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25 maggio 2016 

Si è chiuso ieri a Istanbul il primo World Humanitarian Summit. Tra i presenti anche il segretario generale del CEC Olav Tveit. Critico Msf: «il Summit è soltanto una foglia di fico»

Un tempismo perfetto. Proprio mentre in Grecia si procedeva allo sgombero del campo profughi di Idomeni, a Istanbul era in corso il primo vertice mondiale che riuniva rappresentanti governativi, dell'Onu e delle religioni, ONG e agenzie umanitarie, per trovare soluzioni comuni alle emergenze che affliggono il pianeta. Il World Humanitarian Summit si è chiuso ieri con una grande partecipazione e la promessa di continuare il lavoro comune. «Siamo una sola umanità e dobbiamo dimostrarlo condividendo le responsabilità», ha detto il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon all'assemblea. Un richiamo lanciato anche da papa Francesco, che nel suo messaggio di saluto, letto dal segretario di Stato Pietro Parolin, chiedeva di «ascoltare il grido delle vittime e di tutti coloro che soffrono». «Lasciamoci dare una lezione di umanità – ha esortato papa Bergoglio – Cambiamo il nostro modo di vivere, le nostre politiche, le nostre scelte economiche, i nostri comportamenti e gli atteggiamenti di superiorità culturale. Imparando dalle vittime e da chi soffre, diventeremo capaci di costruire un mondo più umano»

Presente il viceministro degli Esteri Mario Giro, che si è impegnato ad aumentare la percentuale degli aiuti pubblici che l'Italia destina ai paesi più fragili e colpiti dai conflitti. «Nel 2016 abbiamo aumentato il budget del 20% - ha dichiarato Giro – aumenteremo anche in maniera significativa il nostro contributo alle principali organizzazioni umanitarie di oltre il 120%. Quest’anno stiamo raddoppiando il nostro contributo finanziario al Fondo per le emergenze umanitarie globali (Cerf) dell’ufficio Onu per gli affari umanitari (Ocha)». Il viceministro ha anche citato il progetto dei “corridoi umanitari”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, la Tavola Valdese e la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, come esempio virtuoso di intervento umanitario.

Al Summit hanno partecipato anche il segretario del Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC), il pastore Olav Tveit, e, in rappresentanza del mondo ortodosso, anche il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo e l'arcivescovo metropolita Zervos Gennadios. Il pastore Tveit ha condannato le guerre e la vendita di armi, perché - come ha scritto in un tweet – sono funzionali all'arricchimento di pochi e generano invece sofferenze per molti. Una questione spinosa, questa, o meglio ancora, il cuore del problema: se sono gli stessi Stati che finanziano le guerre a ritrovarsi poi intorno a un tavolo a parlare di come fare fronte alle crisi che questi stessi conflitti provocano, il rischio è che questi incontri siano festival di belle parole e buone intenzioni ma non risolvano nulla.

A questo proposito, molto critica è stata la posizione di Medici Senza Frontiere, che si è ritirato dal Summit dopo aver contribuito per un anno e mezzo alla sua realizzazione: «L’anno scorso 75 ospedali gestiti o supportati da MSF sono stati bombardati – scrive l'organizzazione umanitaria in una lettera ufficiale – È accaduto in violazione delle più basilari regole della guerra, che garantiscono lo status di protezione alle strutture mediche e ai loro pazienti, senza considerare se i pazienti siano civili o combattenti feriti. Al di là degli ospedali, i civili vengono feriti e uccisi dalla condotta indiscriminata delle guerre in Siria, Yemen, Sud Sudan, Afghanistan e altri paesi. Il summit è diventato una foglia di fico fatta di buone intenzioni, che consente a queste sistematiche violazioni, in primo luogo da parte degli Stati, di essere ignorate». Il punto è che ai partecipanti al vertice, sostiene MSF, viene chiesto di dichiarare i loro “impegni”, “aiutando in modo diverso” ed “estinguendo bisogni”, ma non rafforza il ruolo di chi lavora sul campo in modo indipendente e imparziale. «Porre gli Stati sullo stesso piano delle organizzazioni non governative o delle agenzie delle Nazioni Unite, che non hanno gli stessi poteri o doveri, porterà a minimizzare la responsabilità degli Stati – conclude MSF – Inoltre il carattere non vincolante degli impegni comporta che pochissimi attori sottoscriveranno impegni che non abbiano già preso in precedenza».

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