Trinità di Rublev

 

Andrej Rublëv
Icona della Trinità
, 1410 circa

 

Il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui... (Gen 18,1ss.)


notizie ed iniziative sulla celebrazione dell'anniversario della Riforma


DAL MONDO DELL'ECUMENISMO *

* in collaborazione con Il Regno


DAL CONSIGLIO ECUMENICO DELLE CHIESE


In questi primi mesi dell'anno, dalla strage di Parigi all'eccidio di Tunisi, la nostra vita sociale e politica è stata fortemente influenzata dalle notizie delle violenze perpetrate dall'ISIS, che ci hanno lasciato sgomenti, provocando anche intorno a noi paura e diffidenza, col  rischio di vedere minata la fiducia  nella possibilità del dialogo tra le culture e soprattutto tra le fedi; per questo oggi -si dice- occorre far fronte all'islamofobia. Preoccupano anche inquietanti segnali di ripresa di antisemitismo.
In questo tempo di preparazione alla Pasqua mi chiedo  come ci interpella  la croce di Cristo, il centro della nostra fede, quando l'attualità  sembra  volerci privare della speranza. Mi viene in aiuto la lettura di un passo, che vi propongo, dagli scritti di Fr. Christian de Chergé, priore del monastero trappista di Notre-Dame de l'Atlas in Algeria. La vicenda -da cui è stato tratto il bel film “Uomini di Dio”- è nota: insieme a sei confratelli il monaco venne rapito e ucciso in circostanze non ancora del tutto chiarite nel maggio 1996.  Il brano racconta di un incontro e di un dialogo tra lui cristiano e un amico musulmano:

“E se parlassimo della croce?”, mi domandava di recente uno dei nostri amici sufi (nell’auto che ci riportava entrambi a casa dal Marocco, dove aveva voluto fare un ritiro presso i nostri fratelli di Fès). “Se parlassimo della croce?”.
“Quale?” gli chiesi. “La croce di Gesù, è chiaro”.
“Sì, ma quale? Quando guardi un’immagine di Gesù in croce, quante croci vedi?”. Esitava. “Forse tre…  di sicuro due. Quella davanti e quella dietro”. “E qual è quella che viene da Dio?”. “Quella davanti” diceva. “E quale quella che viene dagli uomini?” “Quella dietro…”. “E qual è la più antica?”. “Quella davanti… Gli uomini hanno potuto inventare l’altra solo perché Dio aveva già creato la prima”.
“E che significato ha questa croce davanti, quest’uomo con le braccia distese?”. “Quando stendo le braccia –diceva- è per abbracciare, per amare”.
“E l’altra? È lo strumento dell’amore travestito, sfigurato, dell’odio che inchioda nella morte il gesto della vita”…
L’amico sufi aveva detto: “Forse tre”. Questa terza croce non ero forse io, non era forse lui nello sforzo che ci porta a prendere le distanze dalla croce “di dietro”, quella del male e del peccato, per aderire a quella “davanti”, quella dell’amore che trionfa?(1)

