L’ultimo panel della sessione del Sae a Camaldoli, intitolato “Convenire per interpretare insieme le Scritture” e moderato da Donatella Saroglia, del comitato esecutivo del Sae, è stato affrontato da Simone Morandini, già insegnante di matematica e fisica, teologo morale, vice direttore dell’Istituto di studi ecumenici San Bernardino di Venezia e membro del comitato esecutivo del Sae, e da Luca Maria Negro, pastore evangelico battista e giornalista con l’esperienza di direttore di Riforma, dell’agenzia stampa Nev e di segretario per le comunicazioni della Conferenza delle Chiese europee.
Ripercorrendo la sessione in chiusura, Morandini ha detto: «Abbiamo fatto archeologia, nel senso di portare a parola (logos) l’archè, l’origine, ciò che ci fonda, la figura di Gesù Cristo ed il Dio che in lui incontriamo. Abbiamo sperimentato in tal senso anche cosa significhi stare entro una tradizione, lasciarci attraversare dalle sue parole per ridirle anche in forme nuove, creative, sintoniche con il nostro oggi, ma senza che nulla vada perduto».
Del primo concilio ecumenico il teologo sottolinea la pesante situazione di controversia e conflitto da cui ha preso le mosse, una dinamica che è nella chiesa, nella quale spesso «sono in gioco interpretazioni diverse della Scrittura in relazione al nostro stare nel tempo». Tuttavia, Morandini osserva che, alla luce del Nuovo Testamento, dinanzi al conflitto «lo stile ecclesiale è quello del convenire: non nel senso che nella chiesa conviene andare d’accordo per forza o per superficiale convenienza; piuttosto nel senso del venire insieme in uno stile di sinodalità, in vista di un discernimento teso a mantenere una sintonia-in-tensione». Ma rimane una domanda: «Come si fa tutto questo; come si cerca verità senza escludere chi la esprime in forme diverse?».
Riferirsi alla sinodalità – continua – per le Chiese dovrebbe essere sempre «una ripresa della Scrittura, norma normans, ma colta in contesto, e allora la domanda è: “Come leggerla? Oltre l’ingenuità del riferimento diretto al singolo testo, a cosa riferirsi, come interpretare? Con quali categorie culturali?”». Morandini è convinto, insieme con altri, che «fedeltà non si esprima come ripetizione», ma piuttosto «come ascolto, testimonianza, interpretazione anche in ordine alla grande domanda: “che fare? come agire? come essere? come seguire il Signore confessato?”. In realtà non si tratta solo di interpretare la Scrittura, ma soprattutto lasciarsi interpretare da essa, di comprendere dove oggi ci indichi la via. Questo ci dice che cosa sono le nostre chiese: delle comunità di interpretazione, con vissuti che interpretano la verità del Vangelo e la confessione di fede in Gesù Cristo».
Il convenire, parola chiave del panel, ha, per il teologo, due riferimenti importanti: uno si rintraccia all’interno del movimento ecumenico in cui compare come “conciliarità”, termine tematizzato in due occasioni. La prima, riferita al modello di unità della “comunione conciliare”. La seconda, quando la parola conciliarità è stata adottata, a partire dalla metà degli anni ‘80, nell’espressione “processo conciliare giustizia, pace, salvaguardia del creato”. «Però – precisa Morandini – ci si è accorti che la parola conciliarità non si può usare con troppa facilità: concilio è espressione di una chiesa che sta in comunione. Adesso si parla di “processo giustizia, pace, salvaguardia del creato”. La domanda che segue è: «Di quanta convergenza abbiamo bisogno per ritrovare la comunione, per fare processi conciliari?».
Il secondo riferimento analizzato dal relatore è la sinodalità, in particolare in riferimento al processo in atto nella chiesa cattolica sia come Sinodo universale sia come Cammino sinodale delle chiese in Italia. «La sinodalità si impara, le contraddizioni ci sono, al contempo c’è la fatica del cercare di superarle». Morandini richiama alcuni spunti legati al Sinodo universale: l’aumento della presenza attiva dei delegati delle altre chiese che hanno partecipato alla pari ai tavoli di lavoro, e l’adozione del testo finale all’interno del magistero di Francesco.
Delle Tracce per la fase attuativa del Sinodo il relatore mette in luce due elementi: l’indicazione della possibilità di invitare alcuni rappresentanti di altre chiese e comunità cristiane nel processo sinodale post Assemblea e l’affermazione che «”lo slancio ecumenico rappresenta l’estensione della prospettiva relazionale e della logica dello scambio di doni”. Non è quindi un’aggiunta opzionale rispetto alla quale verificare il dinamismo del nostro camminare insieme».
Infine Morandini individua alcune aree nelle quali come chiese italiane, come movimento ecumenico e come Sae si possono cercare vie di comunione, magari parziale ma possibile: la ricerca di una data di Pasqua condivisa, l’istituzione di una celebrazione comune del Creatore che segni un cammino di unità tra le Chiese d’Oriente e quelle di Occidente, la creazione di luoghi in cui le chiese in Italia «si incontrano in modo stabile e continuativo praticando una sinodalità ecumenica non fatta di coercizioni o esclusioni ma di discernimento condiviso». E conclude: «L’ecumenismo e il dialogo non sono affare per pochi specialisti, è la capacità delle chiese di essere dialogiche. Noi testimoniamo che si può fare pace tra diversi, che la diversità non è necessariamente divisione e tanto meno guerra, che le nostre identità così diverse non sono delle accette da usare gli uni contro gli altri, ma sono espressione delle diverse forme in cui viviamo il nostro cammino verso la verità del Signore».
