo la possibilità di sperimentare il senso dell’essere con l’altro. Il corpo è limite e apertura, è lo spazio dell’incontro, la possibilità di consegnarci e di accogliere l’altro».

Il quarto momento di rottura ha per titolo “Nella perdita il senso di un dono”. «Rileggendo il testo della CTI su Nicea, tocco la dimensione del senso della perdita e della morte dell’altro e il senso della risurrezione che ci viene consegnato. Mi ha ricordato due momenti drammatici: la perdita di mio padre e di mia madre». Pagliacci ha vissuto la morte dei genitori come una sconfitta dalla quale è riuscita a risollevarsi nel momento in cui vi ha colto il senso della presenza di Gesù: «In quelle perdite ho percepito il dono del Signore che mi ha consegnato alla maturità della mia vita. Questi due eventi, per me di rottura, mi hanno dato la possibilità di riconoscere la verità di quell’ affermazione pronunciata dalla CTI: “Solo lo Spirito ‘che dona la vita’ umanizza interamente l’essere umano, lo rende figlio e figlia, padre e madre” e, aggiungerei, umanizza anche la morte».

Tornare a riflettere su Nicea in questo contesto, ha concluso la relatrice, «è stato significativo per me per rileggere la mia vita e imparare a riconoscere la presenza del Signore in alcuni momenti di passaggio, di consegna della mia persona e nello stesso tempo di scoperta di un dono. In questa scoperta consegno a voi una domanda che ho fatto a me stessa: “Qual è l’evento che sentite essere segnato e toccato dalla presenza di Cristo nella vostra vita?”».

COMUNICATO N. 16

«Non è facile rispondere a 31 anni a questa domanda e parlo in una maniera che possa servire da spunto di riflessione per le nostre attività» ha esordito alla tavola rotonda “Voi chi dite che io sia? Sguardi diversi” della sessione Sae di Camaldoli l’etnomusicologo Alberto Annarilli, professore e assegnista di ricerca in etnomusicologia, musica e canto nel culto cristiano all’Università di Roma “Tor Vergata”, insegnante nella Facoltà pentecostale di Scienze religiose e direttore di cori.

«Non mi è mai capitato di chiedere a qualcuno “Chi dite che io sia?” ma che qualcuno mi chieda “Tu chi sei e cosa fai?”. La prima risposta è “sono cristiano”, raramente dico “sono protestante” e più raramente “battista”. La seconda è “sono fiero di essere italiano”, anche se nel 2025 è difficile pensarlo, e la terza è “sono un etnomusicologo”, e allora le persone sbarrano gli occhi – “enomusicologo?!” - perché non capiscono».

Con questa premessa giocosa, Annarilli ha parlato dei diversi modi di sperimentare la sua fede. Nato in una famiglia battista ad Ariccia, ha vissuto la giovinezza in chiesa dove ha chiesto il battesimo a 16 anni. Ha partecipato alla Federazione giovanile evangelica italiana (Fgei), ha fatto vari servizi per l’Unione cristiana evangelica battista d’Italia (Ucebi) e per la Federazione delle Chiese cristiane in Italia (Fcei). Sempre si è chiesto: «Quale può essere il mio servizio per il Signore?».

L’etnomusicologia, che ha deciso di perseguire come studioso, lo ha spinto a farsi la domanda con forza e a trovare risposta in momenti diversi. Uno di questi è stato fare ricerca a Castelvolturno, «piccolo paese nel litorale casertano, de iure con 15000 abitanti, de facto con 35000, 20.000 dei quali immigrati irregolari. Mi sono trovato con decine di comunità evangeliche sorte nell’asse della via Domiziana a seguire culti e a fare interviste. Quando parlavo di musica e di canti vedevo i volti aprirsi in un sorriso. Sono persone che nel resto delle loro giornate lavorano nei campi dello sfruttamento del caporalato agricolo, nei campi di raccolta dei pomodori del casertano con paghe indecenti, venti centesimi l’ora, come a Borgo Mezzanone vicino a Foggia, nelle campagne intorno a Palermo, a Saluzzo e nel Triveneto. Una realtà sociale di cui tutti se ne fregano. Molte donne invece sono vittime di un altro percorso, quello della prostituzione, molto spesso sfruttate da meccanismi di gestione mista, camorra e mafia nigeriana».

Facendo ricerca Annarilli ha scoperto che un canto in twi, una lingua locale del Ghana, che aveva ascoltato in una di quelle comunità, era un corale composto nel 1675-76, insegnato dai missionari delle Chiese risvegliate degli Stati Uniti nel tardo ‘800 ai bambini e alle bambine del Ghana. «Dopo un secolo e mezzo di trasmissione orale ancora cantavano in questo modo. E io mi sono chiesto: ma io che cosa faccio? Qual è la mia professione? Noi abbiamo una meravigliosa Costituzione che si conclude dicendo che ogni cittadino deve concorrere al progresso materiale e spirituale della nazione. Pormi davanti a questo articolo in un ambiente come quello di Castelvolturno mi ha fatto riflettere: davanti a me ho persone non riconosciute come cittadini italiani quando si potrebbe pensare a un nuovo modo di cittadinanza. Sfiderei chiunque a venirmi a dire che, in una zona di povertà endemica, di problematiche sanitarie e di sfruttamento, in quel momento non si stava concorrendo al progresso spirituale della nostra nazione». Di fronte a una mancanza dello Stato, delle Chiese e della società che fa finta che quelle zone non ci siano, il ricercatore vuole fare il testimone. «L’etnomusicologia è nata per testimoniare un mondo pastorale che stava scomparendo. Io vorrei tenere traccia che in questi luoghi nel 2025 c’era un modo di lodare il Signore, di vivere la comunità, di creare quel welfare dal basso di comunità cristiane e non solo, che lavorano, agiscono, pregano, lodano nella speranza di migliorare il luogo dove stanno vivendo».