In un bel testo di commento Ch. Salenson(2), biografo dei monaci di Tibhirine, ricorda che già Bernardo di Chiaravalle notava come la persona umana sia stata creata in forma di croce: un corpo aperto all'accoglienza, aperto alle dimensioni dell’universo. Possiamo leggere così, quale  espressione di questa fondamentale disponibilità, molti gesti che ci sono familiari: le braccia aperte di una madre e di un padre dove il figlioletto trova rifugio, il prendersi tra le braccia di due  persone che si amano, fino all'attitudine orante che accompagna la recita del Padre Nostro nelle celebrazioni.  E' questa “la croce davanti”, quella creata da Dio: segno di un amore che ospita e accoglie senza tentare di possedere ciò che ama. Ma è una croce  fragile, continuamente esposta alla tentazione del  ripiegamento che ci fa richiudere le braccia nel gesto opposto, a trattenere per noi persone e cose: ci rinserriamo nell’egoismo per paura di perdere la nostra felicità. Questa è “la croce dietro”: simbolicamente prendiamo “la croce davanti” e  la incateniamo brutalmente al legno, come nella crocifissione di  Gesù. La “croce dietro”, quella dell’amore tradito, l’abbiamo inventata noi e non porta nessuna salvezza: è “la sofferenza che il mondo senza Dio impone a Dio”, per esprimerci con Dietrich Bonhoeffer.
Ma il mistero della croce rimane comunque mistero incomprensibile e ineffabile, che tocca l'umanità intera: come non pensare a tante donne e uomini che spesso sono vittime innocenti di grandissime violenze? Non vogio poio dimenticare le ferite del cuore, così frequenti quando si dona all'altro la vita e il meglio di sé stessi. Inoltre ognuno può essere crocifisso quando la morte lo separa dalla persona amata: il mio pensiero va alle tante persone colpite da un lutto recente, tra cui, in questo momento, anche alcuni nostri cari amici.
Nell’arte cristiana, i crocifissi dell’ epoca moderna rappresentano spesso proprio questa sofferenza umana, così reale e universale, attraverso le immagini del Cristo patiens tormentato. Rischiano però di farci dimenticare la “terza croce”, meglio significata nelle raffigurazioni romaniche, che  ci presentano un Cristo dal volto sereno, con gli occhi spalancati che irradiano pace: è la croce intravista dall’amico musulmano di padre Christian nel racconto sopra riportato, quella in cui la sofferenza è già trasfigurata dall’amore, quella che porta la salvezza, perché è la croce di Cristo. Anche noi possiamo abbracciarla, per grazia, quando apriamo le braccia proprio là dove la vita ci ferisce: quando facciamo fronte alla separazione, all’incomprensione, al tradimento, all’ingiustizia, senza inasprirci, inaridirci o nutrire risentimenti, senza fuggire dagli impegni assunti. In una parola, senza ripiegarci su noi stessi, sulla nostra sofferenza o sulla solitudine.
Questa è la via aperta dalla croce di Cristo: il mio augurio è che la Pasqua ci  prepari all'incontro personale con il Risorto.

Ai nostri fratelli ebrei, che venerdì sera iniziano le celebrazioni di Pesach, un particolare  ricordo in unità di mente e di cuore.

Ed ora qualche notizia “di famiglia”: il primo pensiero va  alla nostra carissima Francesca Mele: le siamo vicini con particolare affetto nel faticoso percorso di riabilitazione dopo l'incidente di gennaio, con l'augurio che la luce e la forza del Risorto continuino a soostenerla!
Si avvicina il Convegno di Primavera ad Enna, appuntamento a cui tutti sono invitati, ma particolarmente i soci: è un ritorno in Sicilia dopo Catania 2008 per scoprire altri itinerari di questa splendida isola e attingere nuova linfa dalla sua vivacità ecumenica.  Per i ritardatari è ancora possbile iscriversi, ma affrettatevi! (v.info. sul sito).
E' ora consultabile sul sito anche il programma della prossima Sessione, In cammino verso un nuovo ecumenismo, che come già sapete sarà ad Assisi- Santa Maria degli Angeli dalla cena del 26 luglio al pranzo del 1 agosto. Cambiare sede della Sessione ha comportato non poche fatiche, che ci  auguriamo però ampiamente ricompensate da una numerosa partecipazione: siete invitati a iscriversi il prima possibile, a partire dal 15 aprile (v. brochure), anche per facilitare l'organizzazione nella nuova struttura che ci ospita. Pace e bene a tutte e a tutti:  la terra di Francesco, simbolo di dialogo e di unità, ci attende con un ricco programma!


1 Christian de Chergé, Più forti dell’odio, Qiqajon, p. 118-119

2 Cfr. Ch. Salenson, Pregare nella tempesta, Qiqajon, da cui mi sono ispirata per la mia riflessione