Venerdì mattina alla Sessione di formazione ecumenica del Sae i lavori sono stati focalizzati sull’annuncio: in un dialogo con la presidente Erica Sfredda la pedagogista Francesca Antonacci ha parlato del rapporto tra annuncio ed educazione. Nel prosieguo della mattinata l’ecclesiologa cattolica Serena Noceti e il docente di teologia pratica Saverio Scucimarri, preside della Facoltà avventista di Villa Aurora a Firenze, hanno narrato e analizzato esperienze di annuncio nelle loro rispettive chiese.

Il tema della speranza, ha premesso Antonacci, è strettamente legato alla realtà dell’educazione. «Speranza è relazione, consente di instaurare una relazione di tipo educativo, è un valore “insegnabile”, non permette che ci si accontenti del cattivo presente. Il sogno è un altro mondo, nella sua valenza positiva è un’apertura su un desiderio». Nell’esperienza educativa non si tratta di trasmettere qualcosa, di “passare” delle nozioni, svendere delle informazioni o addirittura manipolare i soggetti per fini personali: sarebbe una cattiva pedagogia. Educazione invece è costruire un’immagine di futuro insieme, è fare insieme dove ci si trasforma entrambe e si genera una sorta di reciprocità». Antonacci ha citato il pedagogista brasiliano Paulo Freire, sulla cui riflessione si è formata, noto per la “pedagogia della speranza”. Nel suo paese lo studioso ha alfabetizzato migliaia di persone chiedendo di condividere i reciproci saperi e così costruire insieme un sapere. Nel suo approccio educare richiede giocare sé stessi, mettersi in campo. Mettersi in gioco genera una reciprocità e nella reciprocità si diventa umani. Questo approccio, ha spiegato Antonacci, è possibile perché a monte ha un’immagine di futuro che determina il presente. «Se noi non abbiamo un sogno, una speranza, non abbiamo altro presente se non quello dell’accettare le cose come sono. Senza immaginazione e sogno continuiamo a proporre e ripetere il presente. Questo non mi fa diventare umano. Se invece opero in una prospettiva di futuro questo mi dice i passi da fare nel presente e insieme agli altri io costruisco il futuro. La pedagogista ha evocato l’immagine simbolica del ramo di mandorlo intravista dal profeta Geremia (Ger 1,11-12): Dio dice che vigila sulla propria parola per esaudirla. È un’immagine che trasforma il presente. Importanti, nella via delineata dalla pedagogista, sono la strada dell’ascolto, l’utilizzo di linguaggi altri, come quello artistico, e la creazione di spazi e situazioni inedite per fare emergere stati emotivi favorevoli alla relazione dialogica.

La teologa Serena Noceti, specializzata in ecclesiologia, docente all’Istituto di Scienze religiose della Toscana e in diverse facoltà teologiche, ha portato l’esperienza della pastorale post battesimale nella diocesi di Firenze che ha le sue radici negli orientamenti del Sinodo fiorentino del periodo 1988-1992. Un’esperienza che vide una grande estensione dell’esperienza di ascolto con un migliaio di gruppi biblici e il superamento del modello della parrocchia post tridentina. Nello stesso tempo alla richiesta diffusa del pedo-battesimo corrispondeva un vuoto significativo e inspiegabile da parte della comunità cristiana. Di fronte a questo il sacramento si è dimostrato una sfida aperta per rinnovare la pastorale dell’iniziazione cristiana e il ruolo dei genitori in essa. Così è stata elaborata nel tempo una proposta per bambini da zero a sei anni di co-evangelizzazione con tre soggetti convolti – il bambino/a, la famiglia, la comunità –, con un’azione a livello di vita familiare e di incontri parrocchiali. I principi ispiratori sono fare un’esperienza umana e fare formazione cristiana attraverso la narrazione della vita, l’ascolto della Parola, l’approccio ai momenti di vita della comunità. In questo progetto la famiglia diventa un soggetto reale nella comunità, che aiuta gli operatori pastorali a essere chiesa e i bambine e le bambine esercitano una funzione sugli adulti riguardo al senso della fede. Si tratta, ha concluso Noceti, di una scelta pastoralmente strategica che promuove un’evangelizzazione umanizzante e dialogica, una catechesi permanente che favorisce l’unità tra fede e vita, e valorizza la famiglia e la casa come luogo ecclesiale.

Il teologo Saverio Scuccimarri ha presentato un progetto della Chiesa avventista per persone diversamente abili che ha preso spunto dal documento del 2003 “Una Chiesa di tutti e per tutti”, nel quale il Comitato centrale del Consiglio ecumenico delle Chiese e la Commissione Fede e Costituzione hanno fatto il punto della situazione della teologia sulla disabilità e sulle strategie per una piena inclusione delle persone con disabilità nelle società e nella chiesa.

La teologia della disabilità va inclusa all’interno delle teologie di emancipazione che denunciano sistemi di oppressione. Il Cec invita le comunità a spezzare il legame tra disabilità e peccato/possessione demoniaca, a vederla come una diversità tra le altre e a favorire l’inclusione delle persone diversamente abili nell’ambito della missione, della liturgia e della leadership. «Occorre passare da un modello assistenzialista a un modello di partecipazione dove le persone con disabilità contribuiscono alla vita e alla missione della chiesa con i loro doni e le loro caratteristiche. Il documento del Cec ha suscitato attenzione e riflessione nella Chiesa avventista che nel 2010 ha istituito nella Conferenza generale il dipartimento Adventist possibility ministry (Apm)». Le persone diversamente abili non sono solo destinatarie dell’annuncio evangelico ma aiutano gli altri e le altre credenti a crescere nella fede. Tutte e tutti hanno bisogno gli uni degli altri e sono preziosi e preziose le une per gli altri.