Trinità di Rublev

 

Andrej Rublëv
Icona della Trinità
, 1410 circa

 

Il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui... (Gen 18,1ss.)


notizie ed iniziative sulla celebrazione dell'anniversario della Riforma


DAL MONDO DELL'ECUMENISMO *

* in collaborazione con Il Regno


DAL CONSIGLIO ECUMENICO DELLE CHIESE


Settimana di preghiera per l'unità del cristiani
«L'amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione» (cfr. 2Cor 5,14-20)
 Predicazione tenuta alla chiesa evangelica battista di Ferrara
24 gennaio 2017
Testi, Gen 50,15-21; Sal 72 [71]; 1 Gv 3,16b-21; Gv 17,20-26



   Giuseppe e le storie che si muovono attorno a lui sono, non di rado, contraddistinti dalla presenza del pianto. Nessun altro personaggio biblico è così propenso alle lacrime: «e Giuseppe pianse quando gli si parlò così» (Gen 50, 17). Ma di quale pianto si tratta nel brano letto oggi? Per rispondere alla domanda chiediamoci quali furono le altre occasioni in cui Giuseppe pianse. Poco prima ciò avvenne alla morte del padre Giacobbe (Gen 49,33-50,1). Tuttavia sono altri i pianti maggiormente collegati alla nostra scena. Il primo è quando, già viceré in Egitto, si commosse alla vista di Beniamino e, non potendo piangere in pubblico (non si era ancora fatto riconoscere dai fratelli), si ritirò nella sua stanza (Gen 43,30). Il secondo avvenne al collo di Beniamino alla presenza degli altri fratelli al momento del riconoscimento reciproco (Gen 45,14-15). Pianse a lungo una terza volta abbracciato al collo di suo padre quando lo rincontrò (Gen 46, 29). Un pianto trattenuto lascia perciò il posto a una commozione sempre più aperta e manifesta. Il pianto è suscitato dall'incontro, dall'affetto, dalla gioia, non dal dolore. Avviene forse così anche per le lacrime  che gli sorgano quando, dopo la morte di Giacobbe, a Giuseppe viene comunicata (non si dice da chi) l'ambasciata dei fratelli? Il contesto sembra simile ai precedenti; eppure...
   Nella Genesi si parla di un altro pianto di fratelli che si baciano e si stringono, è quello con cui Esaù placa il timore di Giacobbe. L'incontro con il fratello da lui ingannato era fonte di comprensibile ansia, ma poi tutto si scioglie nell'abbraccio, nel bacio e nel pianto (Gen 33,4).  Tuttavia dopo un così intenso scambio di affetti i due decidono di separarsi. Non si parla più di un loro incontro fino a una brevissima notazione legata alla sepoltura del loro padre, Isacco (Gen 35,29). Sono solo poche parole, tuttavia sono sufficienti per lasciare intendere che la separazione non aveva incrinato la riconciliazione. La situazione è invece molto diversa quando muore Giacobbe. Quel decesso fa temere ai fratelli di essere ormai privi di protezione rispetto a Giuseppe. Ora hanno paura di essere esposti alla vendetta del fratello diventato potente. In definitiva secondo loro sarebbe stato solo l'amore per il vecchio padre ad animare la benevolenza di Giuseppe. Adesso si ritengono scoperti e indifesi e cercano un'assicurazione inventando una storia che allunghi come ombra della sera la protezione del padre.
    In questa circostanza le lacrime di Giuseppe non indicano la commozione dell'incontro. Al contrario esso manifesta una sensazione dolorosa di chi si accorge che il suo cuore non è stato capito dai fratelli. È un pianto che sgorga dall'aculeo dell'incomprensione. Ora egli deve prendere atto che quel primo pianto a cui è seguito un amichevole colloquio (Gen 45,15) non ha trasformato i fratelli, non è stato sufficiente per liberarli dai sensi di colpa e per tranquillizzare  il loro animo. Il pianto di Giuseppe è proprio di chi, libero da ogni rancore, vede gli altri  ancora avviluppati in quella logica; nei loro cuori alberga  un pensiero: se noi fossimo al posto suo non gli perdoneremmo. Cosa fare allora? Il pianto di Giuseppe è catartico. Se egli ragionasse secondo la logica dei  propri fratelli non li rincontrerebbe; imbocca perciò la via dell'accoglienza nella speranza che ora capiscano. Si rivolge a loro senza far pesare il suo pianto: «così li consolò parlando al loro cuore» (Gen 50,21).