L’altro impegno di Annarilli riguarda la direzione di coro: un coro universitario, il coro del centro sociale Spin Time all’Esquilino a Roma, un coro gospel e un coro barocco ad Albano. «Nessuno di questi è un coro confessionale o che fa riferimento a una chiesa, ma io per mia formazione faccio solo musica cristiana. All’interno ci sono battisti, cattolici, atei, buddhisti. Perché faccio questo? Perché oggi è importante tenere un coro in un luogo occupato dove ci sono più di 200 unità abitative, dove c’è un coro in cui si passa dal cantare canti di protesta italiani, a quelli del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, agli spiritual afro-americani, e capire come la musica non sia un linguaggio universale. Chi fa musica sa che deve essere capita attraverso una formazione culturale. Cantare uno spiritual come Go down Moses che fa riferimento all’Esodo in una black church negli Stati Uniti è ricordare che il loro fare chiesa è passato attraverso secoli di segregazione. Oggi, quando ci ritroviamo, spiego quello che si canta, perché cantare non è solo divertimento, è preghiera, e la preghiera non può essere superficiale. Quando facciamo un concerto o le prove non stiamo solamente cantando, ma siamo in comunione con cristiani che ci hanno preceduto e non dobbiamo banalizzare il canto. Siamo in una società immersa nella musica e a volte non capiamo quello che stiamo ascoltando. Anche la musica deve diventare oggetto di meditazione. Un teologo battista diceva che quando siamo in coro stiamo mettendo a contatto le sfere del cielo e quelle della terra. Vorrei essere un testimone. Ogni volta che faccio ricerca con i migranti e canto in un coro mi rendo conto che ci sono tante cose belle da fare se permettiamo al Signore di dimorare vicino a noi».

COMUNICATO N. 17

Nel penultimo giorno della sessione Sae a Camaldoli, nella tavola rotonda “Simboli per unire, entro la pluralità”, Fabrizio Bosin, dell’ordine dei Servi di Maria, docente di cristologia alla Facoltà teologica Marianum, e la pastora Letizia Tomassone, docente di studi di genere alla Facoltà valdese di teologia, hanno esaminato motivi e implicazioni del Simbolo di fede niceno-costantinopolitano e delle sue riscritture in periodi e contesti culturali diversi.

La relazione di Bosin, articolata in tre punti, è iniziata dal tema della pace. «Il Credo ha a che fare con la pace: Costantino convoca Nicea perché voleva la pace entro i confini dell’impero, che era stata messa in discussione dalle diatribe teologiche». Ma, citando il teologo Jüngel, aggiunge: «Quando parliamo di pace e la pace perde il corpo della verità, allora le cose possono peggiorare. Con quel “genitum non factum”, ne va della verità del corpo della pace che è Cristo stesso. Questo è un dato che non dobbiamo mai dimenticare. Sì al ricorso alla ragione, ma non dimentichiamoci che in fondo Nicea, con un percorso faticoso, ha voluto ribadire che per noi cristiani parlare di pace, di salvezza e di Dio lo dobbiamo continuare a fare ma mai senza Gesù Cristo. Nicea dice questo e vuole confermare il dato del Nuovo Testamento nel quale Paolo ci conferma pienamente che Dio si è espresso e rivelato in Cristo».

Il secondo punto, fondamentale per il teologo, riguarda il cammino di inculturazione e l’esercizio di “intelligenza”, iniziato con il concilio di Nicea, che sistematizza la testimonianza del Nuovo Testamento su Gesù di Nazareth e il contenuto della sua vita e opera: testimoniare il Regno di Dio. Bosin si chiede: «Il Simbolo riesce a decifrare la sofferenza di un popolo, o diventa un’intelligenza sul mistero, su Gesù Cristo? A Nicea si inizia a riflettere sull’identità di Gesù di Nazaret. Questo, a volte, provoca uno spostamento di accento unicamente sulla persona di Gesù Cristo, che si vuole dichiarare legittima nel suo essere rivelatrice di Dio e si vuole indagare, con il rischio che ci si concentri unicamente sul messaggero e venga dimenticato il messaggio».

Nel terzo punto Bosin si chiede: «Quale cristologia procederà da Nicea in poi? Si “acquieterà” a Calcedonia come se Calcedonia avesse risolto i problemi circa la persona di Gesù di Nazaret, professato come vero Dio e vero uomo? Sembra che tutto sia risolto. Rahner molti secoli dopo ci dirà: “Ma davvero Calcedonia è la fine perfetta di una nostra comprensione di Gesù Cristo o non dovrebbe essere l’inizio di un cammino in cui torniamo un po’ indietro e rivediamo cosa abbiamo perso da Nicea a Calcedonia?”. Alla domanda risponde con chiarezza uno degli esponenti della teologia della liberazione, Jon Sobrino: “Se tante cristologie che partono da quell’ermeneutica antica hanno attraversato la storia e sono restate uguali di fronte a problematiche come genocidio, schiavitù, Shoah, violazione dei diritti delle minoranze e delle donne, è una cristologia che deve essere rimessa in discussione”. Per il teologo Metz la teologia dopo Auschwitz deve smettere di affermare termini che non possono essere più ridetti, simboli di fede a volte sbagliati. Una professione di fede può diventare perversa, non più in continuità con il kerigma, con il Dio delle vittime, del grido. Tra queste Bosin cita quella professione di fede del Sudafrica che afferma la legittimità dell’apartheid, e il Simbolo del 1933 della Chiesa cristiana nazionale tedesca che sosteneva l’ideologia nazista. «Opposta è la Dichiarazione di Barmen della Chiesa confessante, che però non dice niente sul problema ebraico, mentre qualcuno, qualche anno dopo in carcere, affermava che solo chi grida per gli ebrei può cantare il gregoriano”. Questo possiamo applicarlo nella storia continuamente».

