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29 marzo 2016 

Nel giorno di Pasqua la città pakistana è stata teatro di un attacco suicida tra i più sanguinosi degli ultimi anni

Almeno 70 morti e oltre 300 feriti: è questo per ora il bilancio delle vittime dell’attacco suicida che domenica 27 marzo ha colpito il parco giochi «Gulshan-e-Iqbal» di Lahore, seconda città del Pakistan, e storico centro della cristianità nel paese, dove il 94% della popolazione è musulmana. Nel parco, gremito soprattutto da donne e bambini che festeggiavano la Pasqua, un giovane uomo, imbottito di tritolo, si è fatto saltare provocando morte e terrore. Si tratta del più violento attacco da quando i combattenti talebani entrarono in una scuola di Peshawar nel dicembre del 2014 e massacrarono 134 studenti, sparando ad alcuni di loro a bruciapelo.

Jamaat-ul-Ahrar, gruppo fondamentalista di talebani, ha rivendicato l’attentato indicando come obiettivo principale i cristiani. Ma pare che il vero obiettivo della strage sia il primo ministro pakistano Nawaz Sharif, accusato di indebolire la fede islamica con l’apertura all’Occidente e alle minoranze religiose come quella cristiana – che in Pakistan conta poco più del 2%. Sharif, ad esempio, ha condannato i cosiddetti omicidi d’onore, definendoli il «lato oscuro» della società pakistana, ed il suo governo ha sostenuto una legge per la protezione delle donne, ha sbloccato l’accesso a YouTube, e ha permesso di riconoscere come feste pubbliche la Pasqua e altre feste hindu.

A sostegno dell’ipotesi che il vero obiettivo della strage a Lahore sia la visione liberale della democrazia pakistana sostenuta dal primo ministro Sharif, musulmano sunnita di simpatie wahhabite, c’è che contemporaneamente all’attentato terroristico si stava svolgendo una violenta manifestazione pro-sharia ad Islamabad: qui circa 30mila persone si sono scontrate con i poliziotti di guardia al Parlamento per commemorare Mumtaz Qadri, giustiziato a febbraio per aver assassinato nel 2011 l’ex governatore del Punjab, Salman Taseer, che prese le difese di Asia Bibi, la donna cristiana accusata di blasfemia, e che aveva chiesto la revisione della rigida legge della blasfemia che prevede la morte per impiccagione.

Al di là della lettura politica più generale che si può fare dell’attentato al parco giochi di Lahore, rimane il dato che in Pakistan le relazioni tra maggioranza musulmana e minoranza cristiana siano molto tese. È ancora vivo il ricordo dell’attentato avvenuto il 15 marzo dello scorso anno quando due kamikaze si fecero esplodere ll’ingresso di due chiese dirimpettaie, poste nel quartiere cristiano di Youhanabad – la cattolica St. John e la protestante Christ Church – dove morirono 15 persone e oltre 70 furono i feriti.

L’attentato di Lahore è stato duramente condannato dal Consiglio ecumenico delle chiese (Cec). «Questo attacco è particolarmente scioccante, in primo luogo perché sembra che ci sia stato un deliberato intento di colpire i bambini che si stavano semplicemente divertendo liberamente nel parco», ha detto il pastore Olav Tveit, segretario generale del Cec. «In secondo luogo, la tempistica dell’attacco sembra essere stata volta a colpire la vulnerabile minoranza cristiana del Pakistan in uno dei giorni più sacri del calendario cristiano».

Tveit ha inoltre commentato: «Di fronte a questa brutalità, la famiglia umana, tutte le persone di fede e di buona volontà, devono lavorare insieme per rispettarsi, prendersi cura l’un dell’altro, proteggersi vicendevolmente, e prevenire tale violenza».

Il segretario generale del Cec, invitando il governo e le autorità del Pakistan a «fare di più per proteggere tutte le persone in Pakistan, sia cristiani, musulmani, o di qualsiasi altra religione o credo, dalla violenza perpetrata da tali criminali estremisti e settari», ha concluso che «qualsiasi riferimento alla violenza, in nome della religione o motivata dalla religione, è particolarmente inaccettabile e pericoloso».

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