L’ultima tavola rotonda della Sessione di formazione ecumenica del Sae ha riunito monsignor Roberto Filippini, vescovo di Pescia e membro della Commissione episcopale ecumenismo e dialogo della Conferenza episcopale italiana, e Paolo Naso, politologo, membro della Commissione studi della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei). Le loro relazioni - seguite alla presentazione del tema e dei relatori da parte di Donatella Saroglia del Comitato esecutivo Sae - hanno messo in luce le ragioni della speranza, in particolare la speranza della pace (Filippini) e come reagire al baratro che la nostra generazione ha provocato con le sue stesse mani (Naso).
Roberto Filippini è partito dai “giorni cattivi” del reale ricordando l’esortazione di Paolo agli Efesini di «fare attenzione al nostro modo di vivere, fare buon uso del tempo e testimoniare con ancora più forza la speranza tra coloro che sono senza speranza». L’umanità è frastornata, «prigioniera di logiche insane e disumane che spingono a moltiplicare le azioni e le reazioni violente, nell’ingannevole convinzione che solo la ragione delle armi possa mettere fine a questa tragica crisi, mentre flebile si fa la voce della diplomazia e spuntata risulta l’arma della ragione». Le reiterate parole di papa Francesco «che ha qualificato ogni guerra una “pazzia” e che ha dichiarato il conflitto in atto, “crudele”, “mostruoso”, “ripugnante” e “sacrilego”» non sono ascoltate, così come il suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2017 che raccomanda la nonviolenza attiva come «un programma e una sfida per i leader politici e religiosi a dare prova di misericordia, rifiutando di scartare le persone, danneggiare l’ambiente e voler vincere ad ogni costo». Il Vangelo della pace trova la sua fonte nelle Beatitudini proclamate sulla montagna da Gesù che «è il futuro di Dio che ha fatto irruzione nella storia e rimane altro dal mondo e dalle sue logiche. Cristo ci sta davanti e non perso nel passato. Egli ha compiuto la redenzione, che alla fine del tempo si manifesterà pienamente ai nostri occhi: perciò Cristo è la nostra speranza».
Testimoniarlo è la missione della chiesa che deve essere «la visibilità storica del progetto di Dio realizzato in Cristo: un’umanità riconciliata, unita e pacificata contro ogni nazionalismo, razzismo, divisione, contro ogni particolarismo prepotente ed esclusivo». È l’auspicio della Fratelli tutti - osserva il vescovo - che riecheggia il sogno di Isaia: “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra”. La pace per Gesù «non è solo una meta radiosa nell’orizzonte del futuro a cui anelare: la pace è una prassi, un agire e uno stile di vita, per l’oggi. Va costruita e vissuta qui e ora, nel presente, e il paradosso è questo: la speranza della pace “va costruita con la pace”». Bisogna abbattere i muri che separano e rendono nemici. La grande lotta di Cristo e dei suoi discepoli è contro l’inimicizia: il muro che attraversa i cuori.

Monsignor Filippini riconosce l’impegno profuso dalla Chiesa nell’elaborazione giuridica e morale sui temi della pace, il lavoro sull’educazione e la formazione di una nuova mentalità e di una spiritualità della mitezza; le esperienze di assistenza, carità con le vittime della violenza e l’impegno per lo sviluppo della giustizia sociale e la difesa dei diritti umani. E tuttavia, dice, è necessario fare di più. Tre sono i percorsi da lui individuati per concretizzare la speranza della pace. Il primo è porre la pace al centro della riflessione teologica elaborando una teologia della pace concepita come «una teologia pratica, politica che assume l’evangelium pacis come il criterio dal quale ripensare tutta la teologia, una teologia che sia anamnesi e profezia, reinterpretazione creatrice del messaggio cristiano». Il secondo percorso riguarda un rinnovato impegno nell’ecumenismo e nel dialogo interreligioso. Dopo la primavera del Concilio Vaticano II nel quale cristiane e cristiani hanno riscoperto la gioia dell’incontro, il clima è cambiato e qualcuno ha parlato di una nuova fase di diffidenza reciproca. La guerra in Ucraina ha mostrato «quanto sia dolorosa e sconcertante la contrapposizione fra le Chiese, condizionate da ragioni politiche, etniche e culturali, proprio quando avrebbero dovuto superarle ed ergersi insieme per fermare lo tzunami della guerra. Il movimento ecumenico, tuttavia, non può arrestarsi e anzi deve intensificare colloqui teologici, occasioni di preghiera e la condivisione del servizio alla giustizia e alla carità». Lo storico incontro del 27 ottobre 1986 ad Assisi mostra - secondo Filippini - un punto di non ritorno verso un’universale ricerca della pace e impegna tutti a mostrare chiaramente che le motivazioni religiose non devono essere  la causa dei conflitti. Favorire il dialogo può portare a smascherare le strumentalizzazioni del potere e a purificare le stesse forme religiose che prestano loro il fianco, disinnescando l’uso antico della religione come instrumentum regni». Il dialogo interreligioso potrà costituire un modello per altri significativi incontri di civiltà e un test per sperimentare programmi, metodi, criteri, in vista di confronti sempre più ampi e serrati a livello globale.
Il terzo percorso è l’opzione per la teoria e la pratica della nonviolenza. Filippini considera l’affacciarsi dei principi e delle tecniche della nonviolenza fra i cristiani e, seppur gradualmente, anche nei documenti delle Chiese, un primo frutto del dialogo interreligioso e interculturale. Nel cattolicesimo «la svolta conciliare circa la problematica della guerra è stata possibile, oltre che per una evoluzione interna della dottrina morale cattolica, per molti altri fattori storici, politici e culturali, fra cui l’influsso della nonviolenza gandhiana che, per esempio, ha aperto la mente dei padri conciliari a una prima valutazione positiva dell’obiezione di coscienza». I riferimenti alla nonviolenza e ai suoi metodi negli insegnamenti del magistero cattolico sono cresciuti ma, osserva il vescovo, «bisogna che il sentiero appena imboccato sia percorso con più fiducia e determinazione, e che la Chiesa investa energie umane ed economiche per la ricerca e la sperimentazione dei mezzi nonviolenti, con il coraggio di unirsi in questo a tutti gli uomini di buona volontà. Sposando decisamente la causa della nonviolenza, potrebbe dare una testimonianza di credibilità alla speranza di pace di cui è portatrice, uscendo dall’aporetico dilemma morale fra pacifismo evangelico e responsabilità storica: potrebbe tentare di inverare gli insegnamenti del Discorso della montagna, rifiutandosi di ridurre a mera interpretazione spirituale e soggettiva gli aspetti radicali del messaggio e dell’esempio di Gesù».

