«Risignificare l’Evangelo?» L’interrogativo ha denominato la tavola rotonda di giovedì alla sessione di formazione ecumenica del Sae ospitata nella Foresteria del Monastero di Camaldoli. Relatori Francesco Zaccaria, professore di teologia pastorale alla Facoltà teologica pugliese, parroco, direttore dell’Istituto pastorale pugliese, e Fulvio Ferrario, professore di teologia sistematica ed Etica alla Facoltà valdese di teologia di Roma.

Francesco Zaccaria ha intitolato il proprio intervento «Risignificazione del Vangelo nell’ascolto del presente». La Rivelazione, ha esordito, non è un processo chiuso, va attualizzato e approfondito nella fedeltà alla Tradizione e nell’ascolto del presente. Il relatore ha premesso che l’annuncio non è unidirezionale: evangelizziamo e siamo evangelizzati. Come è già emerso durante la sessione, la pluralizzazione della società, la perdita del monopolio della religione non è una perdita dello spirituale, del religioso, ma una sua trasformazione. Le Chiese non sono il centro della società, ma la abitano insieme ad altri sistemi e sono chiamate a entrare in dialogo con loro.

Qualcuno vorrebbe fermare il tempo, tornare a una situazione di premodernità, ha rilevato Zaccaria, ma sarebbe sbagliato. C’è la tentazione di un modello di evangelizzazione “belligerante”, contro qualcuno, contro la cultura dominante e alcune tendenze sociali, dietro c’è una certa idea teologica del rapporto chiesa-società.

Il teologo vede questo modello in atto in tutte le religioni, in tanti modelli pastorali e nei social media. «C’è una fondamentalizzazione delle religioni, una cultura religiosa controculturale e subculturale, e non di rado queste tendenze vanno a braccetto con organizzazioni politiche, e il fenomeno riguarda anche le Chiese cristiane, anche la Chiesa cattolica romana».

Zaccaria ha proposto un altro modello, più fondato nella Tradizione della Chiesa e ha origine nelle Scritture, quello dell’esploratore, riscoperto dal Concilio Vaticano II e rilanciato da papa Francesco. Alla base c’è l’idea che l’evangelizzazione è un processo dialogico in cui evangelizziamo e impariamo, e così comprendiamo meglio il Vangelo. È un processo che non si ferma e si basa su alcuni passaggi fondamentali di Gaudium et Spes su “chiesa e mondo” e di Evangelii Gaudium.

«Questo processo di apprendimento dalla storia nel risignificare anche le norme e le dottrine e le discipline della chiesa ha le origini negli Atti degli Apostoli, basta pensare alla controversia sulla circoncisione e a tutto quello che poi nella storia ha significato, anche nelle forme della chiesa, entrare sempre in dialogo con le istanze che vengono dalla società. Il pluralismo fa parte della fede cristiana: il Vangelo è stato espresso e risignificato in dialogo con la cultura e la filosofia ellenistica, è plurale da sempre. La domanda che ci poniamo è come possiamo comprenderlo oggi».

Guardando alla svolta sinodale di papa Francesco, il teologo ha osservato che in questi processi innovativi attivati da Bergoglio, la sinodalità non è vista solo come una forma di dialogo nella chiesa, ma anche tra le chiese e con la società. «Questo è chiaro dall’inizio del magistero di Francesco e anche con l’ultimo Sinodo della Chiesa universale e quindi la duplice idea della sinodalità, dentro e fuori, sta a significare l’importanza di questo approccio identificabile nell’immagine dell’esploratore».

Anche in papa Leone XIV, Zaccaria vede una continuità in questa postura. «Oggi il Vangelo è ricompreso e risignificato, oggi diciamo che la condanna della schiavitu è nel Vangelo, ieri non era così. La cultura dei diritti umani, della libertà religiosa, si è sviluppata fuori dalle chiese e solo dopo è stata compresa da noi. Anche l’attenzione al creato e alla sua cura, parlo per la Chiesa cattolica, è emersa nella società civile prima che da noi. Questo significa, per le Chiese, apprendere anche dal contesto in cui sono, dal presente».

