Nel penultimo giorno della sessione Sae a Camaldoli, nella tavola rotonda “Simboli per unire, entro la pluralità”, Fabrizio Bosin, dell’ordine dei Servi di Maria, docente di cristologia alla Facoltà teologica Marianum, e la pastora Letizia Tomassone, docente di studi di genere alla Facoltà valdese di teologia, hanno esaminato motivi e implicazioni del Simbolo di fede niceno-costantinopolitano e delle sue riscritture in periodi e contesti culturali diversi.
La relazione di Bosin, articolata in tre punti, è iniziata dal tema della pace. «Il Credo ha a che fare con la pace: Costantino convoca Nicea perché voleva la pace entro i confini dell’impero, che era stata messa in discussione dalle diatribe teologiche». Ma, citando il teologo Jüngel, aggiunge: «Quando parliamo di pace e la pace perde il corpo della verità, allora le cose possono peggiorare. Con quel “genitum non factum”, ne va della verità del corpo della pace che è Cristo stesso. Questo è un dato che non dobbiamo mai dimenticare. Sì al ricorso alla ragione, ma non dimentichiamoci che in fondo Nicea, con un percorso faticoso, ha voluto ribadire che per noi cristiani parlare di pace, di salvezza e di Dio lo dobbiamo continuare a fare ma mai senza Gesù Cristo. Nicea dice questo e vuole confermare il dato del Nuovo Testamento nel quale Paolo ci conferma pienamente che Dio si è espresso e rivelato in Cristo».
Il secondo punto, fondamentale per il teologo, riguarda il cammino di inculturazione e l’esercizio di “intelligenza”, iniziato con il concilio di Nicea, che sistematizza la testimonianza del Nuovo Testamento su Gesù di Nazareth e il contenuto della sua vita e opera: testimoniare il Regno di Dio. Bosin si chiede: «Il Simbolo riesce a decifrare la sofferenza di un popolo, o diventa un’intelligenza sul mistero, su Gesù Cristo? A Nicea si inizia a riflettere sull’identità di Gesù di Nazaret. Questo, a volte, provoca uno spostamento di accento unicamente sulla persona di Gesù Cristo, che si vuole dichiarare legittima nel suo essere rivelatrice di Dio e si vuole indagare, con il rischio che ci si concentri unicamente sul messaggero e venga dimenticato il messaggio».
Nel terzo punto Bosin si chiede: «Quale cristologia procederà da Nicea in poi? Si “acquieterà” a Calcedonia come se Calcedonia avesse risolto i problemi circa la persona di Gesù di Nazaret, professato come vero Dio e vero uomo? Sembra che tutto sia risolto. Rahner molti secoli dopo ci dirà: “Ma davvero Calcedonia è la fine perfetta di una nostra comprensione di Gesù Cristo o non dovrebbe essere l’inizio di un cammino in cui torniamo un po’ indietro e rivediamo cosa abbiamo perso da Nicea a Calcedonia?”. Alla domanda risponde con chiarezza uno degli esponenti della teologia della liberazione, Jon Sobrino: “Se tante cristologie che partono da quell’ermeneutica antica hanno attraversato la storia e sono restate uguali di fronte a problematiche come genocidio, schiavitù, Shoah, violazione dei diritti delle minoranze e delle donne, è una cristologia che deve essere rimessa in discussione”. Per il teologo Metz la teologia dopo Auschwitz deve smettere di affermare termini che non possono essere più ridetti, simboli di fede a volte sbagliati. Una professione di fede può diventare perversa, non più in continuità con il kerigma, con il Dio delle vittime, del grido. Tra queste Bosin cita quella professione di fede del Sudafrica che afferma la legittimità dell’apartheid, e il Simbolo del 1933 della Chiesa cristiana nazionale tedesca che sosteneva l’ideologia nazista. «Opposta è la Dichiarazione di Barmen della Chiesa confessante, che però non dice niente sul problema ebraico, mentre qualcuno, qualche anno dopo in carcere, affermava che solo chi grida per gli ebrei può cantare il gregoriano”. Questo possiamo applicarlo nella storia continuamente».
