07 dicembre 2016

La mattina del 16 novembre a Bologna, all’arrivo del treno partito da Roma e diretto a Trento, è tutto un incontro di volti familiari che guardandosi si aprono al sorriso. Cristiani di denominazione cattolica, valdese, luterana, battista, metodista si dirigono al Convegno nazionale di novembre che radunerà membri della Chiesa cattolica romana e delle Chiese protestanti. «E davvero un treno ecumenico!» esclama il moderatore della Tavola valdese, Eugenio Bernardini, osservando piacevolmente la scena. Le tre ore a bordo trascorrono nell’incontro reciproco per riprendere discorsi e gesti di affabilità dischiusi nei precedenti appuntamenti annuali di dialogo. In attesa di rivedere altre e altri viaggiatori che stanno convergendo a Trento da diverse parti d’Italia.

 

Il tono friendly del viaggio ha caratterizzato anche i tre giorni del convegno intitolato “Cattolici e protestanti a 500 anni dalla Riforma. Uno sguardo comune sull’oggi e sul domani”, organizzato dall’Ufficio nazionale ecumenismo e dialogo della Cei in collaborazione con la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia. Franchezza, coraggio, fraternità sono state le note dominanti delle giornate trascorse in un clima sereno e nel sincero desiderio di comunicare.

Al termine si può ben dire che cinque secoli dopo aver sancito la divisione, Trento ha favorito un passo avanti nel cammino di riavvicinamento tra i cristiani in atto in Italia da un cinquantennio, a fasi alterne. Nelle conclusioni i rappresentanti delle componenti promotrici hanno manifestato l’intenzione di proseguire la discussione teologica intrapresa in vista del convegno e di lavorare verso la costituzione di una struttura leggera che associ le chiese cristiane presenti in Italia.

Il convegno era in preparazione da un anno quando ha avuto luogo la celebrazione di Lund sulla Riforma, ma certamente i gesti e il linguaggio dell’evento svedese divulgati in tutto il mondo hanno costituito una benefica influenza sui dialoghi di Trento e sull’atmosfera nella quale si sono svolti.

La varietà denominazionale dei relatori e la varietà dei temi e delle problematiche in discussione hanno manifestato le diverse espressioni ecclesiali che la Riforma ha originato a partire dai suoi inizi nel XVI secolo fino ai primi Risvegli dei secoli XVIII e XIX. All’inizio di questo “storico” quinto centenario, Trento ha messo in luce che la Riforma non è solo patrimonio luterano, ma riguarda tutte le chiese protestanti che hanno aderito al cammino iniziato dai suoi araldi, Lutero in primis, antesignano Valdo, e oggi stanno lavorando insieme alla realizzazione di questo anno di celebrazioni. E non solo. Anche per la stessa Chiesa cattolica il rinnovamento luterano ha rappresentato una cesura finalmente valutata nella sua positività, che richiama lo spirito di riforma predicato da Giovanni battista: “Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino!”.

Per il decano della Chiesa luterana in Italia, Heiner Bludau, che abbiamo intervistato durante una sera colma di spirito, «il convegno di Trento è stato importante anche per incontrare le altre chiese evangeliche e riflettere insieme sulla Riforma e sullo stato del dialogo con la Chiesa cattolica che, dopo l’incontro di Lund, è diventato ancora più importante di prima».

Nella tavola rotonda iniziale intitolata “Un tronco, molti rami. Dinamiche storiche e teologiche della Riforma” sono emerse sia le diverse sottolineature del messaggio della Riforma, sia le comunanze teologiche delle chiese evangeliche, una variegata pluralità che nella percezione comune rimane spesso indistinta. Della Chiesa avventista, una delle espressioni del Risveglio nata negli Stati Uniti, Davide Romano ha messo in luce l’attesa del ritorno del Signore, la cura del corpo come forma di santificazione e la tutela della libertà religiosa. Raffaele Volpe ha inquadrato la Chiesa battista nel triplice quadro dell’evangelizzazione, della riforma dal basso e della libertà di coscienza. Heiner Bludau ha sottolineato l’importanza della liturgia nella Chiesa luterana, che l’avvicina alla cattolica, oltre che all’anglicana; inoltre il fondamento della giustificazione per grazia e l’attenzione al prossimo. Delle Chiese pentecostali, federate in diversi organismi, Carmine Napolitano ha esplicitato la doppia esigenza della libertà nell’esperienza di Dio e della libertà nell’annuncio del messaggio cristiano. Pawel Gajewski ha rievocato le radici della Chiesa valdese nella predicazione e nella povertà evangelica, valore che ha oltrepassato i secoli; nella contestazione della svolta costantiniana nella Chiesa del IV secolo e nella realtà della “cattolicità ecumenica”.