Paolo Naso ha presentato il baratro nel quale è difficile eppur imprescindibile per i cristiani dire una speranza, o meglio, praticarla, soprattutto verso chi e insieme a chi non ha una speranza in Gesù Cristo. Lo ha tratteggiato attraverso “cinque quadri dell’Apocalisse” che trasmettono l’urgenza per l’umanità di fare una conversione di rotta. E sono l’alto tasso di inquinamento, la guerra come situazione ordinaria, la povertà endemica, le democrazie malate, la recessione dell’Italia. Questa generazione – denuncia Naso – ha creato in vent’anni una situazione che non aveva riscontro prima in quanto a consumo delle risorse, ricrescita delle spese militari, diseguaglianze economiche. È afflitta da amnesie sulle 378 guerre ad alta o bassa intensità guerreggiate nel pianeta già prima del 24 febbraio 2022. Vede riduzioni di povertà in Asia ma una crescita esponenziale di essa nell’Africa sub sahariana. Favorisce la concentrazione della ricchezza mondiale: lo 0,7 della popolazione controlla il 41 per cento delle risorse disponibili. Il 68,7 per cento accede al 3 per cento delle risorse.
Negli Stati Uniti, in Ungheria, in Italia si osserva l’indebolimento delle democrazie da parte di forze che spesso utilizzano il nome di Dio e i simboli religiosi per accaparrarsi consensi ed escludere “gli altri”. Contro il populismo, afferma il politologo, occorre esercitare una “democrazia critica” nell’accezione di Gustavo Zagrebelski. «Nulla per la democrazia critica è tanto insensato quanto la divinizzazione del popolo di cui è espressione la massima “vox populi vox dei”, una formula di idolatrica politica».

La recessione dell’Italia è determinata anche dall’invecchiamento della popolazione. I millenials sono degli impoveriti, non solo finanziariamente. Il 67 per cento dei figli di persone che non hanno un’istruzione secondaria superiore ha lo stesso grado di istruzione dei genitori. L’ascensore sociale è fermo. L’Italia è al primo posto per il numero di NEET, giovani tra i 15 e i 34 anni che non studiano né lavorano. La sfiducia nella democrazia porta al bisogno di un leader forte.

Il nostro non è un tempo di speranza, conclude Naso, ma «come dice Dietrich Bonhoeffer, “Il bene arriva sempre attraverso la notte”. Per camminare nella notte occorre tenere una bussola in mano. Prendere coscienza dell’urgenza delle nostre responsabilità qui e ora, lavorare allo sviluppo dell’Europa per contrastare la deriva dei populismi, costruire luoghi di senso, siano chiese, moschee, centri sikh. Le comunità di fede sono terminali sociali di primaria importanza. Occorre avere il coraggio di visioni e politiche globali che considerino le culture religiose come risorse. Occorre praticare la speranza che significa nuovi stili di vita, essere credibili nelle scelte, fare corridoi umanitari». A suggellare la relazione, l’appello alla coscienza di Martin Luther King: «La vigliaccheria chiede: è sicuro? L’opportunità chiede: è conveniente? La vanagloria chiede: è popolare? Ma la coscienza chiede: è giusto? Prima o poi arriva l’ora in cui bisogna prendere una posizione che non è né sicura, né conveniente, né popolare; ma bisogna prenderla perché è giusta».