Trinità di Rublev

 

Andrej Rublëv
Icona della Trinità
, 1410 circa

 

Il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui... (Gen 18,1ss.)


notizie ed iniziative sulla celebrazione dell'anniversario della Riforma


DAL MONDO DELL'ECUMENISMO *

* in collaborazione con Il Regno


DAL CONSIGLIO ECUMENICO DELLE CHIESE


Scrivo innanzi a un paesaggio urbano sommerso e bloccato dalla neve e dal ghiaccio, effetti di un inverno che ha sprigionato tardivamente tutta la propria rigidezza, dopo settimane che sembravano quasi preludere a un precoce risveglio primaverile. Se ci eravamo un po’ dimenticati delle gelate di un tempo, questi giorni ci avvertono che non erano rimaste per sempre alle nostre spalle. Ebbene, se non fosse che “inverno” e “gelata” sono metafore tanto frequentemente applicate alla situazione ecumenica da essere divenute un po’ fruste, non sarebbe difficile stabilire un raffronto tra lo stato attuale dell’ecumenismo e il panorama che si presenta in questi giorni ai nostri occhi. Come sembra lontana quella che, con analoga metafora, abbiamo tante volte chiamata la “primavera” degli anni del Concilio! E, soprattutto, quale amara sorpresa è l’accorgersi che anche il movimento ecumenico, come la natura che ci circonda, è sotto l’attacco di rigidezze che credevano non dovessero più fare ritorno!
Ma a questo pensiero ne subentra naturalmente un altro: tra un paio di settimane avrà inizio la Quaresima, tempo che introduce a una duplice attesa, a una duplice apertura: lo schiudersi della primavera, il cammino verso la Pasqua. Quello che ora sembra sigillato nel gelo fiorirà di nuova vita, attingendo proprio agli umori che si sono depositati sotto la crosta del gelo. È lecito sperare che anche sotto questo rispetto la natura sia metafora della storia, e che anche il cammino ecumenico si riapra a nuovi orizzonti e sia rischiarato da nuova luce pasquale? La speranza è certamente non solo lecita ma doverosa, anche quando sembra contra spem, e a ridestarne la coscienza nel nostro animo possono valere anche metafore e suggestioni simboliche, purché però non dimentichiamo che sarebbe illusorio e stolto voler passare automaticamente da queste a quella. Inverni e primavere della storia non seguono il ritmo dei fenomeni ciclici e prevedibili, ma appartengono alla sfera della libertà. L’immagine del risveglio primaverile della terra può essere un lume che ci accompagni nei momenti bui del cammino, ma non possiamo attendere il risveglio ecumenico come si attende la primavera che, prima o poi, naturalmente arriverà. Il risveglio ecumenico dipende dalla libertà, può maturare solo nello spirito dei credenti e delle chiese. Certo, anche in questo caso c’è qualcosa che non dipende da noi, che noi possiamo solo ricevere: lo Spirito del Signore. Ma è, appunto, Spirito di libertà, che fa appello alla libertà umana. «Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti, e Cristo ti illuminerà» (Ef 5,14): ecco la voce dello Spirito, ecco il risveglio a cui siamo chiamati.
L’essere consapevoli, allora, che una primavera ecumenica non può arrivare per un naturale evolversi degli eventi, se per un verso dissipa facili e illusorie prospettive che velano la realtà e forniscono alibi all’inerzia, per altro ci dispone a una più solida seppur difficile e impegnativa speranza, che si risolve in un’assunzione di responsabilità. Speranza, perché nulla è predeterminato, nulla è irrimediabilmente pregiudicato. Responsabilità, perché chi spera non rimane fermo nell’attesa, ma imbocca la strada che la speranza riapre innanzi a lui. Si può sperare in nuove primavere, insomma, se al tempo stesso ci si rimbocca le maniche e si comincia a dissodare il terreno e a gettarvi semi che diano germogli futuri.
Ma nemmeno a questo proposito vogliamo cullarci in pensieri facilmente consolatori (o, per rovesciamento, autocolpevolizzanti): come possiamo incidere noi – singole persone, piccoli gruppi, fragili associazioni – in processi storici di tanto vasta portata, in cui agiscono forze istituzionali e movimenti collettivi che superano smisuratamente le nostre forze? Riconosciamolo: se valutiamo le cose in termini quantitativi, di successo massivo e macroscopico, il segno che può lasciare il nostro impegno sembrerà svanire al confronto. Ma l’Evangelo ci propone un’altra logica e un altro modello: è quello, appunto, del seme – e del piccolo seme, del più piccolo tra i semi – che germina nel silenzio e nell’oscurità; e la pianta che ne nasce non trasforma immediatamente l’aspetto di tutto il campo e la vita delle creature che lo abitano, ma lì dove spunta e cresce dà ombra e ricetto a qualche stormo di uccello. È secondo questa logica, secondo questo modello che, pur soffrendo per il gelo e pur innanzi a panorami spogli e bloccati, possiamo continuare a lavorare nel campo ecumenico. A noi spetta seminare: se saranno semi buoni, la maturazione – ce lo ricorda ancora l’Evangelo – avverrà anche a nostra insaputa.
A darci luce e sostegno nella fatica potrà essere, oltre alla parola dell’Evangelo, non solo una metafora, ma una concreta e viva memoria storica: quella del Concilio, un evento che tocca primariamente la coscienza dei cattolici, ma che è punto significativo di riferimento per l’intero movimento ecumenico. Dicevo all’inizio che, considerando la situazione attuale, quella “primavera” sembra molto lontana. Ma la distanza può diminuire nella misura in cui sapremo e vorremo riavvicinarci alle sorgenti spirituali che l’hanno irrigata; non per guardare indietro, non per intridere di nostalgia un atteggiamento di resa a un presente ritenuto invalicabile, ma per ritrovare ispirazione e forza propulsiva, per rimetterci nell’orizzonte aperto dal Concilio con responsabile discernimento critico, che ci faccia riconoscere le vie su cui oggi è possibile muovere nuovi passi.
In questo orizzonte si porrà il nostro prossimo Convegno di primavera, che appunto dalla memoria del Concilio – nel cinquantesimo anniversario del suo inizio, e nella città in cui ha avuto luogo – prenderà le mosse.
Un convegno importante, dunque, anche perché far memoria del Concilio significa far memoria delle origini del SAE. E acquista rilievo, in tal quadro, l’impegno che ci siamo dati di dare spazio nell’assemblea dei soci che si terrà nel corso del convegno, a una serena discussione sulle condizioni, sulle esigenze e sulle possibilità future dell’associazione. Anche in questo caso con realistica franchezza e con meditata speranza.
Venerdì 10 febbraio 2012.