Trinità di Rublev

 

Andrej Rublëv
Icona della Trinità
, 1410 circa

 

Il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui... (Gen 18,1ss.)


notizie ed iniziative sulla celebrazione dell'anniversario della Riforma


DAL MONDO DELL'ECUMENISMO *

* in collaborazione con Il Regno


DAL CONSIGLIO ECUMENICO DELLE CHIESE


La  parola-chiave che quest'anno guida la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani,  Dammi un po' d'acqua da bere (Gv.4,7), è la sintetica richiesta di Gesù alla donna samaritana nell'intenso racconto giovanneo del cap.4, che narra un incontro destinato a cambiare la vita di lei.
In questo inizio d'anno, i drammatici fatti di Parigi, ma anche la terribile situazione delle donne nigeriane, per citare solo due avvenimenti che riempiono le pagine dei giornali, ci hanno fatto sentire improvvisamente tutti più fragili, in questa nostro mondo scosso da conflitti che mettono in luce la tragica forza, che è insieme estrema debolezza, delle religioni sottomesse a strumentalizzazioni politiche, sociali ed economiche. Non entro in merito a valutazioni che sono estremamente complesse e sulle quali si stanno sprecando forse troppe parole: vorrei piuttosto cercare nella sola Parola che dura il vero antidoto a paura, sconcerto, smarrimento e nello stesso tempo anche a quella mancanza di rispetto per l'altro che favorisce le tensioni. Ecco allora che proprio il passo biblico  che ci guiderà in questa settimana può offrirci spunti significativi anche per ripensare il presente.
Fin da subito abbiamo chiaro che protagonista di fondo della narrazione è l'acqua, origine della vita, quella vita che anche oggi viene  facilmente e in vario modo calpestata. Ma saremo condotti a capire  che c'è acqua e acqua, come c'è vita e vita: c'è  un'acqua stagnante, morta, e c'è un acqua che zampilla in vita eterna.
La samaritana esprime un itinerario universale, quello che parte dalla “sete” comune a tutti e dall'“acqua” che appaga questa sete: c'è un livello profondo, perché comune ad ogni essere umano, anche non religioso, in cui il bisogno di salvezza emerge innanzitutto come  desiderio di vita piena, e la sete e l'acqua ne sono il simbolo.
    Dammi da bere....Gesù è stanco e abbandonato sul pozzo di Giacobbe, luogo simbolo dell'incontro nel Primo Testamento, e non ha timore di manifestare la sua debolezza: ha sete anche lui, come la donna che viene ad attingere.  Egli si presenta per primo nella sua verità, con umiltà, e così facendo infrange un cliché culturale: parla apertamente a una donna che non gli è parente, conversa con lei da solo perché il suo obiettivo è incontrare la vita della samaritana, e per far questo occorre un rapporto unico, “personalizzato”.
Senza dubbio la richiesta dell'acqua suppone una mancanza concreta, che immediatamente ci fa pensare oggi a quanti vivono drammaticamente la desertificazione, come le sempre più numerose popolazioni del nostro pianeta assetate o carenti d'acqua per uno squilibrato utilizzo delle risorse ambientali. Ma oltre a questo primo livello materiale, l'evangelista ce ne fa intravvedere un altro, più profondo, che non è solo nostro, ma anche di Dio, del Dio fatto uomo. La sete esprime l'insieme dei bisogni e dei desideri che abitano il cuore umano, prima di tutto la sete di rapporti positivi, significativi, vitali e vitalizzanti: in breve, una sete d'amore. Al di là del mare di desideri custoditi nelle profondità del cuore, alle radici di tutto vi è una sete relazionale. Tutti noi aspiriamo ad avere buoni amici, buoni vicini di casa, buoni familiari, una buona comunità, un buon ambiente di lavoro o di studio. E forse la samaritana che arriva al pozzo in un'ora inusuale per le donne incarna proprio quella solitudine profonda, quella carenza di relazioni significative che inaridisce il cuore, che lo fa essere  “terra riarsa” (cfr. sl. 142,6). Sarà poi lei, infatti, a chiedere da bere.
