Trinità di Rublev

 

Andrej Rublëv
Icona della Trinità
, 1410 circa

 

Il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui... (Gen 18,1ss.)


notizie ed iniziative sulla celebrazione dell'anniversario della Riforma


DAL MONDO DELL'ECUMENISMO *

* in collaborazione con Il Regno


DAL CONSIGLIO ECUMENICO DELLE CHIESE


14 novembre 2016

Le Chiese rappresentano forse il gruppo mondiale più potente nella società civile e devono mostrarsi all’altezza di questa responsabilità nella loro ricerca della pace, ha affermato il vescovo tedesco Heinrich Bedford-Strohm, presidente della Chiesa evangelica tedesca (EKD, organismo che raggruppa le Chiese riformate, luterane e unite). Egli parlava ad un incontro di discussione sulla promozione della pace, organizzato al Centro ecumenico e presieduto dal segretario generale del CEC Olav Fykse Tvei, il 3 novembre, nel quadro delle iniziative di Ginevra capitale mondiale della pace

Le Chiese devono sapere che possono essere strumenti di conflitto o operatrici di pace, hanno sottolineato parecchi interventi. Una persona ha segnalato il ruolo che possono giocare le Chiese nelle relazioni con l’industria degli armamenti, che ha interessi potenti nei conflitti.

La preghiera e la comunicazione sono essenziali al rafforzamento della pace, ha affermato  Bedford-Strohm, facendo notare che «le Chiese sono gli agenti naturali della società civile mondiale… Esse portano una parola comune e hanno una medesima motivazione: Gesù Cristo».

Ha spiegato che tornava dalla Terra santa e che aveva trovato «incredibile e deprimente vedere due popoli, gli israeliani e i palestinesi, che non comunicavano». I colloqui fra diverse Chiese mondiali sono indispensabili.

Il concetto di «pace giusta»

Tveit ha associato la pace ecumenica del CEC al suo «impegno in favore di una pace giusta», ricordando che si tratta di «un concetto che può sostituire quello di guerra giusta». Ha spiegato che il CEC, nel quadro del suo pellegrinaggio di giustizia e di pace, si sforza  di trovare mezzi per stabilire «la pace partendo dal basso» nelle comunità, nei mercati e fra le nazioni.  Ha anche sottolineato che il CEC lavora con le Chiese in zone di conflitto e ha citato luoghi come il Sudan del Sud. Là, ha aggiunto, le Chiese sono le operatrici di pace «più credibili».

Per le Chiese, «le relazioni interreligiose nelle quali il nostro impegno è forte e sempre più importante» costituiscono un altro campo di lavoro per la costruzione della pace. Tveit ha spiegato che in Nigeria, il CEC aveva aperto un centro per ascoltare i racconti dei conflitti».

 Marilena Viviani, direttrice a Ginevra dell’ufficio di collegamento della Divisione dei partenariati pubblici dell’UNICEF, ha fatto l’elogio del partenariato del CEC con l’agenzia delle Nazioni Unite incaricata della protezione dell’infanzia. Ha spiegato che l’UNICEF si occupa «di bambini in zone di conflitto. Ci sono troppi bambini presenti nei conflitti», ha affermato.

Viviani è convinta che occuparsi degli aspetti psico-sociali può aiutare i bambini a guarire; ella lavora negli sforzi di pace con numerosi gruppi, comprese le Chiese.  Ha spiegato che quando l’Unicef ha voluto stabilire un accorso con il CEC sulle modalità di compartecipazione delle risorse per lavorare insieme sulla promozione dei diritti dell’infanzia, lo si è fatto molto rapidamente grazie all’impegno comune dei due organismi.

Philip Tanis direttore dello sviluppo e della comunicazione nella Comunione mondiale delle Chiese riformate (CMER), ha parlato del suo lavoro in favore della pace con le Chiese in Colombia, in Medio Oriente e nella penisola coreana.

Creazione di una piattaforma di dialogo

In Corea, data la situazione di divisione fra Nord e Sud, Tanis ha detto, riferendo le proposte del segretario generale della CMER, Chris Ferguson,  «la creazione di una piattaforma di dialogo è un primo passo». Ha citato  il pastore siriano Mofid Karajili, del Sinodo evangelico nazionale di Siria e del Libano, che ha recentemente dichiarato: «Noi sappiamo che non possiamo cambiare il mondo, ma possiamo almeno fare un passo verso una vita migliore».

 Sharan Srinivas, direttore della ricerca e della difesa delle cause per la Right Livelihood Award Foundation, ha spiegato che la sua fondazione aveva osservato nel corso degli ultimi cinque anni, «un restringimento dello spazio della società civile», ragione per la quale ha stabilito legami con la Chiesa di Svezia, membro del CEC. Ogni anno questa fondazione assegna quello che si chiama il «premio Nobel alternativo». I suoi premiati sono spesso considerati persone o organizzazioni coraggiose che portano soluzioni esemplari alle cause profonde di problemi mondiali.

«Quando siamo associati a Chiese progressiste, noi siamo più forti, ha affermato  Srinivas. Una vera società civile include le organizzazioni religiose».