11 ottobre 2016

Intervista a Natasha Klukach, responsabile del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) per le relazioni con le chiese membro, in questi giorni in visita a Roma

Il Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) è il più grande organismo ecumenico globale che raggruppa 348 chiese, in rappresentanza di circa 500 milioni di cristiani anglicani, ortodossi, protestanti e vecchio cattolici di tutto il mondo. Dagli uffici di Route de Ferney, a Ginevra, viene organizzato il lavoro dei vari dipartimenti orientato a promuovere la testimonianza del movimento ecumenico negli ambiti della giustizia, della pace e della salvaguardia del Creato. «Tuttavia, perché questo lavoro sia vitale ed efficace è importante mantenere delle relazioni costanti tra il CEC e le chiese membro per uno scambio reciproco di idee che aiuti a definire le priorità e, soprattutto, a cementare la fraternità». E’ quello che spiega la teologa anglicana canadese Natasha Klukach parlando del suo lavoro come responsabile del CEC per le relazioni con le chiese membro, e del viaggio che l’ha portata in questi giorni in Italia dove ha incontrato - o incontrerà – rappresentanti delle chiese valdesi e metodiste, dell’Unione Cristiana Evangelica Battista (Ucebi), tutte e tre associate al CEC, e della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei).

Nelle colloqui che ha avuto, cosa l’ha più colpita del lavoro delle chiese italiane membro del CEC?

«Sono rimasta molto colpita dalla risposta che le chiese evangeliche italiane appartenenti al CEC hanno dato alla crisi dei profughi. E’ senz’altro di ispirazione per tutti vedere come chiese di minoranza sappiano abbiano messo in campo iniziative come Mediterranean Hope, o si siano fatte promotrici, insieme alla Comunità di Sant’Egidio, di un progetto pilota come quello dei corridoi umanitari che conosco molto bene perché nel mio paese, il Canada, è una normale procedura adottata dal governo. Mi ha anche colpito l’importanza che le chiese italiane riconoscono alla dimensione multiculturale della chiesa. L’arrivo di fratelli e sorelle da altri continenti è stato vissuto come un arricchimento, una fonte di nuove energie e di cambiamento. Un processo di integrazione certamente non sempre facile da gestire ma che, mi sembra, le chiese italiane hanno accompagnato con convinzione: è un segno di speranza che può essere fonte di ispirazione per altre chiese».

Può dirci qualcosa dell’esperienza dei corridoi umanitari in Canada?

«In Canada l’esperienza ha mostrato come i corridoi umanitari costituiscano il modello che dà i migliori risultati soprattutto nell’ambito dell’integrazione. Quest’anno, nel pieno della crisi dei profughi, il governo canadese ha deciso l’ingresso di 25mila persone, provenienti dalla Siria e dal medio oriente, che sono arrivate in sicurezza e legalmente nel nostro paese. Il governo canadese si occupa della selezione delle persone che possono ottenere un visto umanitario, appoggiandosi alle agenzie dell’Onu e privilegiando le persone in condizioni di particolare vulnerabilità e le famiglie. L’accoglienza è invece demandata alla società civile, alle chiese locali o a gruppi di chiese locali, ma anche associazioni e organizzazioni laiche. Chi si offre di accogliere dei profughi si impegna a trovare i fondi per il viaggio, a dar loro ospitalità per un anno e a seguirli nel loro progetto di vita in Canada, dall’apprendimento della lingua all’inserimento dei bambini nelle scuole e a quello degli adulti nel mondo lavorativo. E’ un investimento significativo, che richiede un grande impegno e un’accurata preparazione da parte di chi accoglie, ma che dà i risultati maggiori in termini di integrazione perché prevede il coinvolgimento di molte persone per un periodo di tempo continuato, creando così relazioni stabili, un vero senso di comunità».

In questo suo viaggio in Italia, qual è il messaggio che lei porta alle chiese a nome del CEC?

«Il CEC in questi anni ha scelto di utilizzato l’idea del pellegrinaggio per la giustizia e la pace come immagine per comprendere il ruolo del movimento ecumenico oggi. Sono qui per ascoltare le esperienze delle nostre chiese membro e per capire in che modo stanno contribuendo con la loro testimonianza a questo pellegrinaggio. Il messaggio che porto da parte del CEC è dunque un messaggio di unità: vorrei che le chiese italiane potessero sentire di far parte della grande famiglia cristiana globale insieme alla quale camminano per rispondere alle ingiustizie e alle violenze che opprimono il mondo ed essere così testimoni della realtà e della logica del regno di Dio. In questo mio viaggio a Roma, questa visione di una famiglia cristiana globale sarà inoltre arricchita dall’incontro annuali degli esponenti delle grandi famiglie confessionali – dalla Federazione luterana mondiale alla Comunione mondiale delle chiese riformate all’Alleanza evangelica – che proprio in questi giorni saranno ospiti del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Un incontro importante che ogni anno è ospitato in un luogo e da chiese diverse, che permetterà di ascoltare con maggiore attenzione come la chiesa cattolica vede il futuro ecumenico».

Riforma.it