Come appare sempre più chiaro nel progredire del dialogo, Gesù si fa interprete, prima di tutto, di questa sete umana: in virtù dell'incarnazione, nella sua richiesta d'acqua la donna samaritana -e oggi ciascuno di noi- può leggere la propria sete. Il dialogo tra Gesù e la donna si fa sempre più serrato, denso di frasi enigmatiche, fino a un'imprevedibile affermazione di Gesù:  “Chiunque beve da quest'acqua  avrà sete di nuovo. Chi invece beve dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno; anzi l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua zampillante in vita eterna” (vv13-14). Attraverso le parole del Signore, che pure restano oscure, misteriose, ma ancor prima attraverso il suo modo di essere che esprime rispetto profondo, riconoscimento dell'altra/o, si opera un capovolgimento: la samaritana intuisce, seppure confusamente, un mondo di significati e la possibilità di dare un senso nuovo alla sua sete. Anche oggi Gesù ravviva i desideri più profondi, spenti dalle delusioni, dalle sconfitte, dalle paure e il suo dono non può essere né prodotto né conquistato: può solo essere desiderato.
Il passo mi stimola a qualche breve considerazione:in primo luogo, l'atteggiamento di Gesù supera le convenzioni: ci mostra che gli steccati ideologici saltano ogni qualvolta ci si incontra sulla piattaforma della comune umanità. A permettere l'incontro è l'umiltà del Signore, che non esordisce denunciando errori o facendo leva sui sensi di colpa della samaritana, ma puntando sul desiderio di amore e di vita che la abita e che ci accomuna tutti, al di là delle insoddisfazioni e dei fallimenti. Inoltre, il fatto che sia Gesù per primo a dire “Dammi da bere”, facendo una richiesta, scardina molti dei preconcetti su Dio che ancora permangono nella vita di molti credenti, forse anche nella nostra. Il Maestro rivela il volto di un Dio mendicante, bisognoso, non affatto chiuso nella sua autosufficienza. La sua sete, in realtà,  non è sete di acqua, ma delle creature: rivela il desiderio che noi rispondiamo al suo amore. Con la sua richiesta il Signore Gesù tende la mano all'uomo, rompe il muro di secolare inimicizia (cfr. Ef.2,14) e di silenzio, rivolge la sua Parola a chi è lontano, instaura un dialogo. E allora è possibile avvertire, di relazione in relazione, che la sete si placa nella misura in cui, per grazia, si entra nel rapporto vivificante con lui.
Infine, la donna samaritana è modello di un' esperienza di fede autentica,  sebbene sofferta. C'è un incontro personale e un progressivo aprire gli occhi: il racconto è una storia d'amore. Gesù oltrepassa il muro della diffidenza, che appare inizialmente quasi arroganza da parte della donna, e suscita una domanda di senso, quella che giace depositata nel fondo del cuore umano, e che non era ancora emersa. Si innesca un dinamismo inarrestabile che coinvolge e cambia la vita della donna, un dinamismo irrefrenabile come l'acqua che Gesù promette, sorgente che zampilla per la vita eterna e che estingue la sete per sempre.
A quale pozzo noi oggi dobbiamo recarci per attingere acqua viva e ricevere il dono di Dio? Certamente la Parola di Dio e l'Eucarestia: ma il pozzo di Sicar rappresenta anche ogni luogo dove si svolge la vita di tutti i giorni: il lavoro, la strada, la casa e oggi anche la città multietnica e multiculturale dove andiamo carichi di aspettative, desideri, ma anche di fatiche, lotte, delusioni, con la nostra sete di pace, di amore, accoglienza, tenerezza, perdono,  riconciliazione.  E' proprio nella quotidianità che Gesù si fa incontrare, anche se spesso non lo riconosciamo subito.  