SEGRETARIATO
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ASSOCIAZIONE INTERCONFESSIONALE DI LAICI PER L'ECUMENISMO E IL DIALOGO A PARTIRE DAL DIALOGO EBRAICO-CRISTIANO                  

 

 

 


“Allargare gli orizzonti” è la direzione che la sessione ecumenica del SAE si è data martedì 25 luglio, per pura casualità, nella Chiesa cattolica, festa di San Giacomo apostolo, figura legata nella tradizione al pellegrinaggio. Il “viaggio” del secondo giorno ad Assisi è iniziato con la preghiera preparata da un gruppo liturgico interconfessionale e centrata sull’”alleanza di Dio con tuti gli esseri viventi”. La predicazione del pastore battista Massimo Aprile, nella finzione di una zanzara che comprende e annuncia la Parola di Dio, ha commentato il testo di Genesi 9,9-17 sottolineando l’unilateralità del patto che il Creatore stabilisce e mantiene con “ogni carne”, fondato non sulla giustizia degli esseri umani ma sulla propria benignità verso tutti. Un amore disarmato in nome dell’amore. Quel patto – ha continuato la “zanzara” –, “quell’arcobaleno, nel Nuovo Patto, ha per voi cristiani un nome. La croce di Cristo è il luogo del disarmo divino e di un patto eterno basato sulla misericordia. Un patto di grazia, anzi di Sola Gratia. Dal modo di stare al mondo di quel nazareno, potete apprendere una modalità nonviolenta ed ecosostenibile dell’essere umanità”. Che significa, per i potenti “rispettare l’accordo di Parigi per contenere l’innalzamento del clima”, e per tutti “non tagliare boschi, né far buchi nella terra, né continuare a bruciare carbone, cementificare, saccheggiare, consumare, speculare, fare la guerra”.
Il percorso è continuato a metà mattina dopo una pausa in cui i partecipanti hanno proseguito, al bar interno e nel giardino, quel cammino di amicizia e condivisione personale e a gruppi dentro il cammino istituzionale della sessione. Insieme laiche e laici, seminaristi, pastori, frati francescani, presbiteri, giovani, bambine e bambini, in una familiarità che diventa ogni giorno più stretta.
In seguito, in sala, la plenaria con padre Dionisios Papavasileiou, parroco a Bologna della Chiesa ortodossa afferente alla Sacra Arcidiocesi d’Italia del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli e Lisa Cremaschi, monaca della Comunità di Bose. Due interventi in sintonia quelli dello ieromonaco, presenza abituale al monte Athos, e la religiosa, esperta di patristica che ha vissuto un anno in monasteri greci e a Bose si occupa della spiritualità ortodossa. Le circostanze storiche e politiche – ha detto Papavasilleiou - non hanno impedito alla Chiesa d’Oriente di occuparsi e riflettere sul significato del termine riforma. Anche se essa viene intesa in modo diverso dalla cristianità occidentale, non con categorie fenomenologiche o sociologiche. Parlando del Sinodo pan-ortodosso di Creta il monaco ha visto che i suoi risultati “hanno portato alla luce una nuova aria assistita dallo Spirito Santo”. Ma, pur riconoscendo che la storia della Chiesa offre parecchi esempi di riforma – fin dalla nascita del cristianesimo come eresia del giudaismo – Papavasileiou vede come compito della Chiesa “trasformare il mondo e la storia santificandole e rendendole adatte alla chiamata alla santità”. Per il suo modo di procedere e di custodire il “depositum fidei”, la Chiesa ortodossa “rischia davanti agli occhi degli occidentali di diventare un museo di antichità in cui sono esibiti bellissimi oggetti che meritano di essere contemplati”. In realtà, ha concluso, “esistono tentativi di riforma e movimenti che le attuano, ad esempio nel modo di partecipare all’Eucaristia o nella riforma dei testi liturgici e della lingua delle celebrazioni, ma senza toccare il contenuto della Fede”. In conclusione, ha ribadito, “la Vera Riforma è quella di attuare e accompagnare la trasformazione del mondo per prepararlo alla parusia”.
Lisa Cremaschi ha sottolineato che i cambiamenti politici avvenuti nell’est Europa hanno permesso di nuovo l’incontro tra i cristiani ortodossi che spesso nel corso dei secoli hanno testimoniato la loro fede anche attraverso il martirio in senso proprio, spesso incompresi e considerati “arretrati” da cristiani appartenenti alle chiese occidentali che vivono nell’opulenza e nella libertà. Questo cambiamento ha favorito il grande Sinodo di Creta, “profezia di una piena comunione”. Parlare di riforma, secondo la monaca di Bose, è “ritornare alla forma evangelo, recuperare una forma andata perduta, ritrovare quell’immagine di Dio deposta in ogni essere umano sfigurato dal peccato e, a livello ecclesiale, ritrovare la forma della chiesa primitiva descritta nei sommari degli Atti degli Apostoli”. Sempre vivendo la fedeltà al vangelo nel contesto della storia senza adeguamento al mondo. Cremaschi ha attraversato la parola riforma come ritorno alla Parola di Dio ripercorrendo la predicazione di Basilio, “monaco” della Chiesa indivisa, presbitero di grande comunione nonostante i dissensi con il suo vescovo, che ricercava l’unanimità tra cristiani di Oriente e di Occidente, coraggioso di fronte al potere politico. Fedele alla tradizione ma innovatore, custode della liturgia come forte espressione della comunione con i santi del cielo e della terra”.
Dopo l’inaugurazione dei sei gruppi di studio e dei due laboratori di cinema e narrazione il martedì del SAE si conclude con la messa cattolica presieduta da don Cristiano Bettega, direttore dell’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo della CEI.