 

Durante la preghiera ecumenica celebrata nella Cattedrale  di San Vigilio l’atmosfera rimane sospesa, il silenzio è piedistallo di una sapiente trama di parole, canti e musica. Si chiede perdono per le divisioni, si proclama e si medita sulla Parola della riconciliazione in Cristo (2 Cor 5,14-20), i pani scambiati tra le Chiese cattolica e luterana vengono spezzati dai rappresentanti di tutte le confessioni  presenti e redistribuiti dal vescovo Lauro Tisi e dal pastore Markus Friedrich.

Un lettore ripete le parole pronunciate da Francesco durante la visita del 22 giugno 2015 nel Tempio valdese di Torino: «Si tratta di un gesto fra due Chiese che va ben oltre la semplice cortesia e fa pregustare, per certi versi, quell’unità alla mensa eucaristica alla quale aneliamo».

 

La nostalgia di una mensa comune, come era quella dei primi secoli in cui la chiesa era una nella diversità, si è avvertita fortemente nel corso del convegno e la condivisione dell’Eucaristia è stata uno dei temi emersi. La posizione cattolica che, come quella ortodossa, ancora non ammette l’ospitalità eucaristica, pone alla base del “no” la distanza dottrinale che ancora esiste tra cattolicesimo e protestantesimo. La risoluzione della ferita della divisione sull’Eucaristia, ci ha detto in un’intervista il vescovo Ambrogio Spreafico, presidente della Commissione episcopale ecumenismo e dialogo interreligioso della Cei, «non è un processo immediato perché riguarda i temi ecclesiologico, della successione apostolica e della sacramentalità della chiesa, che non si possono superare in modo affrettato. Io ho fiducia nel fatto che sono iniziati processi, Il Signore ci aiuterà ad affrettare i tempi, preghiamo anche che i tempi si affrettino». Nella sua relazione il teologo Angelo Maffeis ha detto di ritenere che nella questione ecclesiologica che ancora divide le Chiese sia possibile applicare il modello del “consenso differenziato” o “differenziante” (che distingue tra ciò che appartiene al nucleo essenziale della fede e ciò che è espressione contingente) che ha portato cattolici e luterani alla firma nel 1999 della Dichiarazione comune sulla giustificazione. E si chiede se, visto che «la pluriformità della tradizione cristiana non vale infatti solo per le dottrine ma anche per la chiesa e le sue strutture» non sia pensabile una pluralità di strutture ecclesiali compatibili tra loro. Sempre sul versante cattolico, nel suo studio biblico sul testo paolino che ha aperto il convegno (2 Cor 5,14-20), Marinella Perroni si è chiesta «perché lo sforzo di tanti esegeti e teologi del post-concilio per ripensare il significato dell’espressione “chiesa apostolica” e, soprattutto, del suo ordinamento ministeriale non è stato accolto» e perché «abbiamo continuato a inseguire modelli di ministero vincolati a scelte del passato invece che accogliere la sfida di pensare il futuro». La teologa ha affermato che la parola di Paolo sulla “diaconia della riconciliazione” «dice qualcosa che deve obbligare anche noi a un’apertura di prospettiva» e che in quanto “affidata” agli apostoli non ha valore di mediazione tra Dio e gli uomini perché un solo è Colui che riconcilia, Gesù Cristo. Si tratta di una diaconia che interpreta l’annuncio evangelico come chiamata alla libertà e che «non ingabbia uomini e donne con una disciplina asfissiante». Sul ministero apostolico, ha aggiunto, «le chiese sono chiamate ad avere il coraggio di esercitare, continuamente, vigilanza critica».

Da parte protestante è emerso l’appello ad arrivare presto al momento in cui condividere la Cena, dono per tutti, in quanto alle divisioni dottrinali che, nella percezione cattolica, ostacolano anche il riconoscimento della loro piena ecclesialità, le Chiese nate dalla Riforma antepongono gli elementi comuni che uniscono i battezzati. Il pastore Eugenio Bernardini, nel tirare le conclusioni del suo intervento che ha spaziato sulle priorità per un’agenda ecumenica del XXI secolo, notando le realizzazioni comuni – una versione comune del Padre Nostro, la traduzione interconfessionale della Bibbia, il cammino sui matrimoni misti, l’impegno comune nel mondo – ha detto: «La Cena del Signore urge. Il popolo delle nostre comunità ce lo chiede. Eminenti teologi hanno detto: “prima viene il mangiare insieme, poi possiamo anche discutere il contenuto specifico di ciò che è avvenuto, ma resta il fatto che quella è la Mensa della condivisione”». Infine il Moderatore ha sostenuto la necessità di attuare una formazione ecumenica alla base perché per molti battezzati l’ecumenismo è ancora un elemento opzionale e non costitutivo dell’identità cristiana e registra numerosi casi di “analfabetismo”, riscontrabili anche nell’ambito dei giovani presbiteri.