COMUNICATO N. 18

Letizia Tomassone, da sempre impegnata a favore di un linguaggio esteso e includente, ha proposto l’esame di alcune confessioni di fede delle Chiese della Riforma, partendo dalla pratica in ambito valdese e metodista. In queste tradizioni la confessione di fede è collegata, all’inizio del culto, alla lode e alla confessione di peccato che la precede. «Con la confessione di fede – spiega il primo fascicolo delle liturgie valdesi, un testo approvato dal Sinodo nel 1985, citato dalla relatrice – ci disponiamo a vivere la vita nuova che nasce dal battesimo; diciamo che questa vita si fonda sull’opera di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo; proclamiamo quest’opera: l’azione che sostiene la nostra fede, il dono che nutre il nostro amore, le promesse che suscitano la nostra speranza. In questo modo ci uniamo nel dire che tutta la nostra vita si svolgerà con questa ossatura e questa spina dorsale. Il testo di riferimento più importante è il Credo apostolico o il Credo niceno-costantinopolitano, ma ci sono testi contemporanei che possono aiutarci a esprimere la fede in termini attuali e più comprensibili».

Tomassone ha tratto alcuni esempi delle confessioni di fede contemporanee, provenienti da ogni parte del mondo, che sono stati raccolti dalla sua Chiesa: il Credo della Chiesa valdese di Palermo, composto nel 1992 in un momento sconvolto dall’attentato di Capaci; la confessione di fede della Chiesa presbiteriana dell’Africa del sud del 1981, che insiste sulla pari dignità delle persone in un contesto di apartheid; il Credo della Chiesa metodista di Roma (via XX Settembre) del 2021 su temi della giustizia di genere e contro il razzismo; il Credo molto contestualizzato della Chiesa valdese di Rio della Plata, in dialogo con gli indigeni, che parla del Dio delle confessioni di fede e di tutte le loro verità; la Confessione di fede nell’ambito della Chiesa battista scritta da Massimo Aprile, sul collasso del creato. In queste confessioni, Tomassone evidenzia delle costanti: uno schema trinitario e nuovi modi per esprimere il teismo, l’incarnazione e la croce. «La nuova Confessione di fede di Accra si apre con l’invocazione alla “Misteriosa presenza divina”: non si parla più del Dio creatore. Stiamo andando verso professioni di fede che esprimono anche una sensibilità post-teista. Solo nel dire la prima persona della Trinità si tenta di esprimere il divino al femminile. Gesù viene visto come un fratello, un compagno di strada, non si sottolinea molto la verginità di Maria ma viene messa a servizio della cristologia, del fatto che Gesù diventa un essere umano pieno, e più esplicita è l’ultima parte, la croce, vista come una possibilità di resistenza alle politiche del male e, in tutte queste professioni di fede, è il segno che non siamo dalla parte dell’impero».

La teologa ha rievocato il lavoro dell’Unione mondiale delle Chiese riformate, svolto nella celebrazione a vent’anni dalla testimonianza profetica di Accra, per rinnovare la sua confessione di fede. «Nella dichiarazione finale rilasciata lo scorso dicembre si dice che oggi il mondo è più scandaloso di vent’anni fa e quindi le Chiese che sono rimaste in silenzio portano i credenti al lamento e a rivalutare la confessione che nel 2004 era stata considerata troppo radicale, ma che in realtà esprimeva una situazione mondiale che oggi vediamo ben più deteriorata. Allora non erano stati affrontati o approfonditi alcuni temi: la radice coloniale schiavista dell’accumulo del capitale in Occidente derivato dalla tratta degli schiavi, la denuncia del colonialismo di insediamento, la logica del suprematismo e dell’apartheid globale. Vent’anni fa non si parlava anche delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, della manipolazione dell’informazione, dell’esclusione delle persone lgbtq+ e trans e delle persone con disabilità, e di tutte le questioni legate alla giustizia di genere. La confessione di Accra rimane comunque profetica, lungimirante e concreta – dice il documento del 2024 –: continua a ricordarci il patto di Dio per difendere l’integrità della terra contro l’impero tecnologico e continua a chiederci di rifiutare qualsiasi tentativo, nella vita della Chiesa, di separare giustizia e unità. Siamo chiamati a essere testimoni profetici. Il tema della giustizia resta centrale. L’integrità della nostra fede è in gioco se non rispondiamo al grido di sofferenza che ci circonda, non solo quella economica, ma anche quella coloniale e la manipolazione della solidarietà umana».

La rivisitazione della confessione di fede di Accra, che è stata inviata alle Chiese in attesa di un loro pronunciamento, «mette al centro la condizione umana lacerata, le discriminazioni, parte dal voler dire dove stanno le nostre risposte di giustizia riparativa, la nostra indignazione per il commercio di persone considerate come merci, la ricerca di una giustizia per le persone trans o per l’accoglienza delle persone con disabilità. Ritornando al nostro tiolo di partenza, “Simboli per unire”, non c’è possibilità di unità, dicono le chiese riformate, se non si passa al vaglio della coesione e della giustizia che devono essere espresse nelle confessioni di fede».