Il relatore ha concluso con uno sguardo al cammino sinodale della Chiesa cattolica italiana: «è stato un tentativo di passare a un modello di comprensione del vangelo più dialogico, tra luci e ombre, è stato un ascolto diffuso, con un dialogo anche fuori dai confini. Nel documento approvato nella terza assemblea sinodale ci sono passaggi non di poco conto sull’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender e sulla piena ministerialità delle donne; è un fenomeno di ricomprensione del vangelo perché ci si è messi in ascolto. Ovviamente ci sono tentativi di ritorni unidirezionali, perché i cambi di paradigma richiedono tempo. Dobbiamo continuare nella pratica della sinodalità e del discernimento dei segni dei tempi perché questo ci è chiesto di assumere, non adattandoci ai trend della società ma continuando a custodire il paradigma teologico nella nostra evangelizzazione e nella comprensione sempre nuova del vangelo che è per noi».

Fulvio Ferrario ha proposto come titolo del suo intervento “Annunciare l’Evangelo nell’Europa scristianizzata”, dedicandolo nel 50° della morte a Rudolf Bultmann, teologo che voleva ridire il Vangelo nei termini della cultura del suo tempo.

In premessa, il teologo ha enunciato che cosa intende per Evangelo: «È la storia di Gesù di Nazaret narrata come manifestazione della dedizione del Dio trinitario nei confronti delle donne e degli uomini, nonché dell’attenzione affettuosa per il mondo naturale che la fede legge come creazione. Ciò significa che la forma espressiva fontale dell’Evangelo è la narrazione. Questo non significa una banale polemica contro il concetto, che comunque, come nel Simbolo niceno-costantinopolitano, è la formalizzazione del racconto».

L’intervento si è articolato su quattro orizzonti. Il primo è quello metodologico. «L’Evangelo è sempre lo stesso, ma viene riletto ogni volta in un contesto parziale; questo è liberante perché apre lo spazio a teologie diverse». Il contesto europeo presenta una grande varietà culturale, sintetizzata dal teologo in una serie di elementi: il forte radicamento di questa cultura nella fede cristiana, vicende culturali che vanno dalla grecità, al diritto romano, alla Scolastica medievale; la scienza empirica, l’illuminismo come uso critico e pubblico della ragione, un radicale processo di oblio del codice simbolico cristiano, l’appartenenza al mondo ricco, l’eredità coloniale e bellica, ma anche l’eredità ebraica che l’antisemitismo ha barbaramente negato.

Il secondo orizzonte evidenziato è cristologico: «La storia di Gesù ci parla di Dio. Dio è il tu al quale la fede si rivolge nella preghiera. Quindi l’Evangelo è un’interpretazione della storia di Gesù che vede in lui la presenza di Dio nel tempo e la promessa di Dio oltre il tempo. Non è obbligatorio, per essere esseri pensanti, leggere la storia di Gesù in questo modo. Ma le Chiese cristiane sono riunite in questa fede: in Gesù si incarna la promessa di Dio. Il Concilio di Nicea, commemorato nel 2025, vuol dire che il nome del Dio tre volte santo non si può separare nella narrazione dal nome e dalla storia di Gesù di Nazaret. Un uomo integralmente uomo. La critica biblica è la serietà del dogma di Calcedonia nell’orizzonte concettuale della modernità».

Passando all’orizzonte ecclesiologico, Ferrario ha parlato del rapporto tra Evangelo e Chiesa. «Certamente ciò che conta è l’Evangelo del Regno e questo concentrato dell’Evangelo del Regno che la Chiesa dopo Pasqua ha visto nella persona di Gesù. Questo è infinitamente più importante della Chiesa. Nella Gerusalemme celeste non ci sarà il tempio perché l’agnello è il tempio. Però fino a che siamo qua la chiesa ha la sua importanza».