E ancora: Gesù, che è il Donatore, prima che a dare ci insegna a chiedere, e questo implica imparare a mettersi al livello dell'altro. Egli ha preso sul serio la condizione umana, vi si è immerso totalmente, accogliendone la fragilità, senza sconti. La capacità di chiedere aiuto ha dunque una doppia valenza: il riconoscimento della propria debolezza, che è verità, e il riconoscimento dell'altro come colui/colei che può venire incontro al mio bisogno. Troppo spesso i rapporti tra le chiese (e tra le religioni) sono stati rapporti di forza, in cui si è cercato di prevalere, o quanto meno di esibire la propria particolarità-unicità come elemento non solo distintivo ma vincente. Troppo spesso l'apologetica è stata messa al servizio di un confronto che poneva l'altro su un gradino più basso (io ho qualcosa in più di te, ho qualcosa che tu non hai...una maggior purezza evangelica, una liturgia più ricca, una maggiore vicinanza alla chiesa delle origini, ecc.).  Nelle nostre chiese l'atteggiamento che necessita di conversione è proprio questo: la pretesa dell'autosufficienza e il soggiacere a logiche più o meno larvate di potere.
Noi sappiamo chiedere aiuto ai fratelli di un'altra chiesa? Dammi da bere con la tua tradizione, con il tuo modo di pregare, di leggere e interpretare la Parola, dammi da bere narrandomi la tua esperienza di Dio!...  
E chi è l'altro/a che può venire incontro al mio bisogno? Non necessariamente chi ha di più, non chi ha ciò che a me manca, non chi dispone di mezzi particolari. Piuttosto chi sa offrire con generosità ciò che è e ciò che ha, nello spirito evangelico della condivisione. E allora sarebbe importante per noi cristiani, e a maggior ragione, penso, per noi membri del SAE, non solo attuare lo “scambio di doni”, sempre raccomandato nei documenti ecumenici, ma anche la condivisione delle nostre povertà, dei limiti e delle sconfitte che costellano ogni cammino di vita, a livello sia personale, sia ecclesiale.
Il vangelo di Giovanni ci presenta spesso il fraintendimento come occasione  fondamentale per intendersi: noi come reagiamo agli equivoci che possono nascere  nei dialoghi tra cristiani diversi a motivo  di differenze culturali, teologiche, di prasssi liturgiche? Provocano in noi chiusura, in difesa o in attacco, o diventano luogo di vita, occasione di approfondimento, di nuove comprensioni,  come nel dialogo di Gesù con la samaritana?
La sete di donare di Gesù è anche la sete della Chiesa/ delle chiese?
C'è un percorso pedagogico che Gesù fa fare alla donna e che dovremmo tenere presente    quando prepariamo i nostri piani pastorali, e soprattutto quando pretendiamo di annunciare il vangelo della vita a chi fa fatica a riconoscere nella propria esistenza un di più, qualcosa che va oltre il benessere fisico e materiale. Anche oggi lo stordimento operato da sempre nuovi bisogni indotti di tipo materiale, o le preoccupazioni economiche, possono mortificare la sete spirituale, il bisogno di verità e di amore, la grazia di una promessa di salvezza che viene da una parola esterna a me, una grazia che io non posso procurarmi. Gesù suscita il desiderio, attende che sia la samaritana a chiedere per sé l'acqua, ma non previene la richiesta. La donna deve prima scoprire la verità di se stessa attraverso il riconoscimento del suo accidentato percorso di vita: deve “fare i conti” con il conflitto che la abita e che Gesù mette in luce, ma con delicatezza, senza giudizio. L'annuncio cristiano non è in primo luogo il richiamo a una vita eticamente irreprensibile: è piuttosto un annuncio di gioia, di liberazione da tutto ciò che ostacola la verità della nostra vita.
In un momento storico carico di interrogativi sul significato delle religioni, sul loro apporto positivo alla vita comunitaria, mi pare importante testimoniare questo aiuto tra di noi, tra fratelli e sorelle in Cristo. E' anche il mio augurio a tutti voi per vivere con intensità la Settimana che si sta aprendo.