Conclude la teologa: «Siamo invitati a continuare quest’analisi attraverso le voci che ci vengono dalle chiese del sud, le analisi che vengono fatte sul colonialismo, la decolonizzazione, la storia della schiavitù che ha arricchito l’Occidente, l’intersezionalità delle identità lgbtq+, le analisi sulle disabilità. Tutto questo può trovare compimento all’interno di un testo».

COMUNICATO N. 19

Nella tavola rotonda “Confessione e politica: teologie pubbliche” il pastore valdese Pawel Gajewski, docente incaricato di teologia delle religioni alla Facoltà valdese di teologia di Roma, e Riccardo Saccenti, docente di storia della filosofia medievale all’Università di Bergamo, presentati da Livia Gavarini del comitato esecutivo del Sae, hanno affrontato il tema del rapporto tra le religioni e la politica e come il rapporto tra confessioni di fede e potere pubblico si è articolato dal concilio di Nicea in avanti.

Gajewski inizia commentando il mandato di Gesù “Mi sarete testimoni”: «questa forma estremamente incisiva ci mette di fronte a un concetto oggi trascurato: quello della martyria intesa sia come la testimonianza che richiede anche il sacrificio della propria vita per l’amore della verità e della libertà sia la testimonianza nello spazio pubblico resa di fronte alle autorità e a una dimensione inedita della nostra società: i mezzi di informazione di massa e i social network».

Il filo conduttore della riflessione del teologo si snoda su testi della Chiesa valdese: la Confessione di fede del 1665, la Disciplina generale della Chiesa valdese del 1972 e la legge dell’Intesa con lo Stato italiano del 1984, e fa appello a due categorie: la persecuzione e la libertà.

«La nostra Confessione nasce in un contesto di persecuzione. Nella primavera del 1665, con un pretesto, succede qualcosa che rasenta lo sterminio della popolazione valdese in val Pellice. Naturalmente quel massacro diventa un evento internazionale. Pochi mesi dopo comincia a circolare in Europa la “Relazione veritiera” sui massacri avvenuti. I valdesi entrano nella scena internazionale con reazioni molto significative nell’ecumene protestante che si schiera contro il massacro. In questo contesto viene formulata la Confessione di fede che è tuttora in vigore nelle nostre Chiese, anche se vorrei ricordare che la mia Chiesa è stata attraversata da un movimento anticonfessionale, una tendenza nella metà del secondo ‘800 a relativizzare il carattere vincolante delle confessioni di fede tradizionali: da una parte il movimento del Risveglio, dall’altra un tentativo di riportare le confessioni di fede particolari alla loro dimensione umana».

I valdesi, prosegue Gajewski, si riconoscono come coloro che hanno rifiutato la “svolta costantiniana”; «nonostante questa diffidenza su Costantino, sul piano teologico non ci sono problemi: nel primo articolo della Confessione si parla di Dio come unica essenza in tre Persone. L’articolo 13 ricalca Nicea con un riferimento anche a Calcedonia, nel 12 Gesù Cristo è il solo Salvatore e l’unico capo del corpo che è la Chiesa. Questo contenuto sarà ribadito nell’articolo 24. Quindi una cristologia che diventa un’ecclesiologia proclamando la totale indipendenza della Chiesa dalle autorità secolari. Quale rapporto assumono i valdesi – il testo è scritto nel solco della persecuzione - nei confronti dell’autorità secolare? Nell’articolo 32 si dice: “Noi crediamo che Iddio ha stabiliti re principi e magistrati per il governo dei popoli e i popoli devono essere loro soggetti in virtù di quella ordinazione, non solo per l’ira, ma ancora per la coscienza, in tutte le cose conformi alla Parola di Dio, il quale è il Re dei Re e il Signore dei Signori”». Nel finale del testo il teologo rintraccia un elemento inedito per il secolo delle ortodossie e dei confessionalismi: una dichiarazione unilaterale di piena comunione con tutte le Chiese della Riforma in Europa. Toccando velocemente il 1848, anno che restituisce ai valdesi i diritti civili, Gajewski passa poi al 1948, anno della promulgazione della Costituzione repubblicana contenente l’articolo 8, che porterà all’Intesa tra lo Stato e l’Unione delle Chiese metodiste e valdesi, e gli articoli 19 e 20, che garantiscono la piena libertà di pregare e di testimoniare la propria fede.

«Le persecuzioni sono finite anche se sono stati documentati episodi di persecuzione avvenuti anche nell’Italia repubblicana. È un lungo cammino verso la piena libertà, ma i valdesi capiscono l’importanza del momento e comincia una sorta di riforma interna che porterà al documento “Disciplina generale delle Chiese evangeliche valdesi” approvato ufficialmente nel 1974. Qui siamo di nuovo a una sorta di testimonianza codificata della propria fede di fronte alla società. L’articolo 5 dice che la Chiesa fondata sui principi dell’Evangelo si regge da sé in modo indipendente nell’osservanza della sua confessione di fede e del suo ordinamento, senza pretendere alcuna condizione di privilegio nell’ordine temporale, né consentire nel proprio ordine a ingerenze o restrizioni da parte della società civile».

