La guarigione di un muto da parte di Gesù è stata al centro della predicazione della pastora valdese Letizia Tomassone alla Santa Cena celebrata giovedì sera alla Sessione Sae di Assisi. Pane, vino, grappoli d’uva sono stati l’invito a un’assemblea composita di donne e uomini che hanno trovato l’unità attorno alla mensa comune della Parola. Il Vangelo scelto - Luca 11, 14-20 - metteva in scena la liberazione da una schiavitù dalla quale la teologa ha preso spunto in apertura per rinviare a immagini del presente, nella prospettiva del “vedere”. Alle donne subalterne nel contesto coloniale indiano che «non possono parlare perché il potere le vuole usare contro la propria cultura d’origine», così come alle donne afghane «giocate contro la loro società per giustificare l’intervento armato occidentale e poi abbandonate al loro destino. Nella cultura patriarcale, originaria e coloniale occidentale, la donna è muta. La libertà che le restituisce voce e parola è libertà da tutte le gabbie in ci è inserita».  Nel brano di Luca l’uomo poi guarito da Gesù è considerato impuro dalla cultura religiosa del suo tempo, mentre la cultura medica lo dichiara indemoniato, magari contagioso, ha detto la pastora. «Nella logica trasformativa di Dio il muto deve uscire dal suo silenzio, dall’invisibilità e dal ghetto che lo isola e lo esclude. Il muto che si mette a parlare è un segno del Regno di Dio che si fa vicino. La parola degli inascoltati ora è presente, esce fuori e trasforma il mondo».

Con il suo gesto e di fronte ai suoi antagonisti scettici, ha continuato Tomassone, Gesù richiama l’immagine del dito di Dio che nella storia dell’Esodo libera il popolo dall’Egitto. «Un’immagine che potrebbe richiamare una dimensione di giudizio, quello dei figli e delle figlie che vivono le conseguenze delle cattive pratiche verso le generazioni precedenti. Le generazioni che non hanno saputo preservare almeno in Europa una cultura di pace e democrazia, che dopo la decolonizzazione hanno accettato che i poteri forti creassero strutture neocoloniali nei rapporti tra nord e sud del mondo. Che faticano a uscire da stili di vita che consumano energie fossili, divorano e scartano la materia del mondo».

Di tutti i danni commessi contro l’intera creazione, l’assemblea ha chiesto perdono nella confessione di peccato durante la liturgia. Il giudizio, ha sottolineato Tomassone, «non è mai fine a sé stesso ma è un invito alla conversione. I primi cristiani parlano della nuova creazione e della nuova creatura umana facendo anche elenchi dei comportamenti virtuosi che rendono visibile in noi l’immagine di Dio. Verità e riconciliazione sono segni della nuova creatura che possiamo diventare in Cristo». Ricevendo il perdono della colpa confessata, ricevendo l’annuncio della pace e della liberazione operate da Dio «siamo prigionieri della speranza, coinvolti nell’opera di Dio nel mondo che caccia i demoni del patriarcato e della guerra, delle ingiustizie climatiche e della miseria». Al termine della Santa Cena è stata raccolta la colletta a favore di un soggiorno in Italia di giovani romeni disagiati.