Il teologo ha esplicitato poi il nucleo dell’ecclesiologia evangelica e della concezione della comunità che risignifica l’Evangelo: è la fine del sacerdozio ministeriale e quindi di termini come sacerdote e laico, per ragioni cristologiche, perché c’è sacerdozio dove c’è sacrificio e il culto cristiano non è sacrificante. Su questo aspetto ha evocato il pensiero di due autorità cattoliche in esegesi e teologia: Romano Penna e Giuseppe Lorizio. In particolare, quest’ultimo sostiene che la teologia cattolica ha espresso un consenso con gli evangelici sulla questione del sacrificio dal punto di vista cristologico e della teologia sacramentaria, ma non della liturgia, un aspetto cruciale perché da qui passa la catechesi. Su questo, pensa Ferrario, bisogna lavorare. Dal concetto di sacrificio dipende anche la critica evangelica alla struttura gerarchica della chiesa, che non viene negata ma non è considerata sacra. «Un annuncio dell’Evangelo nell’Europa scristianizzata richiede anche una Chiesa ripensata dal punto di vista ministeriale. Pure il protestantesimo, che ha meno vincoli dogmatici rispetto al cattolicesimo, fatica e impedisce alla fantasia dello Spirito a dispiegarsi. Il tipo di comunione ecclesiale che esercitiamo, una comunione di diversi, uomini e donne, eterosessuali e omosessuali, di persone riconosciute nella loro identità fino in fondo è, secondo me, una parabola del Regno di Dio».

Sul quarto orizzonte, quello etico, Ferrario ha ricordato il contesto: «La cultura di matrice europea tra mille contraddizioni – razzismi, nazismi, fascismi, oppressioni stragismi, eredità coloniale e schiavistica – è la cultura dei diritti e della democrazia. Si dice che la chiesa non è democrazia. Il discernimento nella Chiese evangeliche avviene con procedure analoghe a quelle della democrazia, ma comincia con la preghiera: è l’invocazione dello Spirito che irriga la nostra aridità. La Chiesa non si identifica neanche con la democrazia politica, però c’è una specie di affinità elettiva».

Secondo il teologo, la democrazia, che pur con i suoi limiti cerca di ridurre le ingiustizie mediante la giustizia umana, è il miglior contesto per la Chiesa perché «accoglie la possibilità della Chiesa di annunciare l’Evangelo meno peggio. Nel tempo dell’incremento incontrollato delle diseguaglianze la Chiesa che annuncia il Regno ricorda che solo la giustizia fiscale determinata da una tassazione progressiva permette la creazione di servizi per i meno abbienti. La Chiesa, in un tempo di ritorno di nuove nostalgie autoritarie, ricorda che lo Stato forte è una buona cosa ma deve impedire che il proprio uso della forza si traduca in una violenza istituzionale, ad esempio da parte delle forze dell’ordine o del sistema carcerario. Nel tempo dell’emarginazione delle persone anziane, la Chiesa ricorda che la dignità persone non coincide con la loro capacità produttiva. Nel tempo della privatizzazione della sanità, la Chiesa ricorda che il diritto alla salute e all’istruzione non si possono delegare al privato. Nel tempo della confusione tra democrazia e dittatura della maggioranza, la Chiesa ricorda che i diritti delle minoranze sono importanti, anche quelle che non ci piacciono».

Per annunciare tutto questo, la Chiesa ha tre modalità di cui non può fare a meno, ha concluso il teologo: la predicazione del Regno di Dio, illustrando l’Evangelo attraverso la giustizia umana come parabola della giustizia divina; gli stili ecclesiali, una Chiesa organizzata in modo orizzontale che secolarizza le catene di comando ed è formata da donne e uomini, omosessuali ed eterosessuali e persone non binarie; la diaconia della Chiesa, che agisce sulle conseguenze, non instaura il Regno di Dio.