Il Sinodo valdese produce diversi atti come esercizio della libertà di testimoniare nello spazio pubblico. Gajewski ritiene che uno dei compiti istituzionali sanciti dalla Disciplina generale sia quello di proteggere tutte le confessioni religiose, non solo quelle cristiane, da qualsiasi tipo di intervento inopportuno e di ingerenza degli altri poteri. «Nella nostra Intesa con lo Stato, che è la prima in Italia, i nostri diritti sono totalmente garantiti, cosa che non accade per le altre confessioni religiose. Siamo di fronte a un dialogo nello spazio pubblico, e trovo che sia notevole che uno Stato democratico liberale e repubblicano inserisca nella sua legge un’affermazione che trae le sue origini da un documento, come la Disciplina generale, redatto da una Chiesa. Abbiamo bisogno sempre di più, di fronte alle semplificazioni e al moltiplicarsi delle tifoserie anche di stampo religioso e antireligioso, di ritrovarci prima di tutto come cittadini, in una convergenza verso la libertà e la giustizia, e di continuare questo dialogo nello spazio pubblico tra tutte le organizzazioni religiose e lo Stato».

COMUNICATO N. 20

Nella tavola rotonda “Confessione e politica: teologie pubbliche” alla sessione Sae di Camaldoli, prima di entrare in medias res, Riccardo Saccenti, docente di Storia della filosofia medievale all’Università di Bergamo, illustra lo scenario nel quale si dispiega oggi il rapporto tra religioni e politica: un «tempo caotico» - la definizione è del docente Alessandro Colombo - in cui «al venir meno delle strutture dell’ordine globale costruito dopo il 1989, tanto sul piano politico che su quello economico-sociale, non sembra corrispondere l’emergere di uno scenario segnato da un multipolarismo fra eguali».

Il relatore utilizza anche l’immagine del “mondo piatto” - citazione da Olivier Roy - nel quale «è emersa la pretesa di un modello unico di cultura, dove qui il termine è inteso nel senso dell’insieme di valori, di simboli, concezioni e credenze, modelli di prassi e attività, che caratterizzano la vita sociale e che delineano una griglia di lettura condivisa della realtà. La crisi di questa cultura cosmopolitica apre la strada a un tempo senza cultura, nel quale cioè viene meno la possibilità di un codice comune di lettura delle cose anche all’interno di uno stesso spazio sociale e politico». Queste considerazioni, secondo Saccenti, colgono le svolte dei concetti di “pubblico” e di “politico” in uno scenario che interroga anche la prospettiva religiosa e quella teologica.

Continua il relatore: «Alla vigilia del concilio Vaticano II, lo storico e teologo domenicano Chenu attua una ridefinizione della nozione di “era costantiniana”, «facendone una categoria storiografica che permetteva di descrivere la forma di civilizzazione informata dall’esperienza cristiana che emerge dopo l’integrazione della Chiesa nel mondo greco-romano. La decisione di Costantino di legittimare il cristianesimo aveva delineato i confini di un rapporto fra trono e altare entro il quale si erano modellate dinamiche ambivalenti. L’unità di fede portata dalla Chiesa era anche principio di coesione politica dell’Impero, al punto che, anche geograficamente, le due realtà avevano teso a sovrapporsi. In questa tendenza politica si era prodotto anche il movimento di segno opposto, cioè la sacralizzazione delle strutture temporali e l’affermarsi di un cristianesimo “statualizzato”».

Saccenti ha osservato che, se la modernità aveva segnato la fine di questo schema politico, «tuttavia avevano continuato a operare altri e forse più profondi elementi proprio della prospettiva “costantiniana”, a cominciare dalle forme della cultura, ambito nel quale, fra XIX e XX secolo, permane l’influenza della Chiesa e soprattutto continua a esercitare un ruolo essenziale la risemantizzazione cristiana di alcuni assi fondamentali della cultura: il diritto, il linguaggio e ancor più il primato della ragione (logos) rispetto alle altre forme di vita dello spirito».

Chenu, prosegue lo storico, «metteva anche in guardia rispetto alla tendenza a costruire un’equivalenza fra civiltà, civiltà cristiana e cristianesimo europeo. «Le sue osservazioni, in un certo senso, troveranno una eco circa un anno dopo nel Gaudet Mater Ecclesia con cui Giovanni XXIII apre il Concilio, richiamando i Padri al nodo cruciale non di introdurre innovazioni sul piano dogmatico ma piuttosto di trovare le forme e i linguaggi con cui continuare ad annunciare il Vangelo alle donne e agli uomini di un mondo in profondo mutamento».

Attraverso diversi passaggi, Saccenti delinea un orizzonte nel quale compaiono nuove forme di legittimazione del discorso politico, «non più nei termini costantiniani di una sacralizzazione del potere, quanto in quelli di una declinazione del cristianesimo in elemento capace di definire un connotato di cultura politica, spendibile dunque sul terreno di uno scontro che si fa sì ideologico, ma non come alternativa fra visioni del mondo diverse fra loro, bensì sul terreno dell’adesione a un insieme di specifici principi morali».

Secondo il relatore, la Chiesa, in larga parte, anche sul piano delle sue forze intellettuali, «continua a dare per scontata la societas christiana come unica bussola, anche nella sua versione più secolarizzata che però mantiene, almeno sul terreno della sua genealogia culturale, le sue origini nel Cristianesimo “costantiniano”.