Sullo schermo dell’auditorium del Collegio arcivescovile dove è in corso il convegno passano immagini dei campi profughi del Libano dove persone vulnerabili vivono la speranza di un futuro: donne, bambini, anziani sfollati dalla Siria e dall’Iraq. Sguardi, parole, sorrisi che arrivano anche materialmente in sala attraverso i volti di membri di una famiglia siriana arrivata in Italia con i “corridoi umanitari” realizzati dalla Federazione delle Chiese evangeliche, dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Tavola valdese, di concerto con il Ministero degli affari esteri e con la collaborazione dei Corpi civili di pace dell’Operazione Colomba. Testimonianze che scavano nel profondo e confermano l’importanza di una diaconia ecumenica che si prenda cura del mondo.

Come sta scritto in Unitatis redintegratio, una delle avvertenze da usare nel dialogo ecumenico è quella di sottolineare gli elementi che uniscono più che quelli che dividono. Il progetto dei “corridoi umanitari” che nell’ambito della Fcei si inserisce nel più ampio contenitore denominato Mediterranean Hope, comprensivo dell’Osservatorio sulle migrazioni di Lampedusa e della Casa delle culture di Scicli, ha permesso finora l’arrivo in Italia in sicurezza e con un visto umanitario di 500 profughi, di fede cristiana e musulmana, soprattutto siriani, tra cui vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, donne sole, anziani, malati, persone con disabilità. Ma non solo: a partire dai promotori, Tavola valdese, Comunità di Sant’Egidio e da altri sottoscrittori, il progetto ha sviluppato anche una fitta rete di collaborazioni. Perché non si tratta solo di organizzare un viaggio dai Paesi in guerra all’Italia, ma anche di mettere a diposizione delle persone vulnerabili accolte nel programma una serie di dispostivi finalizzati a un’adeguata accoglienza: strutture abitative, assistenza medica e legale, sostegno psicologico, corsi di lingua, formazione scolastica e professionale. Queste opportunità stanno maturando anche grazie a una serie di soggetti che hanno messo a disposizione denaro e risorse: parrocchie cattoliche, chiese evangeliche, associazioni, famiglie. All’Angelus del 6 marzo scorso, Papa Francesco ha segnalato i corridoi umanitari, «segno concreto per la pace e per la vita», di cui ha sottolineato anche, rallegrandosene, la valenza ecumenica. Mentre il progetto ha raggiunto una visibilità che ha oltrepassato i confini italiani ed è stato presentato a Strasburgo, perché possa essere replicato, ci sono altre buone pratiche ecumeniche in atto, a una dimensione più ridotta ma non meno significativa. A livello locale le Chiese condividono opere di diaconia a favore di persone deprivate a causa della crisi e persone recluse che soffrono la solitudine; offrono il loro contributo in iniziative laiche di sostegno all’alfabetizzazione dei nuovi cittadini e all’apprendimento scolastico degli alunni delle scuole inferiori; entrano nel dibattito cittadino sui temi della libertà di coscienza, della libertà religiosa, del diritto a praticare il proprio culto e dell’integrazione.

Il dialogo teologico tra cattolici e protestanti, tema emerso anche durante la tavola rotonda, è cresciuto e si è sviluppato sui matrimoni interconfessionali con la produzione di celebrazioni specifiche, e attualmente è concentrato sulla realizzazione di una liturgia battesimale ecumenica. Un segno significativo che va in quella direzione sta avvenendo nella diocesi di Biella dove il Vescovo offre l’utilizzo del Battistero a ortodossi e protestanti. L’ospitalità nei locali e nelle chiese da parte di diocesi o di ordini religiosi verso comunità di altre confessioni ha favorito la possibilità di conoscersi maggiormente e di condividere azioni. Tutto questo amplia la vita delle comunità a una dimensione “cattolica” della chiesa che arricchisce le esperienze denominazionali, importanti ma non autosufficienti nello spirito. Uno dei doni del convegno di Trento, che l’anno prossimo vuole riunire con cattolici e protestanti anche gli ortodossi – con i quali l’Unedi aveva organizzato nel 2015 il convegno di Bari – è stato percepire la ricchezza della Chiesa di Cristo nelle articolazioni generate da una profonda e continua esigenza di rinnovamento. Un’unità non solo “nella” ma “attraverso la diversità” che era anche alle origini del cristianesimo e che può essere la chiave per non vivere più come separazione le diverse declinazioni dell’unica Parola di vita incarnata duemila anni fa nella storia e nella persona di Gesù di Nazareth.

Laura Caffagnini