Una visita gradita quella di monsignor Derio Olivero, vescovo di Pinerolo, alla sessione di formazione ecumenica del Sae alla Domus Pacis di Assisi. Monsignor Olivero, presidente della Commissione episcopale ecumenismo e dialogo della Cei, si è trattenuto due giorni all’iniziativa partecipando ai lavori in plenaria, condividendo i pasti e i momenti informali di dialogo e presiedendo l’Eucaristia martedì sera. Durante la Liturgia della Parola un diacono ha letto il brano delle nozze di Cana, soggetto che campeggiava sullo schermo dell’auditorium nella riproduzione dell’affresco di Giotto nella Cappella degli Scrovegni di Padova. Olivero ha commentato nell’omelia la pericope dell’evangelista Giovanni partendo da uno sguardo sulla realtà odierna. «Dio è evaporato. Non vuol dire che non c’è più, Dio sembra così impalpabile che per tanti è come se non ci fosse. La grande domanda che queste persone fanno a noi è: “Che c’entra il tuo Dio nella vita concreta?”. E noi remiamo nel rispondere, non è così semplice. Ecco la bellezza del brano che abbiamo ascoltato stasera, le nozze di Cana».

Il vescovo ha spiegato che l’evangelista “gioca” sul numero sei, che appena tocca il sette, numero del compimento. Sei, simbolo del quasi, dell’uomo e della donna. «Noi siamo umani, siamo quasi perfetti. Abbiamo quasi il bandolo della matassa della vita. Sospesi fino all’ultimo giorno, siamo un desiderio che cammina. Il grande psicanalista Lacan diceva che il desiderio è l’attesa di qualcosa che non avrai mai. Per una vita intera noi cristiani siamo in attesa di un compimento. Ma anche il desiderio psicanaliticamente parlando è l’attesa di qualcosa di grande come la giustizia, come un amore che non avrai mai del tutto. A Cana Gesù ci fa intravedere che è venuto a prometterci un compimento. Noi siamo qui a immergerci in questa promessa per uscire di qua capaci di sperare un po’ di più. È bello che in quel miracolo Gesù sia fuori misura, esagerato nella sua azione per noi». Rivolgendosi alla variegata assemblea di laiche, laici, presbiteri, religiosi, religiose, ministre e ministri di culto Olivero ha proseguito: «Come cristiani delle diverse confessioni dobbiamo stare in questa sfida avendo ben chiaro queste due cose: che Gesù Cristo ci ha promesso un compimento e che questo regge tutti i nostri sogni. E testimoniare che lui è in azione in modo esagerato e crederci. Di questo abbiamo bisogno, di aiutarci - cattolici, protestanti ortodossi, ognuno con le sue storie, le sue capacità, i suoi riti, il suo modo di commentare la parola - a essere cristiani così, testimoni di questa sovrabbondanza e della promessa di un compimento. C’è una cosa che mi piace tantissimo: immaginare lo sposo che a un certo punto si sente dire non ho mai visto uno sposo come te: tu hai dato vino buono fino all’ultimo. Dentro di sé avrà detto: “Io? Manco per idea!”. Si è sentito superato. Che meraviglia. Cosa vuol dire essere credenti in Gesù Cristo? Sapere di essere quotidianamente superati dalla sua azione e in questa fiducia vivere e continuare a lottare anche nelle crisi che abbiamo sentito elencare ieri: la pandemia, la guerra, la crisi climatica. Noi possiamo permetterci e dobbiamo essere i primi a combattere là davanti contro questi guai perché abbiamo fiducia che il primo a combatterli è sempre Gesù Cristo, e noi siamo ancora una volta qui a stare tre quarti d’ora per crederci. Dio non è evaporato, è esagerato, concreto, sudato perché è un Dio al lavoro e ci precede e in questo modo ci apre alla speranza». Dell’immagine di Giotto – donata ai partecipanti in forma cartacea al termine della messa - il vescovo ha sottolineato infine che in primo piano ci sono le grandi anfore che ricordano «l’esagerazione che celebriamo ogni volta che facciamo l’eucaristia e in cui crediamo ogni volta che siamo senza forza, senza speranza e senza futuro perché Dio garantisce vino per sempre fino all’ultimo dei nostri giorni, dove sarà l’inizio della festa».