Ma la dimensione globale in cui ci troviamo, che oggi è in crisi, ha rappresentato un passaggio rilevante suscitando la consapevolezza teologica che cercare di proporre un’unica christianitas a livello globale «sia problematico, limitato e incapace di rispondere alle esigenze di una realtà umana irriducibile ad un’unica civilizzazione». Le nuove dimensioni dell’esistenza umana e le nuove esperienze di umanità dei primi decenni del XXI secolo «impongono alla Chiesa la questione del rimettere al centro il “carattere missionario” della fede cristiana, che è appunto centrato sull’annuncio» e il problema non è più quale spazio dare al cristianesimo e come, ma «come articolare il rapporto fra le chiese e le gentes, chiedersi chi siano le gentes in questo presente, quale sia la vicenda storica che le qualifica, quale lingua è opportuno offrire al Vangelo perché possa dirsi anche a loro».

Concludendo, Saccenti rileva che «in questo contesto missionario il rapporto con la dimensione “pubblica” e “politica” diviene fecondo se resta polare. La crisi della centralità occidentale e con essa di quegli schemi teologici che avevano sposato questo orientamento, comporta la consapevolezza storica di una distinzione fra Chiesa e civiltà, fra fede cristiana ed esperienza che i cristiani vivono». La sfera comunitaria e la sfera “pubblica” e “politica” sono due dimensioni che «hanno la loro autonomia e specificità, che sono chiamate a una tensione polare, nella quale il vivere l’esperienza di fede chiama alla responsabilità per la tutela e la cura del carattere “pubblico” della sfera politica, del suo connotato “temporale”, relativo e limitato». Lo storico è convinto che «non si tratta solo di fare proprio il principio giuridico e filosofico-politico della laicità delle istituzioni e della polis: la questione assume un carattere pienamente teologico, nel senso che la teologia impara dalla storia come la realtà esperienziale degli uomini, che è e resta una, sia però ricca di un pluralismo di piani dinamico, fatto di tensioni e relazioni, nel quale il Vangelo è sempre capace di prendere dimora».

COMUNICATO N. 21

L’ultimo panel della sessione del Sae a Camaldoli, intitolato “Convenire per interpretare insieme le Scritture” e moderato da Donatella Saroglia, del comitato esecutivo del Sae, è stato affrontato da Simone Morandini, già insegnante di matematica e fisica, teologo morale, vice direttore dell’Istituto di studi ecumenici San Bernardino di Venezia e membro del comitato esecutivo del Sae, e da Luca Maria Negro, pastore evangelico battista e giornalista con l’esperienza di direttore di Riforma, dell’agenzia stampa Nev e di segretario per le comunicazioni della Conferenza delle Chiese europee.

Ripercorrendo la sessione in chiusura, Morandini ha detto: «Abbiamo fatto archeologia, nel senso di portare a parola (logos) l’archè, l’origine, ciò che ci fonda, la figura di Gesù Cristo ed il Dio che in lui incontriamo. Abbiamo sperimentato in tal senso anche cosa significhi stare entro una tradizione, lasciarci attraversare dalle sue parole per ridirle anche in forme nuove, creative, sintoniche con il nostro oggi, ma senza che nulla vada perduto».

Del primo concilio ecumenico il teologo sottolinea la pesante situazione di controversia e conflitto da cui ha preso le mosse, una dinamica che è nella chiesa, nella quale spesso «sono in gioco interpretazioni diverse della Scrittura in relazione al nostro stare nel tempo». Tuttavia, Morandini osserva che, alla luce del Nuovo Testamento, dinanzi al conflitto «lo stile ecclesiale è quello del convenire: non nel senso che nella chiesa conviene andare d’accordo per forza o per superficiale convenienza; piuttosto nel senso del venire insieme in uno stile di sinodalità, in vista di un discernimento teso a mantenere una sintonia-in-tensione». Ma rimane una domanda: «Come si fa tutto questo; come si cerca verità senza escludere chi la esprime in forme diverse?».

Riferirsi alla sinodalità – continua – per le Chiese dovrebbe essere sempre «una ripresa della Scrittura, norma normans, ma colta in contesto, e allora la domanda è: “Come leggerla? Oltre l’ingenuità del riferimento diretto al singolo testo, a cosa riferirsi, come interpretare? Con quali categorie culturali?”». Morandini è convinto, insieme con altri, che «fedeltà non si esprima come ripetizione», ma piuttosto «come ascolto, testimonianza, interpretazione anche in ordine alla grande domanda: “che fare? come agire? come essere? come seguire il Signore confessato?”. In realtà non si tratta solo di interpretare la Scrittura, ma soprattutto lasciarsi interpretare da essa, di comprendere dove oggi ci indichi la via. Questo ci dice che cosa sono le nostre chiese: delle comunità di interpretazione, con vissuti che interpretano la verità del Vangelo e la confessione di fede in Gesù Cristo».

Il convenire, parola chiave del panel, ha, per il teologo, due riferimenti importanti: uno si rintraccia all’interno del movimento ecumenico in cui compare come “conciliarità”, termine tematizzato in due occasioni. La prima, riferita al modello di unità della “comunione conciliare”. La seconda, quando la parola conciliarità è stata adottata, a partire dalla metà degli anni ‘80, nell’espressione “processo conciliare giustizia, pace, salvaguardia del creato”. «Però – precisa Morandini – ci si è accorti che la parola conciliarità non si può usare con troppa facilità: concilio è espressione di una chiesa che sta in comunione. Adesso si parla di “processo giustizia, pace, salvaguardia del creato”. La domanda che segue è: «Di quanta convergenza abbiamo bisogno per ritrovare la comunione, per fare processi conciliari?».

