Un’altra delle voci laiche che alla sessione Sae di Camaldoli hanno cercato di rispondere alla domanda “Chi dite che io sia?” nella tavola rotonda con Alberto Annarilli, Graziella Graziano e Marco Marchetti, è quella di Donatella Pagliacci, docente di filosofia morale all’Università cattolica di Milano. Pagliacci si è soffermata sul “chi”, sottolineando la dimensione personale dell’incontro con Cristo. «La grandezza di Cristo se riconosciuta, proclamata e accolta nella propria vita opera delle trasformazioni profonde, irreversibili» ha esordito, rievocando, poi, alcuni momenti in cui l’incontro è stato più significativo e sconvolgente e ha provocato rotture, delle quali cercare un senso, e rinascite che in seguito ha condiviso in percorsi di ricerca anche con i giovani e le giovani studenti, come occasioni per suscitare in loro domande di senso.
Un primo momento importante, intitolato dalla docente “Mai senza di te”, è stato quello della scelta della facoltà universitaria: la ricerca filosofica ha investito totalmente la sua vita. «Leggendo e approfondendo il pensiero di Agostino di Ippona, grazie al mio maestro, ho potuto penetrare nelle profondità di un messaggio che è vivo e che continua ad interpellarmi personalmente nelle scelte quotidiane. Ho condiviso con Agostino la scoperta dell’essere Cristo presente nella nostra vita, anche quando siamo noi ad essere lontani da lui».
Un secondo momento è rappresentato dalla «rilettura che, attraverso la fede in Dio Padre, ho imparato a fare degli eventi della mia vita. Scoprire il senso della mia vita alla luce di ciò che mi si rivela, un senso che è dentro la storia di ognuno di noi e che quindi ho cominciato a ricercare nei volti che ho incontrato e nei fatti salienti della mia esistenza». Essendo l’ultima di sei figli e figlie, una prima e fondamentale rilettura di Pagliacci è stata legata alla «riscoperta del senso della fraternità e sororità, nel quale risuona in modo rilevante il ruolo del Terzo. Lo Spirito come Terzo invita a ripensare tutto il dinamismo della vita relazionale, lo ha ben espresso sempre Agostino, ma anche ripreso Søren Kierkegaard». Nel Vangelo, continua, «scopriamo la chiave di comprensione delle relazioni affettive, anche di quelle più difficili, come nel caso delle relazioni fraterne. Il tema della fraternità che, come noto, è al cuore del magistero di papa Francesco, rappresenta anche un nodo importante della mia riflessione personale».
Il terzo momento di rottura esplicitato riguarda il tema della corporeità, con il titolo “Consegnata”. Questa è stata l’esperienza nella quale la filosofa ha vissuto personalmente la dimensione della vulnerabilità. «La Commissione teologica internazionale (CTI) rilegge alcuni passaggi del concilio di Nicea come una consegna per ripensare il tema del corpo. In effetti, è proprio questa l’esperienza che ho vissuto nella quale la vita a un certo punto si divide in un prima e in un dopo. Nell’esperienza di massima fragilità del mio corpo ho avuto la possibilità di pensare alla sua importanza. Spesso la tradizione cristiana comune ci allontana dalla percezione di un valore significativo del nostro essere corporeo, che ha valore anche nella massima fragilità. Proprio attraverso l’esperienza del corpo abbiamo la possibilità di sperimentare il senso dell’essere con l’altro. Il corpo è limite e apertura, è lo spazio dell’incontro, la possibilità di consegnarci e di accogliere l’altro».
Il quarto momento di rottura ha per titolo “Nella perdita il senso di un dono”. «Rileggendo il testo della CTI su Nicea, tocco la dimensione del senso della perdita e della morte dell’altro e il senso della risurrezione che ci viene consegnato. Mi ha ricordato due momenti drammatici: la perdita di mio padre e di mia madre». Pagliacci ha vissuto la morte dei genitori come una sconfitta dalla quale è riuscita a risollevarsi nel momento in cui vi ha colto il senso della presenza di Gesù: «In quelle perdite ho percepito il dono del Signore che mi ha consegnato alla maturità della mia vita. Questi due eventi, per me di rottura, mi hanno dato la possibilità di riconoscere la verità di quell’ affermazione pronunciata dalla CTI: “Solo lo Spirito ‘che dona la vita’ umanizza interamente l’essere umano, lo rende figlio e figlia, padre e madre” e, aggiungerei, umanizza anche la morte».
Tornare a riflettere su Nicea in questo contesto, ha concluso la relatrice, «è stato significativo per me per rileggere la mia vita e imparare a riconoscere la presenza del Signore in alcuni momenti di passaggio, di consegna della mia persona e nello stesso tempo di scoperta di un dono. In questa scoperta consegno a voi una domanda che ho fatto a me stessa: “Qual è l’evento che sentite essere segnato e toccato dalla presenza di Cristo nella vostra vita?”».
