I lavori sono entrati nel vivo alla sessione del Sae ad Assisi con le relazioni della pastora battista Lidia Maggi, che si occupa anche di formazione e dialogo ecumenico, e del padre domenicano Claudio Monge, responsabile del Centro domenicano per il dialogo interreligioso e culturale di Istanbul. Al centro il tema dell’annuncio di Dio in rapporto alla vita con Dio in questo tempo di crisi globale.
La pastora ha offerto come chiave di lettura la storia della vocazione di Mosè. Chiamata che avviene in terra di esilio, «una terra arida, tenebrosa, un giardino trasformato in deserto che è terra sacra. Da qui dobbiamo partire, da questa postura che non dà spazio al lamento ma si mette in ascolto di una parola di Dio che ci raggiunge proprio là dove pensavamo fosse stata resa muta».
“Togliti i calzari, questo è un luogo sacro”. Da questa affermazione, continua Maggi, «Dio ci strappa dalla rassegnazione e dal lamento per farci guardare con i suoi stessi occhi un tempo in cui la comunicazione tra le generazioni sembra interrotta, un tempo di deserto e smarrimento. Proprio per un tempo come questo il Signore c chiama e ci interpella con la sua parola. Forse siamo proprio noi la generazione scelta per attraversare questo deserto e tracciare nuove vie. Generazioni prima di noi hanno avuto tante crisi ma non questa esperienza di perdita di consenso, di fare esperienza di essere minoranza e non solo noi chiese protestanti». Nel dialogo che si instaura tra Dio che chiama e Mosè che ascolta ponendo obiezioni, la pastora ha letto in filigrana il colloquio che si instaura tra cristiane e cristiani con il loro Signore. È lui che prende l’iniziativa e che offre un prototipo di annuncio: Dio non fa prediche a Mosè ma lo fa stare alla sua presenza. «L’annuncio passa attraverso un incontro: esperienza di un Dio incontrato, vissuto. Un fuoco brucia per riaccendere il fuoco di una passione spenta in Mosè, per riaccendere il fuoco di un desiderio accantonato. Questa è l’esperienza che Dio fa. Qui raccontata anche attraverso la forza di un’esperienza liturgica, un roveto ardente, calzari levati, un tempo sospeso eppure all’interno della vita, che parla alla vita di Mosè e lo trasforma».
La forza della chiamata di Dio sta nel rendere partecipe Mosè del suo progetto di liberazione del popolo dalla condizione di schiavitù. Dio non chiede a Mosè di annunciare Dio o una religione ma una liberazione». Il coinvolgimento è il segreto di Dio, che fa porre ai nostri giorni, alle chiese la domanda se il nodo dell’annuncio stia nella fatica di uscire dal modello della trasmissione della fede. Non si tratta di “passare il testimone” ma di porre il proprio essere di fronte agli altri. Dio vede il dolore del popolo, è presente. L’annuncio richiede i tempi lunghi del vedere, non un vedere funzionale a progetto di inculturare il vangelo. Il vedere di Dio «è un vedere a tutto campo che sa cogliere anche le risorse, le opportunità nella crisi».
Alle reiterate obiezioni di Mosè sulla propria inadeguatezza a corrispondere alla chiamata, Dio risponde di essere con lui. «E se le nostre fatiche legate al Dio da annunciare è che non sentiamo, non sperimentiamo che lui è presente? Ci sentiamo orfani, sospettiamo che Dio ci abbai abbandonato. Come annunciare il Dio che non viviamo. Mio Dio, mio Dio, perché ci sentiamo abbandonati?».
Oltre a quella di Dio, per Mosè è importante la presenza del fratello Aronne. «Non è bene che l’annunciatore sia solo. Proprio per un tempo come questo abbiamo bisogno di camminare insieme come chiese sorelle, di aprire il confronto, valorizzare le differenze, interrogarci e celebrare insieme».

Claudio Monge ha focalizzato la tensione tra i due poli del Dio vissuto e del Dio annunciato. Non può esistere un Dio annunciato che non sia vissuto. «L’apice della Rivelazione non è una legge, un insieme di precetti ma una persona. E dunque, per me dire Dio è un entrare in relazione con Lui; ciò significa anche che non esiste la possibilità di annunciare Dio, senza almeno provare a vivere di Lui». Dio si fa conoscere nel dialogo che desidera avere con l’umanità. Ciò implica che la conversazione è la via privilegiata per dire Dio. Occorre scendere dal pulpito. «La Rivelazione cristiana è una relazione che è il luogo di un riconoscimento ben prima che di una conoscenza. Se questo è vero, significa che, secondo il titolo della nostra chiacchierata, è molto più importante capire se la nostra vita si accordi o meno alla forma di vita vissuta da Gesù e ai suoi insegnamenti riportatici dai vangeli, che non determinare nel dettaglio, la verità storica dei fatti e delle parole che gli vengono attribuiti».

La manifestazione di Dio avviene nella fede. La fede attira in una “relazione viva” ed è lì che si dispiega la Rivelazione nel senso cristiano del termine. Monge avverte che non sta parlando del simbolo di fede niceno-costantinopolitano né dell’adesione a insegnamenti propriamente cristiani ma «all’atto elementare di fiducia che poniamo ogni giorno per poter vivere: la vita merita di essere vissuta? Tiene le sue promesse? Niente lo garantisce a priori: per vivere non c’è altra strada che fare credito. Per certi versi, se ci pensate bene, non c’è vita umana senza fede. Esseri vivi, è il sintonizzarci sull “io ci sono” detto da Dio a Mosè, per guardare il mondo e la storia come lui sa guardarli».

La fede cristiana è una questione d’incarnazione che parte da quella manifestazione di Dio attraverso quell’uomo di Nazaret che ha vissuto una vita pienamente umana che si è espressa in gesti prima ancora che in parole, gesti che hanno trasformato delle vite. Prosegue il domenicano: «Quando ci chiediamo come trasmettere il messaggio di Cristo senza ancora ben sapere perché credere in Lui, il problema principale non è tanto un buon metodo di trasmissione o una strategia comunicativa. Anche perché la questione non è ancora una volta lasciarsi sedurre da una dottrina e poi cercare di trasmetterla, quanto di cogliere in Cristo la straordinaria capacità di toccare ciò che è umano e, a volte, anche troppo umano, in noi, e questo rendendo credibile la sua azione con la sua vita, la sua morte e risurrezione». La risposta dell’essere umano raggiunto da Cristo non può che essere l’essere presente, una presa di responsabilità vissuta nell’ospitalità radicale. Quando nelle nostre liturgie diciamo Parola di Dio ci riferiamo a una parola radicalmente umana che è appello alla vita, ad alzarci, a metterci in marcia nei momenti difficili e facili solo così la parola è “buona notizia”».