Il secondo riferimento analizzato dal relatore è la sinodalità, in particolare in riferimento al processo in atto nella chiesa cattolica sia come Sinodo universale sia come Cammino sinodale delle chiese in Italia. «La sinodalità si impara, le contraddizioni ci sono, al contempo c’è la fatica del cercare di superarle». Morandini richiama alcuni spunti legati al Sinodo universale: l’aumento della presenza attiva dei delegati delle altre chiese che hanno partecipato alla pari ai tavoli di lavoro, e l’adozione del testo finale all’interno del magistero di Francesco.

Delle Tracce per la fase attuativa del Sinodo il relatore mette in luce due elementi: l’indicazione della possibilità di invitare alcuni rappresentanti di altre chiese e comunità cristiane nel processo sinodale post Assemblea e l’affermazione che «”lo slancio ecumenico rappresenta l’estensione della prospettiva relazionale e della logica dello scambio di doni”. Non è quindi un’aggiunta opzionale rispetto alla quale verificare il dinamismo del nostro camminare insieme».

Infine Morandini individua alcune aree nelle quali come chiese italiane, come movimento ecumenico e come Sae si possono cercare vie di comunione, magari parziale ma possibile: la ricerca di una data di Pasqua condivisa, l’istituzione di una celebrazione comune del Creatore che segni un cammino di unità tra le Chiese d’Oriente e quelle di Occidente, la creazione di luoghi in cui le chiese in Italia «si incontrano in modo stabile e continuativo praticando una sinodalità ecumenica non fatta di coercizioni o esclusioni ma di discernimento condiviso». E conclude: «L’ecumenismo e il dialogo non sono affare per pochi specialisti, è la capacità delle chiese di essere dialogiche. Noi testimoniamo che si può fare pace tra diversi, che la diversità non è necessariamente divisione e tanto meno guerra, che le nostre identità così diverse non sono delle accette da usare gli uni contro gli altri, ma sono espressione delle diverse forme in cui viviamo il nostro cammino verso la verità del Signore».

COMUNICATO N. 22

Nel suo intervento all’ultimo panel della sessione del Sae a Camaldoli, “Convenire per interpretare insieme le Scritture”, Luca Maria Negro, pastore evangelico battista, giornalista e segretario generale della Società biblica in Italia (Sbi), si è focalizzato sul ruolo di primo piano che hanno le Scritture nell’elaborazione teologica delle Chiese riformate e del Consiglio ecumenico delle Chiese.

L’esordio è sui diversi modi di interpretare il Simbolo niceno-costantinopolitano: secondo un «movimento di esclusione» – citazione dal pastore avventista Saverio Scuccimarri – riguardo alle diverse eresie che i primi concili hanno combattuto, o secondo un «movimento di inclusione» che valorizza l’inserimento dell’espressione paolina “secondo le Scritture” (I Cor. 15,3-4) nel simbolo niceno-costantinopolitano, espressione che dice la continuità e la fondamentale unità tra il Primo e il Nuovo Testamento, un’unità nella diversità.

«“Secondo le Scritture» – prosegue il segretario della Sbi – è un’espressione chiave anche per il movimento ecumenico, inserita nella nuova versione della base teologica del Cec nel 1961, mentre alla fondazione dell’organismo, nel 1948, non era stato ritenuto necessario esplicitare ciò che è era un elemento integrale del pensiero, dell’azione e del culto ecumenico. L’autorità delle Scritture è stata tematizzata in diversi studi degli organismi ecumenici, il più recente è quello del 1998 dedicato all’ermeneutica biblica, “Un tesoro in vasi d’argilla”, di Fede e Costituzione.

Negro rileva che «l’attenzione alla lettura e all’interpretazione comune della Bibbia è diventata una costante, per esempio della vita del Cec con le sue Assemblee, che dal 1968 in poi sono state marcate dalla presenza non marginale, nel loro programma, di studi biblici in piccoli gruppi. E alcuni programmi e documenti ecumenici sono stati fortemente influenzati dal “lavorio biblico” sui rispettivi temi».

Un primo esempio citato è quello della Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e della Federazione luterana mondiale (Flm) sottoscritta ufficialmente ad Augusta il 31 ottobre 1999. «Dietro a questo documento – spiega il pastore – c’è stato un grande lavoro comune di interpretazione dei testi, soprattutto paolini. Secondo la Flm, se si è arrivati a questo consenso è proprio perché “un nuovo, comune ascolto del lieto messaggio annunciato nella sacra Scrittura e l’accettazione delle conoscenze scaturite dai risultati della scienza biblica… hanno portato ad un evidente avvicinamento nella comprensione della giustificazione del peccatore”. E negli anni successivi questo consenso, inizialmente limitato a cattolici e luterani, si è ampliato a metodisti, riformati e anglicani».

Sul tema Negro cita – «visto che siamo in un anno santo e siamo a un anno dalla scomparsa di Paolo Ricca» – un’osservazione espressa dal pastore valdese, contenuta in una pubblicazione curata da lui e da Fulvio Ferrario: «la speranza che in base all’accordo sulla giustificazione si potesse arrivare a “una revisione radicale, per non dire un definitivo abbandono, dell’istituto dell’indulgenza”».

