Letizia Tomassone, da sempre impegnata a favore di un linguaggio esteso e includente, ha proposto l’esame di alcune confessioni di fede delle Chiese della Riforma, partendo dalla pratica in ambito valdese e metodista. In queste tradizioni la confessione di fede è collegata, all’inizio del culto, alla lode e alla confessione di peccato che la precede. «Con la confessione di fede – spiega il primo fascicolo delle liturgie valdesi, un testo approvato dal Sinodo nel 1985, citato dalla relatrice – ci disponiamo a vivere la vita nuova che nasce dal battesimo; diciamo che questa vita si fonda sull’opera di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo; proclamiamo quest’opera: l’azione che sostiene la nostra fede, il dono che nutre il nostro amore, le promesse che suscitano la nostra speranza. In questo modo ci uniamo nel dire che tutta la nostra vita si svolgerà con questa ossatura e questa spina dorsale. Il testo di riferimento più importante è il Credo apostolico o il Credo niceno-costantinopolitano, ma ci sono testi contemporanei che possono aiutarci a esprimere la fede in termini attuali e più comprensibili».
Tomassone ha tratto alcuni esempi delle confessioni di fede contemporanee, provenienti da ogni parte del mondo, che sono stati raccolti dalla sua Chiesa: il Credo della Chiesa valdese di Palermo, composto nel 1992 in un momento sconvolto dall’attentato di Capaci; la confessione di fede della Chiesa presbiteriana dell’Africa del sud del 1981, che insiste sulla pari dignità delle persone in un contesto di apartheid; il Credo della Chiesa metodista di Roma (via XX Settembre) del 2021 su temi della giustizia di genere e contro il razzismo; il Credo molto contestualizzato della Chiesa valdese di Rio della Plata, in dialogo con gli indigeni, che parla del Dio delle confessioni di fede e di tutte le loro verità; la Confessione di fede nell’ambito della Chiesa battista scritta da Massimo Aprile, sul collasso del creato. In queste confessioni, Tomassone evidenzia delle costanti: uno schema trinitario e nuovi modi per esprimere il teismo, l’incarnazione e la croce. «La nuova Confessione di fede di Accra si apre con l’invocazione alla “Misteriosa presenza divina”: non si parla più del Dio creatore. Stiamo andando verso professioni di fede che esprimono anche una sensibilità post-teista. Solo nel dire la prima persona della Trinità si tenta di esprimere il divino al femminile. Gesù viene visto come un fratello, un compagno di strada, non si sottolinea molto la verginità di Maria ma viene messa a servizio della cristologia, del fatto che Gesù diventa un essere umano pieno, e più esplicita è l’ultima parte, la croce, vista come una possibilità di resistenza alle politiche del male e, in tutte queste professioni di fede, è il segno che non siamo dalla parte dell’impero».
La teologa ha rievocato il lavoro dell’Unione mondiale delle Chiese riformate, svolto nella celebrazione a vent’anni dalla testimonianza profetica di Accra, per rinnovare la sua confessione di fede. «Nella dichiarazione finale rilasciata lo scorso dicembre si dice che oggi il mondo è più scandaloso di vent’anni fa e quindi le Chiese che sono rimaste in silenzio portano i credenti al lamento e a rivalutare la confessione che nel 2004 era stata considerata troppo radicale, ma che in realtà esprimeva una situazione mondiale che oggi vediamo ben più deteriorata. Allora non erano stati affrontati o approfonditi alcuni temi: la radice coloniale schiavista dell’accumulo del capitale in Occidente derivato dalla tratta degli schiavi, la denuncia del colonialismo di insediamento, la logica del suprematismo e dell’apartheid globale. Vent’anni fa non si parlava anche delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, della manipolazione dell’informazione, dell’esclusione delle persone lgbtq+ e trans e delle persone con disabilità, e di tutte le questioni legate alla giustizia di genere. La confessione di Accra rimane comunque profetica, lungimirante e concreta – dice il documento del 2024 –: continua a ricordarci il patto di Dio per difendere l’integrità della terra contro l’impero tecnologico e continua a chiederci di rifiutare qualsiasi tentativo, nella vita della Chiesa, di separare giustizia e unità. Siamo chiamati a essere testimoni profetici. Il tema della giustizia resta centrale. L’integrità della nostra fede è in gioco se non rispondiamo al grido di sofferenza che ci circonda, non solo quella economica, ma anche quella coloniale e la manipolazione della solidarietà umana».
La rivisitazione della confessione di fede di Accra, che è stata inviata alle Chiese in attesa di un loro pronunciamento, «mette al centro la condizione umana lacerata, le discriminazioni, parte dal voler dire dove stanno le nostre risposte di giustizia riparativa, la nostra indignazione per il commercio di persone considerate come merci, la ricerca di una giustizia per le persone trans o per l’accoglienza delle persone con disabilità. Ritornando al nostro tiolo di partenza, “Simboli per unire”, non c’è possibilità di unità, dicono le chiese riformate, se non si passa al vaglio della coesione e della giustizia che devono essere espresse nelle confessioni di fede».
Conclude la teologa: «Siamo invitati a continuare quest’analisi attraverso le voci che ci vengono dalle chiese del sud, le analisi che vengono fatte sul colonialismo, la decolonizzazione, la storia della schiavitù che ha arricchito l’Occidente, l’intersezionalità delle identità lgbtq+, le analisi sulle disabilità. Tutto questo può trovare compimento all’interno di un testo».
