23 febbraio 2016

«Dovremmo imparare dai nostri errori e segnalare i sistemi che non danno buoni risultati», dichiara Pauliina Parhiala, direttrice e incaricata delle operazioni dell’Act Alliance, coalizione di 137 Chiese e organizzazioni di ispirazione religiosa attive a livello internazionale nei campi dell’assistenza sanitaria, dell’advocacy e dello sviluppo.

«Nel mondo si contano 60 milioni di persone sfollate, prosegue Parhalia. È un fatto che bisogna trattare a livello mondiale. Questa questione interessa i governi, ma anche la società civile e in paticolare le organizzazioni religiose».

Pauliina Parhiala è una delle numerose persone che hanno partecipato alla conferenza che si è tenuta il 18 e 19 gennaio sulla crisi europea dei rifugiati e che continua a pronunciarsi pubblicamente e ad operare per una cooperazione più stretta fra gli Stati, gli organismi internazionali e la società civile per rispondere ai bisogni più pressanti. Questa conferenza ad alto livello che si è tenuta a Ginevra era organizzata dal Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) insieme con tre istituzioni specializzate delle Nazioni Unite (UNICEF, UNHCR e UNFPA).

«Bisogna informarci, reciprocamente sulle pratiche migliori delle organizzazioni umanitarie, e dobbiamo organizzare discussioni che ci permettano di capire chiaramente e direttamente la voce degli stessi rifugiati», sostiene Pharalia.

Ha partecipato a questa conferenza anche il pastore  Heinrich Bedford-Strohm, specialista di teologia sistematica, vescovo luterano e presidente del Consiglio della Chiesa evangelica di Germania (EKD), che ha riferito le sue riflessioni a conclusione della conferenza.

«Nel mondo caratterizzato dalla polarizzazione, egli ha dichiarato, spero che arriveremo a discernere determinati modi di procedere in funzione dei nostri punti forti. Vogliamo che la migrazione si faccia con sicurezza. Nel 2015 sono morti 5.113 migranti. Bisogna far cambiare la percezione che il pubblico ha dei migranti e smantellare le strutture illegali e pericolose».

Nicholas Grisewood, dell’ufficio di crisi delle migrazioni dell’organizzazione internazionale del lavoro, invita a una collaborazione più stretta fra le Chiese, il movimento sindacale, i governi e le Nazioni Unite e a stringere i legami fra le diverse istituzioni specializzate delle Nazioni Unite 

Nel suoi intervento alla conferenza ha fatto appello a una più grande coerenza delle politiche dei diversi protagonisti internazionali per monitorare la crisi dei rifugiati in tutte le tappe della migrazione – dai paesi di origine fino alle comunità di accoglienza.

«Bisogna accelerare gli sforzi e le attività di integrazione sul mercato del lavoro, egli sottolinea. Ciò implica soprattutto di prestare attenzione all’educazione e in particolare all’apprendimento della lingua e della cultura. Tuto ciò ha bisogno di tempo ed esige risorse importanti».

Per assicurare in modo realistico una migliore qualità di vita, egli dice, i paesi di accoglienza e di ospitalità dovrebbero mettere i rifugiati, al loro arrivo, nei posti dove esiste il lavoro e non soltanto là dove l’alloggio è a buon mercato.

Dobbiamo mettere a disposizione posti di lavoro nei paesi in prima linea, nei paesi di transito e nei paesi di destinazione, prosegue Grisewood. La migrazione è una mega-tendenza del 21° secolo, così bisogna che ne rafforziamo la governabilità e coordiniamo meglio tutti i protagonisti a tutti i livelli. Abbiamo cominciato a pensare in questo senso con l’adozione da parte delle Nazioni Unite di nuovi obiettivi di sviluppo sostenibile».

Nel suo intervento a questa conferenza CEC/ONU Xavier Creach ha proposto un altro modo possibile di cooperazione fra organizzazioni. Creach lavora all’Ufficio per l’Europa dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). Egli ha avanzato la proposta di «centri di sostegno dei bambini e delle famiglie» in tutti i punti chiave del transito, lungo gli itinerari seguiti, dove diversi gruppi e organizzazioni potrebbero trovarsi in uno spazio comune per fornire servizi e informazioni prevedibili.

«Questi centri di sostegno forniranno, egli dice, almeno una serie minimale di servizi vicini sotto un logo ben riconoscibile». Fra gli altri servizi offerti potrebbe esserci la costituzione di reti di riunificazione delle famiglie, un luogo di accoglienza specializzata per i bambini, un servizio di consulenza psicologica e di aiuto medico, luoghi di meditazione, consigli giuridici e un accesso a beni e forniture di base.

La conferenza nel suo appello conclusivo ha sottolineato: «La società civile e in particolare le organizzazioni di ispirazione religiosa hanno un ruolo fondamentale, unico nel suo genere, da giocare nella risposta alle crisi umanitarie. Per ottenere il massimo degli sforzi per garantire la sopravvivenza e la dignità, i diritti dei rifugiati e dei migranti, è essenziale che esse coordinino meglio le loro azioni con quelle dei governi e delle agenzie internazionali e si rafforzi la cooperazione interreligiosa in modo da integrare le voci e le capacità di altre religioni»

A tal fine le organizzazioni che hanno promosso questa conferenza si sono impegnate a incontrarsi « ogni trimestre, a esaminare e a comunicarsi i progressi realizzati» per rafforzare la loro risposta comune.

Comunicato del CEC sulla Conferenza del 18-19 gennaio

Dichiarazione della Conferenza