Nella tavola rotonda “Confessione e politica: teologie pubbliche” il pastore valdese Pawel Gajewski, docente incaricato di teologia delle religioni alla Facoltà valdese di teologia di Roma, e Riccardo Saccenti, docente di storia della filosofia medievale all’Università di Bergamo, presentati da Livia Gavarini del comitato esecutivo del Sae, hanno affrontato il tema del rapporto tra le religioni e la politica e come il rapporto tra confessioni di fede e potere pubblico si è articolato dal concilio di Nicea in avanti.

Gajewski inizia commentando il mandato di Gesù “Mi sarete testimoni”: «questa forma estremamente incisiva ci mette di fronte a un concetto oggi trascurato: quello della martyria intesa sia come la testimonianza che richiede anche il sacrificio della propria vita per l’amore della verità e della libertà sia la testimonianza nello spazio pubblico resa di fronte alle autorità e a una dimensione inedita della nostra società: i mezzi di informazione di massa e i social network».

Il filo conduttore della riflessione del teologo si snoda su testi della Chiesa valdese: la Confessione di fede del 1665, la Disciplina generale della Chiesa valdese del 1972 e la legge dell’Intesa con lo Stato italiano del 1984, e fa appello a due categorie: la persecuzione e la libertà.

«La nostra Confessione nasce in un contesto di persecuzione. Nella primavera del 1665, con un pretesto, succede qualcosa che rasenta lo sterminio della popolazione valdese in val Pellice. Naturalmente quel massacro diventa un evento internazionale. Pochi mesi dopo comincia a circolare in Europa la “Relazione veritiera” sui massacri avvenuti. I valdesi entrano nella scena internazionale con reazioni molto significative nell’ecumene protestante che si schiera contro il massacro. In questo contesto viene formulata la Confessione di fede che è tuttora in vigore nelle nostre Chiese, anche se vorrei ricordare che la mia Chiesa è stata attraversata da un movimento anticonfessionale, una tendenza nella metà del secondo ‘800 a relativizzare il carattere vincolante delle confessioni di fede tradizionali: da una parte il movimento del Risveglio, dall’altra un tentativo di riportare le confessioni di fede particolari alla loro dimensione umana».

I valdesi, prosegue Gajewski, si riconoscono come coloro che hanno rifiutato la “svolta costantiniana”; «nonostante questa diffidenza su Costantino, sul piano teologico non ci sono problemi: nel primo articolo della Confessione si parla di Dio come unica essenza in tre Persone. L’articolo 13 ricalca Nicea con un riferimento anche a Calcedonia, nel 12 Gesù Cristo è il solo Salvatore e l’unico capo del corpo che è la Chiesa. Questo contenuto sarà ribadito nell’articolo 24. Quindi una cristologia che diventa un’ecclesiologia proclamando la totale indipendenza della Chiesa dalle autorità secolari. Quale rapporto assumono i valdesi – il testo è scritto nel solco della persecuzione - nei confronti dell’autorità secolare? Nell’articolo 32 si dice: “Noi crediamo che Iddio ha stabiliti re principi e magistrati per il governo dei popoli e i popoli devono essere loro soggetti in virtù di quella ordinazione, non solo per l’ira, ma ancora per la coscienza, in tutte le cose conformi alla Parola di Dio, il quale è il Re dei Re e il Signore dei Signori”». Nel finale del testo il teologo rintraccia un elemento inedito per il secolo delle ortodossie e dei confessionalismi: una dichiarazione unilaterale di piena comunione con tutte le Chiese della Riforma in Europa. Toccando velocemente il 1848, anno che restituisce ai valdesi i diritti civili, Gajewski passa poi al 1948, anno della promulgazione della Costituzione repubblicana contenente l’articolo 8, che porterà all’Intesa tra lo Stato e l’Unione delle Chiese metodiste e valdesi, e gli articoli 19 e 20, che garantiscono la piena libertà di pregare e di testimoniare la propria fede.

«Le persecuzioni sono finite anche se sono stati documentati episodi di persecuzione avvenuti anche nell’Italia repubblicana. È un lungo cammino verso la piena libertà, ma i valdesi capiscono l’importanza del momento e comincia una sorta di riforma interna che porterà al documento “Disciplina generale delle Chiese evangeliche valdesi” approvato ufficialmente nel 1974. Qui siamo di nuovo a una sorta di testimonianza codificata della propria fede di fronte alla società. L’articolo 5 dice che la Chiesa fondata sui principi dell’Evangelo si regge da sé in modo indipendente nell’osservanza della sua confessione di fede e del suo ordinamento, senza pretendere alcuna condizione di privilegio nell’ordine temporale, né consentire nel proprio ordine a ingerenze o restrizioni da parte della società civile».

Il Sinodo valdese produce diversi atti come esercizio della libertà di testimoniare nello spazio pubblico. Gajewski ritiene che uno dei compiti istituzionali sanciti dalla Disciplina generale sia quello di proteggere tutte le confessioni religiose, non solo quelle cristiane, da qualsiasi tipo di intervento inopportuno e di ingerenza degli altri poteri. «Nella nostra Intesa con lo Stato, che è la prima in Italia, i nostri diritti sono totalmente garantiti, cosa che non accade per le altre confessioni religiose. Siamo di fronte a un dialogo nello spazio pubblico, e trovo che sia notevole che uno Stato democratico liberale e repubblicano inserisca nella sua legge un’affermazione che trae le sue origini da un documento, come la Disciplina generale, redatto da una Chiesa. Abbiamo bisogno sempre di più, di fronte alle semplificazioni e al moltiplicarsi delle tifoserie anche di stampo religioso e antireligioso, di ritrovarci prima di tutto come cittadini, in una convergenza verso la libertà e la giustizia, e di continuare questo dialogo nello spazio pubblico tra tutte le organizzazioni religiose e lo Stato».