«Non è facile rispondere a 31 anni a questa domanda e parlo in una maniera che possa servire da spunto di riflessione per le nostre attività» ha esordito alla tavola rotonda “Voi chi dite che io sia? Sguardi diversi” della sessione Sae di Camaldoli l’etnomusicologo Alberto Annarilli, professore e assegnista di ricerca in etnomusicologia, musica e canto nel culto cristiano all’Università di Roma “Tor Vergata”, insegnante nella Facoltà pentecostale di Scienze religiose e direttore di cori.
«Non mi è mai capitato di chiedere a qualcuno “Chi dite che io sia?” ma che qualcuno mi chieda “Tu chi sei e cosa fai?”. La prima risposta è “sono cristiano”, raramente dico “sono protestante” e più raramente “battista”. La seconda è “sono fiero di essere italiano”, anche se nel 2025 è difficile pensarlo, e la terza è “sono un etnomusicologo”, e allora le persone sbarrano gli occhi – “enomusicologo?!” - perché non capiscono».
Con questa premessa giocosa, Annarilli ha parlato dei diversi modi di sperimentare la sua fede. Nato in una famiglia battista ad Ariccia, ha vissuto la giovinezza in chiesa dove ha chiesto il battesimo a 16 anni. Ha partecipato alla Federazione giovanile evangelica italiana (Fgei), ha fatto vari servizi per l’Unione cristiana evangelica battista d’Italia (Ucebi) e per la Federazione delle Chiese cristiane in Italia (Fcei). Sempre si è chiesto: «Quale può essere il mio servizio per il Signore?».
L’etnomusicologia, che ha deciso di perseguire come studioso, lo ha spinto a farsi la domanda con forza e a trovare risposta in momenti diversi. Uno di questi è stato fare ricerca a Castelvolturno, «piccolo paese nel litorale casertano, de iure con 15000 abitanti, de facto con 35000, 20.000 dei quali immigrati irregolari. Mi sono trovato con decine di comunità evangeliche sorte nell’asse della via Domiziana a seguire culti e a fare interviste. Quando parlavo di musica e di canti vedevo i volti aprirsi in un sorriso. Sono persone che nel resto delle loro giornate lavorano nei campi dello sfruttamento del caporalato agricolo, nei campi di raccolta dei pomodori del casertano con paghe indecenti, venti centesimi l’ora, come a Borgo Mezzanone vicino a Foggia, nelle campagne intorno a Palermo, a Saluzzo e nel Triveneto. Una realtà sociale di cui tutti se ne fregano. Molte donne invece sono vittime di un altro percorso, quello della prostituzione, molto spesso sfruttate da meccanismi di gestione mista, camorra e mafia nigeriana».
Facendo ricerca Annarilli ha scoperto che un canto in twi, una lingua locale del Ghana, che aveva ascoltato in una di quelle comunità, era un corale composto nel 1675-76, insegnato dai missionari delle Chiese risvegliate degli Stati Uniti nel tardo ‘800 ai bambini e alle bambine del Ghana. «Dopo un secolo e mezzo di trasmissione orale ancora cantavano in questo modo. E io mi sono chiesto: ma io che cosa faccio? Qual è la mia professione? Noi abbiamo una meravigliosa Costituzione che si conclude dicendo che ogni cittadino deve concorrere al progresso materiale e spirituale della nazione. Pormi davanti a questo articolo in un ambiente come quello di Castelvolturno mi ha fatto riflettere: davanti a me ho persone non riconosciute come cittadini italiani quando si potrebbe pensare a un nuovo modo di cittadinanza. Sfiderei chiunque a venirmi a dire che, in una zona di povertà endemica, di problematiche sanitarie e di sfruttamento, in quel momento non si stava concorrendo al progresso spirituale della nostra nazione». Di fronte a una mancanza dello Stato, delle Chiese e della società che fa finta che quelle zone non ci siano, il ricercatore vuole fare il testimone. «L’etnomusicologia è nata per testimoniare un mondo pastorale che stava scomparendo. Io vorrei tenere traccia che in questi luoghi nel 2025 c’era un modo di lodare il Signore, di vivere la comunità, di creare quel welfare dal basso di comunità cristiane e non solo, che lavorano, agiscono, pregano, lodano nella speranza di migliorare il luogo dove stanno vivendo».
L’altro impegno di Annarilli riguarda la direzione di coro: un coro universitario, il coro del centro sociale Spin Time all’Esquilino a Roma, un coro gospel e un coro barocco ad Albano. «Nessuno di questi è un coro confessionale o che fa riferimento a una chiesa, ma io per mia formazione faccio solo musica cristiana. All’interno ci sono battisti, cattolici, atei, buddhisti. Perché faccio questo? Perché oggi è importante tenere un coro in un luogo occupato dove ci sono più di 200 unità abitative, dove c’è un coro in cui si passa dal cantare canti di protesta italiani, a quelli del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, agli spiritual afro-americani, e capire come la musica non sia un linguaggio universale. Chi fa musica sa che deve essere capita attraverso una formazione culturale. Cantare uno spiritual come Go down Moses che fa riferimento all’Esodo in una black church negli Stati Uniti è ricordare che il loro fare chiesa è passato attraverso secoli di segregazione. Oggi, quando ci ritroviamo, spiego quello che si canta, perché cantare non è solo divertimento, è preghiera, e la preghiera non può essere superficiale. Quando facciamo un concerto o le prove non stiamo solamente cantando, ma siamo in comunione con cristiani che ci hanno preceduto e non dobbiamo banalizzare il canto. Siamo in una società immersa nella musica e a volte non capiamo quello che stiamo ascoltando. Anche la musica deve diventare oggetto di meditazione. Un teologo battista diceva che quando siamo in coro stiamo mettendo a contatto le sfere del cielo e quelle della terra. Vorrei essere un testimone. Ogni volta che faccio ricerca con i migranti e canto in un coro mi rendo conto che ci sono tante cose belle da fare se permettiamo al Signore di dimorare vicino a noi».
