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ASSOCIAZIONE INTERCONFESSIONALE DI LAICI PER L'ECUMENISMO E IL DIALOGO A PARTIRE DAL DIALOGO EBRAICO-CRISTIANO                  

 

 

 


«Una storia non è compiuta finché non si racconta e non si canta». La frase di Maria Zambrano, filosofa della poesia, è stata citata nella plenaria dedicata alla restituzione degli otto laboratori che hanno rappresentato una porzione significativa della sessione ecumenica del Sae, conclusa sabato 27 luglio. Narrazioni, canti e anche danze hanno accompagnato gli ultimi due giorni della formazione che l’associazione interconfessionale per l’ecumenismo e il dialogo organizza da oltre cinquant’anni. Nell’assemblea che ha raccolto le opinioni e le risonanze sui giorni vissuti insieme è stata avanzata e votata da tutti i partecipanti la proposta di aderire alla lettera scritta a Mattarella e a Conte dalle clarisse e carmelitane scalze a favore dei migranti e rifugiati che cercano protezione in Italia.

E’ stata una edizione molto partecipata nelle preghiere e nelle liturgie, momenti che hanno aperto e chiuso ogni giornata; nelle relazioni in plenaria che hanno ottenuto un ascolto attento e suscitato domande e riflessioni; nei lavori di gruppo di cui si è relazionato nelle interviste realizzate da Riccardo Maccioni, caporedattore di Avvenire. Vivace il clima, anche per la presenza di bambini e ragazzi, affidati alle cure di un animatore e di un’animatrice, che hanno offerto a tutti un saggio finale che ha preso spunto dalle attività realizzate, e per la presenza di giovani di diverse confessioni che hanno partecipato ai lavori e sono stati coinvolti dal gruppo liturgico.

Un momento alto di memoria è stata la narrazione spettacolo di Marco Campedelli intitolata “La passione secondo Giovanni: raccontare la profezia dell’abate Franzoni” che ha rievocato la figura di un cristiano che ha cercato di vivere e divulgare lo spirito del Concilio Vaticano II.

La sessione del Sae, a cui sabato ha portato un saluto la sindaca di Assisi, Stefania Proietti, ha valorizzato il contesto francescano, sia nella tematica – il rapporto con la povertà e i beni della terra - sia nella scelta dei luoghi che hanno ospitato le liturgie: al santuario di Rivotorto si sono svolti i Vespri ortodossi, nella basilica di Santa Maria degli Angeli una delle preghiere ecumeniche. La Domus Pacis, sede del convegno, ha ospitato nella sua cappella all’aperto l’Eucaristia e la Santa Cena. L’ultima liturgia è stata la preghiera ecumenica di accoglienza dello Shabbat, condotta da Sandro Ventura, con una grande condivisione che ha aperto l’ultimo giorno della sessione. Per il Sae l’ecumenismo tra i cristiani è stato sempre a partire dal dialogo con gli ebrei. Lì è la sua sorgente e la sua forza.

Nelle conclusioni, il presidente del Sae Piero Stefani, ha ripreso il tema della povertà, che è stato affrontato durante la settimana in diverse declinazioni, focalizzandosi sulla cifra che accomuna tutta l’umanità. Siamo tutti mendicanti, come diceva Lutero al limitare della sua vita, e questa povertà radicale che ci accomuna ci chiede di non tirarci indietro verso il prossimo che ci interpella per un aiuto nella difficoltà. Quello che possediamo non è nostro, perché la terra è di Dio, e ciò che ci viene chiesto di offrire non è che una restituzione. Oggi però la maggior parte dell’umanità vive in povertà estrema e solo una parte minima gode delle ricchezze naturali che spesso “rapina” alle regioni del sud del mondo – Africa e Amazzonia in primis – deprivandole dei beni che farebbero la ricchezza di quelle aree. Di fronte anche al problema dell’inquinamento, dei cambiamenti climatici e dello sfruttamento indiscriminato dei beni primari – acqua, aria, suolo – la soluzione ai problemi pare ardua da trovare. Si può agire a livello personale e comunitario attraverso il cambiamento degli stili di vita e la riduzione dei consumi ma resta l’interrogativo di come intervenire sul macro, ha detto Stefani. In una prospettiva di fede don Bruno Bignami ha interpellato l’assemblea riunita ad Assisi sulla destinazione universale dei beni che il vangelo prima e una ininterrotta tradizione cristiana che arriva a Francesco autore dell’Evangelii gaudium e della Laudato si’, chiede di promuovere e realizzare. C’è una antropologia da ricostruire, un rapporto con la terra, le sue risorse e gli esseri viventi da recuperare, un senso di comunità da ripristinare. Delle comunità - ha detto Brunetto Salvarani concludendo la tavola rotonda con la teologa Elisabetta Ribet e la filosofa Rita Pilotti sul tema di un futuro possibile, «capaci di ascolto e di narrazione, intergenerazionali, interculturali e interreligiose. Comunità che sanno ancora sognare, come auspicava don Tonino Bello. Vi auguro che abbiate molta speranza e che facciate molti sogni».

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