«Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare e pregate il Signore per essa; poiché dal bene di questa città dipende il vostro bene». Le parole di Geremia (Ger 29,7) hanno aperto il culto di Santa Cena nel giorno della sessione Sae, in corso al Monastero di Camaldoli dedicato al tema “Abitare la secolarizzazione”. Parole che, tradotte nel presente, possono descrivere una società non più in un regime di cristianità e pluralista, in cui cristiane e cristiani devono aprirsi a credenti di altre fedi e pensanti per costruire insieme una città umana.

Presieduto – se si può dire in ambito evangelico – dalla pastora e teologa valdese Letizia Tomassone affiancata da pastori e predicatrici delle chiese avventista, battista e metodista, animato dal gruppo misto liturgico del Sae, il culto è stata la confessione dei limiti e dei talenti di un popolo che si affida alla grazia del Signore e dalla sua Parola trae la forza per camminare verso il Regno di Dio. La scelta delle Scritture, partendo dalla visione di Isaia del monte del Signore e dalla profezia di pace (Is 2,1-5) al dialogo di Gesù con la samaritana (Gv 4,19-26), è approdata alla costruzione del Tempio da parte di Salomone fino alla sorpresa che la Nube lo riempie a un punto tale che non c’è spazio per i sacerdoti che devono officiare il loro servizio (II Cro 3,1; 6,14.18, 5,2-14).

«Perché l’avevano costruita? Per loro stessi o per Dio?» ha chiesto la pastora valdese durante il sermone. «Dove abita Dio? E come funziona la coabitazione con la società umana che ha edificato il proprio luoghi di culto?». Domande appropriate per un tempo di “secolarizzazione e oltre” come il nostro. La riflessione che scaturisce dall’episodio è che «la nube ha accompagnato il popolo nel deserto dalla schiavitù alla libertà, ha riempito la tenda del tabernacolo, eppure lo stesso Mosè non potrà entrare nella tenda del convegno abitata dalla nube della presenza di Dio. Dio è nella nube, inattingibile alla comprensione umana, ma ben presene come guida e protezione».

Tomassone ha continuato: «Attraverso culti diversi e tempi diversi, nella preghiera di uomini e donne ebrei, cristiani e musulmani, Dio abita i luoghi della storia. Porta pace là dove noi portiamo solo conflitto, e probabilmente anche oggi impedirebbe a noi, come allora a Davide, di costruire altri templi per mostrare la nostra potenza, e di distruggere quelli altrui. Lo stesso Salomone, con nostra sorpresa, nella preghiera di dedicazione, chiede a Dio di ascoltare anche la preghiera degli stranieri (II Cr 6,32-33)».

Nella scena della nube che occupa il tempio, ci viene detto che, «se lasciamo spazio a Dio non possiamo centrare la nostra identità su riti appariscenti; Dio occupa la scena e ci rimanda al nostro limite. Non per schiacciarci, ma per ricordarci che anche la religione non è che un esercizio umano, limitato e parziale. Non possiede la forza del sacro, le sta ai margini, e viene invitata a trattare Dio con delicatezza e prudenza».

Con l’avvento di Gesù «la nube inconoscibile di scioglie in un corpo umano, e sarà possibile abbracciarlo ed essere abbracciati, parlare e discutere, camminare insieme, guarire e imparare a perdonare e a essere perdonati, in un’avventura che non è ancora finita. E allora, per questo Dio che vuole abitare le nostre città, dobbiamo costruire spazi non di cemento o marmo, ma spazi interiori nei quali sia possibile incontrare il Signore dell’universo, e spazi sociali nei quali anche la voce dello straniero, della donna marginale, dell’omosessuale nascosto, siano ascoltate. E non solo da Dio ma da una società in cui il senso delle differenze e della convivenza siano definite da un limite preciso alla sopraffazione e alla prepotenza. Buttati fuori dallo spazio sacro occupato dalla nube divina, impariamo che non abitiamo noi tutto lo spazio, ma siamo partecipi di un mondo variegato e complesso, in cui la presenza di Dio è un dono e una domanda di bene e di giustizia».