   In un certo senso si potrebbe affermare che Giuseppe è una figura di Dio. Lo è nel momento in cui una piena riconciliazione non è sempre riconosciuta come tale. Si legge negli ultimi versetti del passo della 2Corinzi proposto come guida per la settimana di preghiera: «Tutto questo però viene da Dio che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe  e affidando a noi la parola della riconciliazione. In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,18-20).  In Dio la riconciliazione è già completa; essa, per così dire, è avvenuta unilateralmente. La riconciliazione infatti non sempre è compresa da chi è chiamato a vivere da riconciliato.
   La riconciliazione avvenuta in Gesù Cristo non è quella tipica dell'ordine sacro propria delle tradizioni religiose in cui è il peccatore che cerca di riconciliarsi con la divinità. L'annuncio evangelico è di segno opposto: è Dio nel suo Figlio a essersi già riconciliato con noi, a prescindere dalle opere da noi compiute. Siamo al cuore del messaggio della Riforma. Eppure neanche nel nostro tempo  è scomparsa la tendenza religiosa a volersi riconciliare con Dio. Non ci siamo del tutto liberati  della mentalità presente nei fratelli di Giuseppe. La vibrante esortazione paolina («Vi supplichiamo in nome di Cristo lasciatevi riconciliare con Dio») non significa altro che questo: diventate consapevoli che Dio in Cristo si è già riconciliato con voi. Non dovete più ingraziarvi Dio; semplicemente siete chiamati ad aprirvi alla certezza che Dio si è già riconciliato con noi e a vivere di conseguenza.
   Noi non sappiamo se Dio piange quando i suoi figli pensano di dover ancora procacciarsi il suo favore; in altre parole, quando non capiscono il suo cuore  e sembrano non fidarsi di lui. Conosciamo però cosa afferma la Prima lettera di Giovanni: «Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa» (1Gv 3,20).  Un'espressione biblica qualifica Dio come colui che scruta i cuori (cfr. 1Re 8,23; Ger 11,20; Sal 7,10; 44,22; 139, 3). Trasferito sul piano umano questo guardare dentro e conoscere ogni angolo recondito sarebbe fonte di ansia e di preoccupazione. Se ci fosse uno sguardo capace di penetrare il nostro intimo, di scrutare le nostre intenzioni, i nostri pensieri e i nostri desideri ci sentiremmo nudi e scoperti. Invece la Prima lettera di Giovanni chiama in causa questa conoscenza come forma di rassicurazione: qualunque cosa ci rimproveri il nostro cuore Dio è più grande del nostro cuore. Lui si è già riconciliato con noi, sa di che pasta siamo fatti.
  Questa convinzione riguarda anche il nostro presente. La nomina di un nuovo vescovo nella diocesi di Ferrara-Comacchio è avvenimento che concerne in primis la Chiesa cattolica; essa però influisce di riflesso anche sulle altre Chiese cristiane presenti nella nostra città. Data l'attuale struttura istituzionale della Chiesa cattolica romana, i suoi fedeli, in simili frangenti, sono solo nelle condizioni di attendere o di pregare se il loro animo è aperto alla devozione. Chiunque sarà il nuovo vescovo, conviene in ogni caso affermare che sarebbe davvero un evento ecumenico se sul suo stemma ci fosse questo motto: «Maior est Deus corde nostro».

Piero Stefani