Un secondo esempio è la visita di Francesco alla Chiesa valdese di Torino del 22 giugno 2015 nella quale il papa disse: “L’unità che è il frutto dello Spirito Santo non significa uniformità. I fratelli infatti sono accomunati da una stessa origine ma non sono identici tra di loro. Ciò è ben chiaro nel Nuovo Testamento, dove, pur essendo chiamati fratelli tutti coloro che condividevano la stessa fede in Gesù Cristo, si intuisce che non tutte le comunità cristiane, di cui essi erano parte, avevano lo stesso stile, né un’identica organizzazione interna”». Il relatore legge nelle parole di Francesco un’adesione al principio ecumenico delle “diversità riconciliate”, un modello che si deve soprattutto all’evangelico Oscar Cullmann, fino ad allora contestato da autorevoli esponenti cattolici per considerazioni di tipo dogmatico-ecclesiologico. «Se invece di partire dalla dogmatica si parte dal Nuovo Testamento, a quanto pare tutto diventa più facile» commenta Negro.

Il terzo esempio riportato è l’impatto della Bibbia su alcuni programmi ecumenici che affrontano tematiche politiche di attualità, come il messaggio del profeta Amos che ha contribuito all’istituzione del programma per combattere il razzismo, deciso all’Assemblea di Uppsala del 1968. «Come disse un partecipante, «la parola di Dio ci accadde!» (the word of God happened to us)”».

L’intervento si conclude con la storia di una donna africana contenuta in un manuale per animatori di studio biblico, intitolato “Il libro che mi legge”. A chi le chiedeva: «Perché leggi sempre e solo la Bibbia?», la donna rispondeva: «Ci sono molti libri che potrei leggere, ma c’è solo un libro che mi legge». Commenta Negro: «Mentre ascoltiamo, leggiamo, studiamo, può accadere un rovesciamento dei ruoli. Noi iniziamo come soggetti, e i messaggi biblici sono l’oggetto del nostro studio. Ma poi, improvvisamente, possiamo diventare coscienti del fatto che dietro e attraverso le storie c’è qualcuno che ci guarda, ci parla e ci guida. L’oggetto della nostra ricerca diventa il soggetto che si rivolge a noi e ci capisce meglio di quanto possiamo fare noi stessi. Siamo confrontati con il Dio vivente che agisce nella creazione e nella storia, nella nostra vita personale e nel mondo delle nazioni». La segnalazione del manuale – tiene a dire – proviene dal teologo avventista Hanz Gutierrez Salazar che, nel volume “Oltre la Bibbia, oltre l’occidente”, scrive: «La lettura può diventare la tomba del senso o il luogo della sua risurrezione. Diviene la sua tomba quando i significati si susseguono ininterrottamente ma in modo automatico, meccanico, prevedibile e tautologico […] È il luogo della sua risurrezione quando i significati non sono automatici ma intermittenti, imprevedibili, fragili e frammentari; quando la lettura diventa come un parto, esperienza segnata dalla fatica e dalla sofferenza ma nell’attesa di qualcosa di nuovo e di unico».

COMUNICATO N. 23

La 61a sessione di formazione ecumenica del Sae si è conclusa il 2 agosto nella Foresteria del Monastero di Camaldoli con il discorso della presidente Erica Sfredda, l’ultimo del suo mandato, che scade quest’anno insieme a quello del comitato esecutivo del quadriennio 2021-2025.

Mentre aveva proposto all’inizio della settimana il Salmo 150 «per ringraziare il Signore per avere la possibilità di stare insieme, studiare, cantare e vivere come una comunità», la predicatrice valdese ha proposto di concludere i lavori con un salmo, il 121, che testimonia la fede nel Dio creatore e custode. «E dunque anche noi possiamo affidarci a colui che ha fatto il cielo e la terra e possiamo partire con la stessa benedizione».

Nel tornare alle fatiche e alle gioie della quotidianità, ha ripreso, «porteremo con noi la ricchezza che tanti fratelli e sorelle hanno condiviso con noi, la loro sapienza e le loro competenze». La presidente ha citato il contributo del gruppo liturgico, che ha curato «con sapienza e amore» le preghiere, le celebrazioni e il canto, e la fecondità dei dibattiti che «sono stati tutti preziosi e ci hanno mostrato quante voci ci sono al nostro interno, quanta ricchezza abbiamo condiviso. Abbiamo percepito con molta chiarezza che siamo differenti per visioni, sensibilità, culture e fedi, ma abbiamo anche sentito che possiamo, e dunque dobbiamo, camminare insieme cercando il Signore».

Dei quattro anni alla guida del Sae insieme ai membri del comitato esecutivo – Francesca Del Corso, Livia Gavarini, Simone Morandini, Donatella Saroglia – la presidente ha detto: «Sono stati quattro anni magnifici di cui ringrazio il Signore. E la bellezza siete stati voi: le vostre telefonate, le vostre mail, la vostra presenza alle sessioni. Anche le discussioni sui punti di vista diversi, talvolta divergenti, sono state una ricchezza importante perché io credo, con Maria Vingiani, che l’ecumenismo sia prima di tutto uno stile di vita. Un approccio all’altra, all’altro, che tenga conto della presenza e della vita dell’altra e dell’altro. Questo è stato senz’altro un punto di riferimento importante in questi quattro anni di lavoro: abbiamo cercato di vivere ecumenicamente accostando allo studio anche la promozione di pratiche, abbiamo desiderato farvi sentire in una comunità in cammino che ha saputo affrontare insieme anche temi normalmente divisivi». La presidente ha rievocato anche l’apertura del dialogo non solo alle altre religioni ma anche alle altre culture, e l’impegno per coinvolgere i giovani nella vita dell’associazione. Infine, il reperimento di una sede solida e strutturata per l’archivio “Maria Vingiani”, che sarà allocato e ordinato al Cse in via Sambuco a Milano: «Perciò ringrazio il Centro studi educativi che ce lo ha permesso».